Il Superuovo

“Vita nei campi” e lo smart working: com’è cambiato il lavoro in 140 anni

“Vita nei campi” e lo smart working: com’è cambiato il lavoro in 140 anni

“Vita nei campi” è una famosissima raccolta di novelle di Giovanni Verga.

Un’immagine di Giovanni Verga (Google)

Ad oggi nel 2021, abbiamo sperimentato (a forza) che cos’è e come funziona lo smart working, il lavoro da remoto.

“Vita nei campi”

Vita nei campi” è un racconto di novelle di Giovanni Verga. La prima edizione risale al 1880 e rieditata nel 1897. La raccolta è composta da 8 racconti scritti tra il 1878, anno di pubblicazione di “Rosso Malpelo”, e il 1881, anno in cui venne pubblicata la seconda edizione contenente il racconto “Il come, il quando ed il perché”. Tutti i protagonisti dei racconti appartengono all’umile classe dei lavoratori siciliani.

“Rosso Malpelo”: un esempio di lavoro e sofferenza

“Rosso Malpelo” è probabilmente il racconto più famoso e toccante di “Vita nei campi”. La storia narra di un giovane ragazzo costretto a lavorare in una cava di rena rossa. La madre, persona assolutamente inaffettiva, lo accusa di rubare parte dei soldi del misero compenso che il ragazzino ottiene.
Il padre, Mastro Misciu, muore in un incidente sul lavoro alla cava. Da allora Malpelo diventa sempre più scorbutico e cattivo. Alla cava viene a lavorare “Ranocchio”, un bambino claudicante che Malpelo protegge e allo stesso tempo maltratta per insegnargli cos’è la vita e perché quella è l’unica dimostrazione di affetto che conosce.
Il corpo del padre di Malpelo viene ritrovato e lui custodisce gelosamente i pochi oggetti di sua appartenenza. “Ranocchio” si ammala di tubercolosi. Malpelo, così, rimane solo (la madre si è risposata e la sorella è andata ad abitare in un altro quartiere). Malpelo, chiamato così a causa del colore rosso di capelli, simbolo, secondo il tempo, di un animo cattivo, decide di assumere il pericoloso compito di esplorazione di una galleria abbandonata. Il ragazzino morirà tra quei cunicoli sotterranei solo e abbandonato.

I “Carusi” siciliani costretti al lavoro minorile (Google)

Lo smart working: com’è cambiato il lavoro oggi

La pandemia ci ha costretto ad imparare in fretta come funziona il “lavoro da remoto”. A 140 anni dal racconto dei lavoratori minorenni della Sicilia, il mondo sembra quasi irriconoscibile. PC, tablet e smartphone sono diventati strumenti essenziali per lavoratori e studenti. Scuola e lavoro sono diventati esclusivi a causa dei metodi con cui, attualmente, è possibile “incontrarsi”.

Malpelo e lo smart working: due modi sbagliati di lavorare

Certamente, il lavoro minorile narrato da Verga era assolutamente sbagliato. Anche lo smart working, però, ha dato motivo di sospettare della sua efficienza.
Chi lavora da remoto non ha orari e vede invasi anche i suoi spazi personali e in ogni giorno della settimana. Nonostante uno studio effettuato da Lenovo abbia dimostrato che molti lavoratori abbiano apprezzato questa modalità e che ne chiederanno il mantenimento in futuro, smart working non è sinonimo né di “colloquio” né di “classe”. Abbiamo davvero bisogno di incontrare e comunicarci. L’inserimento dello smart working rischia di allontanarci ancora di più. Siamo animali sociali e abbiamo bisogno di fisicità ed mantenere un equilibrio dentro e fuori l’orario lavorativo.

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