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Violenza ostetrica: 5 pratiche pre, intra e post parto che causano danni fisici e psicologici

Violenza ostetrica: 5 pratiche pre, intra e post parto che causano danni fisici e psicologici

Tutte le donne, almeno una volta nella vita, hanno ascoltato mamme, zie e nonne e le loro storie di parti terrificanti.

Nonostante il parto sia una situazione di rischio, responsabilità e dolore, è ricordato dalle mamme come l’esperienza più emozionante di tutte. Ma molte pratiche di routine ospedaliere hanno reso il tutto traumatico. Queste, rientrano in quella che è la violenza ostetrica: una violenza silenziosa, in quanto le mamme, continuano a subire inconsapevolmente pratiche che contrastano i loro diritti e che incidono sulla salute del bambino.

L’ossitocina sintetica

La fase di preparazione al parto giunge nel momento delle doglie o contrazioni, dolori all’utero che indicano il suo allargamento. Le contrazioni avvengono a distanza di un intervallo di tempo, che si accorcia sempre di più, dopodiché si può procedere con l’espulsione. Le contrazioni costituiscono un’importante fase, che non va sottovalutata e ignorata, infatti, in quei momenti viene prodotta dalla mamma l’ossitocina: l’ormone dell’amore, dell’affetto e della pro-socialità. Ciò avviene per difenderla dai dolori che sta provando in quel momento.

Negli ospedali, per affrettare i tempi, è solito somministrare l’ossitocina sintetica, la quale permette di accorciare gli intervalli tra le contrazioni e rilassare il corpo della mamma, per arrivare subito al momento del parto, diminuendone il dolore. Ma da recenti studi, si è notato che quest’ultima non permette la produzione dell’ossitocina naturale.

Nel momento della fuoriuscita del neonato dall’utero materno, questo si fa un “bagno” di ormoni, preesistenti nella mamma. Ma cosa succerebbe se tra questi non ci fosse l’ossitocina? Forse nascerebbero persone senza l’ormone dell’affetto e dell’empatia, utili per instaurare legami che sono alla base per la costruzione di una società.

La posizione litotomica

La posizione litotomica è la più comune utilizzata per partorire: la mamma è sdraiata sul lettino e le gambe vengono divaricate e sollevate. Nell’immaginario e nei film è così che viene rappresentata una donna che partorisce; ma siamo sicuri che sia la posizione migliore? Sebbene sia la preferita per i medici, i quali possono lavorare più comodamente, non si può dire lo stesso per le donne e i loro bambini.

Prima di tutto, in questo modo la circolazione del sangue si abbassa, non permettendo all’ossigeno di circolare adeguatamente, rendendo il parto ancora più faticoso. Inoltre, è contro la forza di gravità, spingere dall’utero, un bambino verso l’alto, determinando quindi uno sforzo maggiore. La donna, poggia tutto il suo peso sul coccige, recandosi ulteriore dolore. Sempre il peso della cassa toracica e dell’addome opprime il bambino che sta investendo molte energie per uscire.

Perciò molti ospedali hanno abbandonato l’idea di far utilizzare questa posizione; in alternativa si stanno attrezzando per affrontare dei parti in posizione accovacciata, con appositi cuscini o addirittura in piedi, queste sono state apprezzate da molte donne, le quali hanno riscontrato meno dolori e più facilità nella spinta.

Il parto cesareo e la manovra di kristeller

Queste due pratiche sono molto spesso proposte e utilizzate ancora in molti ospedali, come aiuti e facilitatori per il parto. In realtà sono interventi particolarmente invasivi, che sono riservati solo ad una piccola percentuale di donne, le quali riscontrano complicazioni durante il travaglio.

