Virilio e i social network mostrano che viviamo in un mondo immerso nella velocità

Che cos’è che caratterizza in maniera particolare la nostra società?

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Secondo Virilio, la velocità è il principio che, nel corso degli anni, sta diventando predominante nel nostro mondo, riuscendo a entrare persino nella vita quotidiana delle persone. Ha ragione? 

Risparmiare tempo

Abitiamo in una società sempre più rapida: è un fatto talmente evidente che sembra superfluo addirittura sottolinearlo. Ed è proprio perché sta diventando banale che bisogna ribadirne i pericoli. Dove si nasconde questa velocità sempre più insistente? Dalla possibilità di accelerare i programmi televisivi con il proprio telecomando alle auto sempre più potenti, dalle Instagram Stories ad Amazon Prime. Eppure, il filosofo Paul Virilio avrebbe sicuramente storto il naso verso queste novità. Sicuramente anche lui avrebbe trovato molto utile mandare avanti un film quando, seduto sul divano, la pubblicità avrebbe interrotto la sua scena preferita. Ma, nello stesso tempo, anche l’auto nuova di zecca che usiamo per sfrecciare sulla strada “per risparmiare tempo”, non sembra avere più utilità di una comune bicicletta quando rimaniamo fermi nel traffico cittadino, incolonnati per ore e circondati da nuvole  di fumo. Tutto ciò può essere considerato un progresso? La risposta sta nel modo in cui la velocità cambia le nostre vite ogni giorno. 

L’assenza della notte

Nella visione di Virilio, velocità non significa solo “agire nel minor tempo possibile”: semmai, essa è una grandezza che arriva persino a modificare lo spazio circostante, a comprimerlo, cambiando la nostra stessa percezione del mondo. I social network ne sono un esempio lampante: le Instagram Stories, a esempio, sono frammenti di vita quotidiana che scorriamo senza soffermarci più di qualche secondo, che dopo 24 ore hanno il potere di svanire. La velocità decostruisce la realtà imponendo le proprie forme, interagisce con i nostri sensi, fa’ vedere ciò che prima non saremmo riusciti nemmeno a pensare. Un esempio? Virilio, nel suo Lo spazio critico, riporta questa esperienza:

“In alcuni periodi dell’anno, tornando in Europa da San Francisco ci si può servire di una linea aerea che sorvola i ghiacciai della Groenlandia assistendo così ad un fenomeno stupefacente: l’assenza della notte. Alle proprie spalle si hanno le luci rossastre del crepuscolo, dinnanzi a sé quelle sfumate di verde dell’aurora. […] Vedere ciò che non è realmente visto diventa un’attività in sé, non più un’attività esotica, ma endotica, che trasforma le condizioni della percezione, la necessità stessa della realtà fisica”.

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La qualità dell’esperienza

“Si perde il paesaggio, il contesto, l’ambiente, il “mondo”, nel tentativo di non perdere tempo”, scrive lo studioso Ubaldo Fadini in Velocità e attesa. Certo, si ottiene una nuova esperienza, ma siamo sicuri che non ci ritroveremo a vivere in un pianeta sempre più piccolo? Sì, possiamo volare da un lato all’altro del mondo con solamente il sole ad accompagnarci, ma noi abbiamo bisogno della notte per poter affrontare il giorno. L’uomo ha bisogno anche delle giuste distanze, della lentezza, perché queste implicano la possibilità di un’attesa, di una pausa, che portano a una maggiore riflessione su se stessi e su ciò che accade. Senza i tempi biologicamente più lenti, tipici della natura umana, come potremmo prendere una qualsiasi decisione sulle nostre vite? I nostri giudizi, le nostre emozioni e la qualità delle nostre esperienze, non sarebbero condizionati dall’estrema rapidità?  

Esiste persino una sindrome che coinvolge le blue tick (le doppie spunte blu di Whatsapp),  che porta a farsi delle domande sulla qualità del proprio rapporto con le persone sulla base del tempo trascorso da quando il messaggio è stato visualizzato a quando ha ricevuto una risposta.  Anche riguardo alla nuova possibilità di accelerare i messaggi vocali, che abbiamo tutti accolto con gioia, non bisogna dimenticarsi che la voce è lo strumento attraverso il quale comunichiamo agli altri ciò che crediamo e sentiamo, magari tentando di convincerli su un argomento, o scusandoci per qualcosa, oppure coinvolgendoli nelle nostre esperienze: i tempi, le indecisioni, le pause e le cadenze fanno parte di questo mezzo straordinario. Una sua costante accelerazione rischia di sconvolgere questi delicati elementi su cui si regge il linguaggio, influenzando il modo in cui gli altri recepiscono ciò che diciamo. Allora, siamo sicuri di cogliere realmente le emozioni degli altri se ne alteriamo la voce? 

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Rallentando un attimo

In questo senso, la velocità è diventata totalizzante nelle nostre vite. Nella  stessa visione, ciò che scorre rapidamente predilige immagini sfuggevoli: si è passati dalla tradizionale immagine stabile dell’occhio umano a, citando ancora “Velocità e attesa”, un’immagine caratterizzata dalla sparizione, dall’instabilità, la cui durata, come accade nei social e nella televisione, consiste solamente nella persistenza retinica della foto stessa. Se ciò che ci circonda sta diventato sempre più “liquido”, come si potranno costruire certezze e futuro per giovani sempre più titubanti e fragili?

Il punto non è, per Virilio, buttare via gli apparecchi tecnologici. La colpa non è loro: da soli non porteranno l’uomo né a un maggiore progresso né ad alcun regresso. La partita si gioca nella consapevolezza da parte delle persone che quando si è inventata l’automobile si è inventato anche l’incidente, e con la nascita dei social sono nati anche gli effetti collaterali a essi collegati. Ogni strumento ha la capacità di aprire innumerevoli porte da esplorare, e allo stesso tempo di chiuderne altre. Virilio ci chiede di attraversare queste porte, ma con la consapevolezza di ciò che lasciamo alle spalle, perché potrebbe aiutarci a guardare al futuro con maggiore speranza. Magari, rallentando un attimo. 

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