Vita di Pi e la bioetica: dobbiamo essere morali nei confronti degli animali?

La questione sulla diversità tra uomo e animale abbraccia quella della diversità tout court: esiste in natura un confine che differenzi uomo e donna, nativo e straniero, bianco e nero, uomo e animale? In che modo bisogna relazionarsi con ciò che è estremamente diverso?

Vita di Pi è un film del 2012 diretto da Ang Lee che ripercorre la folle esperienza del piccolo Piscine Molitor Patel, detto Pi, che in seguito ad un tragico naufragio di una nave mercantile si ritrova a bordo di una scialuppa in compagnia di una tigre del bengala. Il rapporto fra Pi e la tigre, chiamata Richard Parker, è complesso e in costante evoluzione. La ferocia e l’istinto violento dell’animale viene addolcito dal brillante ingegno del ragazzo, fino a trasmettere affetto e complicità. Questo ci fa riflettere sulla natura del rapporto tra uomo e animale. In genere l’uomo ha sempre usato gli animali come mezzi, per lavorare, vestirsi e nutrirsi, a parte qualche eccezione (cani, gatti ecc…). L’uomo ha qualche dovere morale nei confronti degli esseri viventi di altre specie? E perché? Analizziamo la questione nella storia della filosofia.

Le filosofie della differenza: da Aristotele a Kant

Gli animali nella storia della filosofia sono stati sempre presenti, anche solo per rimarcare la separazione con gli umani. Aristotele, che era un naturalista e quindi privilegiava l’osservazione critica sulla natura riconobbe una linea di continuità fra uomo e animale: tale continuità sta nel fatto che entrambi provano sensazioni di gioia e dolore. L’uomo è però da Aristotele comunque ritenuto superiore, in quanto unico animale politico. L’uomo è animale politico in quanto unico animale a parlare.  D’altronde la differenziazione nasce spesso dalla difficoltà nel comunicare: un esempio in tal senso risale proprio alla Grecia di Aristotele: non è un caso se i greci definivano gli stranieri “barbari“, parola onomatopeica che voleva rappresentare il balbettio di chi non parlava greco: straniero era chi non parlava greco, chi non comunicava nello stesso modo. Cartesio invece individuò la differenza tra uomo e animale nella sostanzialità che li costituisce. L’uomo è sostanzialmente superiore all’animale in quanto possiede la res cogitans. Kant invece differenziò gli animali dall’uomo a partire dalla morale. L’uomo è l’unico agente morale, cioè l’unico essere che può decidere quali azioni compiere. Su quella scialuppa, la tigre Richard Parker non poteva scegliere se tentare di sbranare o meno Pi, perché guidata unicamente dall’istinto. Pi al contrario poteva scegliere se reagire violentemente o cercare un contatto, il che lo rende agente morale. Questa è l’idea che nella storia ha avuto più successo: gli animali sono inferiori a noi perché non possono decidere. Si tratta di una discriminante così decisiva?

Su cosa deve basarsi la morale? Il modello di Bentham

La morale è qualcosa di tutt’altro che definita. Essendo un concetto formalmente astratto è discutibile e discussa. Da chi ne denuncia l’inconsistenza, come Nietscze, a chi ne attribuisce massima importanza, come Kant, le posizioni a riguardo sono tante quante i filosofi che si sono occupati del tema. Importante e delicata è la questione relativa a che cosa ci sia alla base della morale. Le due correnti più percorse sono quella sentimentalista e quella razionalista. La prima definisce la morale a partire dalla ragione, e corrisponde al modello di Kant. La seconda a partire dal sentimento, o meglio dalle sensazioni, cioè in base alla sofferenza e alla gioia procurata da un’azione, ed è questo il modello adottato da Bentham. Criticando Kant, egli sostiene che è profondamente insensato giudicare un’azione immorale di per se, a prescindere da quanto le conseguenze siano spiacevoli. Per Bentham, il giudizio morale va attribuito in base alla quantità di sofferenza e gioia apportate dall’azione in esame. Se Kant fosse stato colui che nascondeva la famiglia di Anna Frank si sarebbe trovato in difficoltà all’arrivo della Gestapo perché secondo lui mentire è in ogni caso sbagliato. Bentham invece avrebbe ragionato su quale azione avrebbe creato meno sofferenza. Il discorso è dunque riguardo alla capacità di soffrire, capacità di cui sono provvisti anche gli animali. Per cui secondo Bentham sì, anche gli animali devono essere oggetto di morale. Egli infatti sostiene: “Se la morale è questione di razionalità, un cavallo o un cane adulto non sono forse più razionali di un feto umano? Eppure per quale motivo per il feto umano si hanno accorgimenti morali maggiori?

 

Animali come agenti morali: Come cambierebbe il mondo?

Il modello proposto da Bentham sembra convincente da un punto di vista logico e di esperienza quotidiana, in quanto la sofferenza è ciò da cui cerchiamo di distanziarci maggiormente. Il problema sorge nel momento in cui si inizia a pensare a come agire praticamente. Riconoscere gli animali come agenti morali impone di riconoscere loro diritto alla vita, autodeterminazione e sopratutto responsabilità e colpa. Se gli animali, come Bentham sostiene, sono oggetti e soggetti morali, dovremmo impedire al leone di sbranare la gazzella, e punirlo in caso lo facesse, proprio come facciamo con gli uomini. Questo sarebbe possibile? E sopratutto dov’è, se c’è, il confine tra naturalità e innaturalità? In natura esistono infatti la violenza, l’incesto, il cannibalismo e il rapporto sessuale non consensuale, ma puniamo questi atti solo tra uomini. Quanto risulta giusto? Soprattutto questo è un problema reale? La morale è qualcosa di attinente ed applicabile solo tra elementi di una stessa specie?

 

 

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.