Il parto cesareo dovrebbe essere un intervento dedicato esclusivamente in casi particolari, come ad esempio di episiotomia: un evento eccezionale (e non la norma), in cui il bambino si trova in una posizione orizzontale, che non è ideale per un parto naturale. Ma purtroppo, il travaglio di molte donne viene negato e accelerato da questo intervento, con il solo scopo di diminuire le tempistiche. Quest’ultimo è oltretutto, un intervento invasivo che non permette alla mamma di avere un ricordo lucido e positivo del parto, e mettendo a rischio le due vite.

La manovra di kristeller è ancor più pericolosa se non è necessaria. Questa viene praticata eccezionalmente in casi in cui il bambino è in difficoltà nel momento di espulsione avanzata. Ma in molti ospedali viene eseguita come manovra di routine nel 50% dei casi. Le complicazioni non sono lievi: lacerazioni al collo dell’utero, fratture delle costole, per le mamme; per i neonati comporta rischi di salute a lungo termine come tetraplegia e cecità.

Per tali motivi, è stata vietata per legge in molte nazioni. La sua pericolosità, non comporta solo danni fisici, ma incide gravemente sul ricordo del parto della madre, rendendola un’esperienza irripetibile e traumatica.

Separazione dalla mamma

Negli ultimi tempi, dopo vari studi perinatali, è emersa l’importanza del contatto madre-figlio, appena dopo il parto.

Se prima era tra le routine ospedaliere, allontanare il neonato per effettuare i vari controlli e per riporlo nel nido, ad oggi non è più così. Il controllo di tutte le sue attività fisiologiche è possibile farlo stando nella stessa stanza della mamma. In quei primi minuti è importante che il bambino venga allattato, per assumere tutte le vitamine e gli ormoni necessari per vivere.

Altra cosa importante, è il contatto fisico con la mamma. Serve per la termoregolazione corporea del bambino, il quale era abituato alle temperature calde del grembo materno; il calore della mamma li permette di raggiungere 37°C.

Il contatto non da solo benefici fisici, ma anche psicologici. In quel momento, il bambino instaura il primo legame con la mamma, che si svilupperà poi in fiducia di base, necessaria per la formazione caratteriale del bambino.

Fortunatamente nella maggior parte degli ospedali i bambini rimangono con le proprie famiglie, ciò è nominato Rooming-in: la culletta viene disposta nella stessa stanza della madre.

Aspirazioni e taglio del cordone ombelicale

L’aspirazione è una pratica che viene ancora utilizzata per ripulire il bambino dalle mucose residue. Ne esistono di due tipi, aspirazione delle prime vie aeree e aspirazione gastrica.

Con la prima, viene introdotto un sondino nel naso o nella bocca del neonato, per aspirare il muco e liberare le vie aeree per una migliore funzionalità respiratoria. Ma essendo una procedura molto invasiva comporta non pochi rischi. Oltre ad essere molto fastidiosa, riporta dei ritardi con l’interazione madre-bambino, abbassamento della saturazione dell’ossigeno e aumento del battito cardiaco. Quindi dovrebbe essere effettuato solo in casi particolarmente necessari.

Per l’aspirazione gastrica invece, viene introdotto un sondino per raggiungere lo stomaco e aspirare il liquido amniotico che ha ingerito accidentalmente il bambino. In realtà non è necessaria una pratica del genere in quanto potrebbe provocare un’ipersensibilità viscerale a lungo termine, causa di disordini intestinali. Oltretutto il liquido amniotico ingerito non è pericoloso per il bambino, in quanto contiene sostanze coagulanti ed ormoni.

Dopo l’espulsione dal corpo materno è importante che il bambino rimanga collegato alla placenta attraverso il cordone ombelicale per permettere la circolazione del sangue. Ma molto spesso il taglio viene effettuato in modo precoce, quando il cordone pulsa ancora, negando al bambino il “sangue di riserva” perdendo circa 1/3 del volume del sangue. Invece il taglio tardivo permette un adattamento fisiologico, e l’assunzione di ossigeno utili nei primi momenti di vita.

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