Viaggio nella fallacia della memoria tra True Detective, Borges e Pessoa
viaggio nella fallacia della memoria
I protagonisti della terza stagione di True Detective, da sinistra Roland West (Stephen Dorff) e Wayne Hays (Mahershala Ali).

True Detective 3: tra ricordi e crimini irrisolti

Pochi mesi fa è uscita la attesissima terza stagione firmata HBO della serie antologica poliziesca “True Detective“. Dopo un secondo capitolo che ha deluso le grandi aspettative degli spettatori dovute al successo della prima stagione, il terzo capitolo riprende alcuni tratti che a seguito del debutto hanno portato a Nic Pizzolatto, ideatore e scrittore della serie, il plauso di pubblico e critica. Pizzolatto decide di ritornare, come nella prima stagione, ad incentrare la storia su due detective impegnati con un intricato caso da risolvere. Interpretato da Mahershala Ali, Wayne Hays è un reduce del Vietnam cinico e caparvio, che vive la propria vita senza troppi risentimenti cercando di obliare il suo trascorso e focalizzandosi esclusivamente sul suo impegno nel presente. Ad accompagnare Hays nell’indagine riguardante la scomparsa di due bambini saranno due le figure centrali:  il detective Roland West (Stephen Dorff) e quella che diventerà la moglie di Hays, Amelia Reardon (Carmen Ejogo).

La narrazione si svolge su tre piani temporali distinti:il 1980, il 1990 e il 2015. La vicenda nasce nel 1980, anno in cui il fatto avvenne e le indagini portarono a conclusioni affrettate. Dopo un declassamento dovuto all’esito delle indagini dell’80’, con la riapertura delle indagini nel 1990 Hays viene coinvolto dall’amico Roland, che nel corso dei dieci anni passati in polizia era arrivato a ricoprire una carica importante nella squadra investigativa. Il terzo periodo nel quale la narrazione si sviluppa è il 2015, dove un Hays vecchio e affetto dal morbo di Alzheimer, di fronte ad una giornalista di cronaca che sta girando una video-inchiesta sul caso, cerca di ricostruire con difficoltà i passi salienti del caso che ancora non ha trovato la propria verità dopo trentacinque anni, .

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Hays nelle tre fasi di vita sulle quali la narrazione si sviluppa

Il filo conduttore di questi tre tempi della narrazione è la memoria. Durante la riapertura delle indagini nel 1990 è il ricordo di Hays, evocato prima da un interrogatorio e in seguito quando gli viene incaricata l’indagine appena riaperta, a raccontarci i fatti del 1980. I fatti del 1990 ci sono raccontati dal vecchio e malato Hays nel 2015, che dopo aver perso la moglie deceduta qualche anno prima e i figli ormai indipendenti e sposati si ritrova solo a fare i conti con la vicenda ancora incompresa, che ha segnato i momenti salienti della sua vita. La difficoltà nel ricordare viene combattuta da Hays grazie alla lettura del libro scritto dalla moglie, scrittrice di successo, sul caso irrisolto.

Memoria: percorso lineare verso il passato o fonte d’inganno?

Ma la storia che ci racconta Pizzolatto non è quella del bravo detective che riesce a ripercorrere una storia coerente scavando nei ricordi con sincerità per leggere i fatti con obiettività. La sceneggiatura di Pizzolatto ci catapulta all’interno di un percorso opaco nel quale la memoria, arma a doppio taglio, depista i detective nella loro ricerca di verità che si realizzerà proprio a partire dal riemergere di ciò che è stato dimenticato. L’immagine di una memoria fallibile e spesso offuscata dalle emozioni che si provano nel momento nel quale si ricorda ci proietta oltre l’immagine ormai consolidata della memoria vista come strumento che consente di ricostruire fedelmente il passato.

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Hays provato alle prese con i propri ricordi

Il primo filosofo che formulò questa immagine della memoria è John Locke, che nel “Saggio sull’intelletto umano” criticò l’idea aristotelica dell’Io inteso come sostanza che permane identica nel tempo. L’Io secondo Locke è la somma degli stati mentali e dei ricordi che la memoria ci fornisce. L’immagine della nostra identità che ci fornisce il filosofo britannico è legata intrinsecamente al passato che tramite la memoria emerge costituendo il nostro Io.

Pizzolatto ci mostra invece come la memoria sia spesso fuggevole e illusoria, e se in un primo momento (nel 1990) confonde le indagini in un secondo momento (nel 2015) confonde lo stesso Hays, che ormai vecchio cerca la propria identità in una storia che giorno per giorno gli sfugge facendosi sempre più incomprensibile. La memoria del vecchio Hays fatica di fronte all’alzeheimer, ma la situazione emotiva nella quale Hays, ormai solo e depresso, cerca di ricordare, fa emergere ricordi tra loro scollegati che vanno a sommarsi per dare agli eventi un senso nuovo, dando un senso nuovo all’esistenza del vecchio detective.

Tra Borges e Pessoa: ricordare significa costruire i sentieri del proprio passato

… poichè in un cielo senza umani/ calma fluttua la nuvola/ e ciò ricorda una tristezza/ e il ricordo rende tristi,/ alla nostalgia do la ricchezza/ di emozione che l’attimo tesse.“. Con queste parole tratte da una poesia del 29.3.1931 (riporto la data perchè la poesia non ha un titolo) tratta da “Poesie di Fernando Pessoa” di Fernando Pessoa, il poeta portoghese del Novecento ci regala un’immagine della nostalgia presente nel ricordo che non è più pura, ma inquinata e allo stesso tempo arricchita dall’emozione scaturita dal presente. Questa immagine rompe con la lettura di Locke di una memoria pura e infallibile dicendoci che quello che ricordiamo, quello che Hays ricorda nello studio della sua vecchiaia, è sempre caratterizzato dal momento presente e dai suoi risvolti emotivi. Ma se il ricordo è influenzato da quello che siamo nel momento in cui ricordiamo, allora non è possibile che la nostra identità, il nostro presente, sia la somma dei nostri ricordi. L’immagine che True Detective ci offre del passato non è quella di un percorso lineare, ma di più sentieri che si biforcano e si ricongiungono continuamente tra loro.

Jorge Luis Borges

Nel racconto “Il giardino dei sentieri che si biforcano”  tratto dalla raccolta “Finzioni” (1944) J. L. Borges ci narra proprio questo. La storia è raccontata da un professore cinese che durante la Prima guerra mondiale ha lavorato come spia tedesca in Regno Unito. Il racconto si confonde e ai fatti, che tra loro non trovano nessi causali solidi, si mischiano ricordi di antenati che sembrano fornire nuovo senso alla storia che il professore riporta creando diversi sentieri che tra loro si biforcano e si riuniscono. Questo ci fornisce una immagine del tempo passato che non è costituito da una sola linea, ma da tante linee che tra loro formano un labirinto nel quale è impossibile non perdersi.

Edoardo Dal Borgo