Selfies, balletti e tiktok. L’invasione dei baby influencers sui social network garantisce divertimento ma limita la privacy.

Chi sono i baby influencers? Parliamo di piccoli talenti under 10 che usano i social come se fossero Chiara Ferragni tra selfie, stories e outfit da vere dive. Eppure, nonostante i successi e i guadagni da capogiro, queste star ci dicono quanto, sul web, le tutele per i minori siano ancora da proteggere.
BABY INFLUENCERS: RITRATTO DI UNA PICCOLA STAR
Social Networks come Instagram, Facebook e persino TikTok sono stati invasi di recente da tante piccole Chiara Ferragni pronte per conquistare il web. Come? Postando fotografie dove indossano occhiali da sole più grandi del loro viso e caricando stories dove sfilano come delle Kate Moss in miniatura. Addirittura scartano i pacchi dei prodotti che le aziende inviano a loro per realizzare delle sponsorizzazioni. Insomma, delle paghette alternative. Soldi che, comunque, intascano i genitori perché, secondo le normative vigenti, bisogna avere 16 anni per poter guadagnare grazie ai social. Si professano faschion vloggher ma la verità è che già alla tenera età di 10 anni sanno ragionare come dei veri (piccoli) imprenditori digitali. Alla domanda Cosa vuoi fare da grande? rispondono Chiara Ferragni, la beniamina di questi mini blogger. Ed è proprio da Cremona, paese che ha dato i natali alla Ferragni, che arriva la famiglia più social degli ultimi tempi. La secondogenita, Gaia, ha seguito le orme della mamma, la fashion blogger Elisabetta Bertolini. L’unica differenza è che rispetto alla madre guadagna di più proprio grazie alle collaborazioni con i brand e agli inviti alle Fashion Week più prestigiose. Una famiglia di VIP che ci ricorda quasi i Kardashian, dove a tavola si parla di contenuti da realizzare e pubblicare. Anche il più piccolo, appena venuto al mondo, ha già acquisito popolarità grazie alle sorelle. Se molti ci vedono tanta ilarità oltre che una ovvia conseguenza del mondo in cui viviamo oggi, tanti altri psicologi vedono un pericolo che potrebbe incombere nella vita dei più piccoli. Cosa? Una dipendenza. Siamo animali sociali e viviamo di relazioni, che siano reali o virtuali. Ciò che in rete attrae e spinge gli utenti non solo ad iscriversi, ma anche a guadagnarci. E tra un pacco da spacchettare e un post con una posa da modella da pubblicare, il numero delle interazioni ci spingerà a continuare. I più inconsapevoli come i figli della già citata Ferragni, sono invece vittima di parentsharing, un modo per far conoscere tuo figlio al mondo. Diventano piccoli Truman, oltre che stickers su Whatsapp. Diventano grandi star, oltre che motivo di argomento a tavola (e per questo articolo). Ecco quindi che bisogna capire i rischi partendo dai dati a nostra disposizione.

TANTI LIKE MA POCHE TUTELE: I DATI
Quando nostra madre ci portava con sé al centro commerciale, tra gli scaffali colorati di un reparto giocattoli, i nostri occhi si incrociavano con quelli di una Barbie. Ma mamma, la hanno tutti! eravamo soliti esordire. E dopo le preghiere se non addirittura i pianti per cercare di convincerla ad acquistare il giocattolo, nostra madre alla fine si arrese. Alcuni direbbero che questi fossero i bambini di un tempo, ma oggi il nuovo giocattolo è il cellulare, un oggetto il cui schermo magico era stato pensato per gli adulti, non per i bambini. Eppure, sarebbe stato inevitabile l’approdo dei minori sui social network. Perche li hanno tutti! ci fanno notare nuovamente. All’inizio, per difendersi da questa invasione di minori, social network come Facebook ed Instagram avevano pensato che sarebbe bastato far si che il bambino dichiarasse la sua età. Ma, infondo, i bambini sono bugiardi. Sanno come sviare anche quella semplice domanda. E dopo aver dichiarato di avere meno di 16 anni ecco che muovono i primi passi nell’agorà di internet pensando di essere al sicuro. Secondo i dati Ocse 2021, i bambini passano in media 35 ore a settimana passate online. Lo scorso giugno, il Corecom Lombardia e il Garante per la protezione dei dati personali hanno presentato, al Belvedere Jannacci di Palazzo Pirelli, a Milano, un Protocollo di intesa per promuovere iniziative e informare i cittadini su temi quali l’uso responsabile delle tecnologie da parte dei giovani per fare sensibilizzare sull’importanza di una buona educazione digitale. Ma sarà sufficiente? Non solo, è stato calcolato che i giovanissimi trascorrono su Tik Tok almeno il 5% del tempo in cui sono svegli. Secondo i riscontri a disposizione dell’Agcom, il 21% dei minori è stato vittima almeno una volta di cyberbullismo e nel 17% dei casi si tratta di maschi. I dati ci dicono infatti che in Italia il 99% degli undicenni ha un profilo Tik Tok o Instagram e che quindi la violenza non avrebbe problemi a percorrere una strada virtuale. Qual è il legame tra il cyberbullismo e le baby inflencers? Come ogni spar che si rispetti, oltre agli ammiratori, hanno anche tanti haters che agiscono come dei bulli, utilizzando parole talmente forti da ridicolizzare l’utente. Inoltre, tra le foto in costume di una preadolescente scattate durante la vacanza al mare con la famiglia, spuntano sempre i commenti di malintenzionati. Sono solo alcuni degli aspetti più controversi dell’uso che fanno gli utenti sui social, ma che sembrano non interessare ai baby influencers tanto quanto i loro genitori.
DA PICCOLI IMPRENDITORI DERIVANO GRANDI RESPONSABILITÀ
Dietro a queste piccole star ci sono sempre i loro genitori, che sembrano aver capito i guadagni che derivano pubblicando semplicemente una foto del figlio. Non sembra che vogliano spingerli a diventare avvocati o medici. Sono, infatti, gli stessi genitori che spronano i figli nel voler proseguire la loro carriera social. Scrivono quello che devono dire, suggeriscono le pose e scelgono i brand per le collaborazioni. Dal canto loro, i più piccoli invece sanno cosa indossare e come sorridere a favore di camera. Interagiscono col loro pubblico e utilizzano i loro risparmi per acquistare prodotti per i video, come le luci, ma anche vestiti e scarpe da indossare. Mentre loro vedono soltanto il bello di questo mondo, gli adulti sembrano voler ignorare i lati negativi, a tal punto da criticare i più suscettivi. Sarà compito loro, secondo la pedagogia, accompagnare il figlio nel percorso di crescita, ma sarà poi il bambino una volta cresciuto a scegliere e, in caso, di andare in pensione a vent’anni dopo una carriera iniziata come baby influencers. Lo dicono i dati, in quanto chi negli anni è stato spesso a cavalcare l’onda mediatica, una volta cresciuto sceglie il silenzio. Sceglie la privacy.