Il Superuovo

Vent’anni di “Moulin Rouge!”: scopriamo la filosofia bohémienne alla base dello “spettacolo spettacolare”

Vent’anni di “Moulin Rouge!”: scopriamo la filosofia bohémienne alla base dello “spettacolo spettacolare”

 

Il musical capolavoro di Baz Luhrman offre uno spaccato della Parigi di inizio Novecento e insegna il valore del sentimento.

Era giugno 2001. Le luci dello spettacolo si accendono su un film psichedelico e drammatico. Il sipario si apre su un mondo frenetico, passionale, in cui le emozioni sono estremizzate e la vita vissuta fino all’ultimo respiro.

SPECTACULAR SPECTACULAR!: 20 ANNI FA NASCEVA UNA LEGGENDA

A distanza di venti anni, Moulin Rouge! è ancora una pellicola di culto. Una di quelle che tutti conoscono: chi la ama, chi la detesta, chi ne ha solo sentito parlare. Sono molti i suoi punti di forza: brani celebri riproposti e reinterpretati, una regia incalzante e coinvolgente, fotografia e scenografia accattivanti. Ma, soprattutto, l’iconica protagonista, Satine, interpretata da una Nicole Kidman in stato di grazia.

L’attrice australiana, i cui occhi celesti incorniciati da una cascata di capelli rossi non smetteranno mai di incantare lo spettatore, porta a casa l’interpretazione più riuscita della sua carriera. Sfiora la vittoria dell’Oscar alla migliore attrice, in quella che è ricordata come una delle maggiori ingiustizie nella storia del prestigioso premio.

La vicenda è celebre quanto semplice. Basata su una rivisitazione delle opere liriche Bohème e Traviata, il regista Baz Luhrmann racconta la travagliata storia d’amore tra uno scrittore in erba e Satine, la prostituta punta di diamante del celebre Moulin Rouge di Parigi. Tuttavia, la giovane è promessa a un facoltoso duca, al quale sono legate le sorti dell’intero locale. Il finale è noto. Ma per chi non lo conoscesse, preferiamo non raccontarlo. E sì, serviranno i fazzoletti.

Al di là della facciata carnevalesca, sono molti i messaggi veicolati dalla pellicola. Tutto ciò la rende un simbolo perfetto dell’epoca da essa raccontata: la cosiddetta Rivoluzione bohémienne.

ONE DAY I’LL FLY AWAY: RACCONTARE IL DESIDERIO DI EVASIONE

Il termine bohémien venne coniato a cavallo tra ‘800 e ‘900. Tali figure dilagarono in tutta Europa, ma è alla Francia che bisogna guardare per assaporarne il ritratto più autentico. In particolare alla Parigi di inizio Novecento.

Se, infatti, bohémien é utilizzato ancora oggi per descrivere un individuo dal fascino retrò e scapigliato, all’epoca aveva una precisa connotazione: una cerchia eterogenea di artisti, intellettuali o, più semplicemente, giovani borghesi che faceva del rifiuto delle convenzioni sociali il proprio stile di vita.

Sono gli anni della Belle Époque, il periodo meno lungimirante della storia europea contemporanea. Le principali città europee si animano di raffinati salotti e di un entusiasmo cieco nei confronti della scienza e del progresso, con la convinzione che il nuovo secolo portasse pace e prosperità. Inutile ricordare come pochi anni dopo il Vecchio Continente cadrà nel secolo più buio della propria storia.

Non tutti, però, sono dello stesso avviso. C’è chi vive ai margini di questa società, chi riesce a guardare oltre la vetrina patinata e luccicante della messa in scena borghese. Chi dietro i lustrini scorge tutta la miseria umana.

Questo è il profilo del bohémien: un individuo che rifiuta il Positivismo di facciata, con i suoi dogmi scientifici e il suo ottimismo sconsiderato. Al contrario, comprende tutta la fragilità e la scissione dell’uomo moderno. Un uomo frammentato e schiacciato dal perbenismo sociale che lo imbriglia in una vita di frustrante apparenza, che trova conforto in divertimenti effimeri, come un ballo in costume al Moulin Rouge. 

È questo bisogno di evadere, di abbandonare le costrizioni mortificanti che guida l’intellettuale bohémien e che si declina in molti modi: l’estro artistico, la promiscuità sessuale, l’uso di sostanze stupefacenti. Ma qual è la strada maestra? Quale il percorso per ritrovare la propria umanità?

 

AMARE E LASCIARTI AMARE: RISCATTARE LA PROPRIA VITA

La risposta a tale quesito, nonché il riassunto di tutta la filosofia bohémienne, è racchiusa nella frase più celebre del film:

la cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare.

Tutto la pellicola è un insegnamento sul potere dell’amore come unico mezzo per l’accettazione di se stessi e il riscatto della propria vita.

Attraverso l’amore autentico, profondo, esistenziale, l’uno riconosce l’altro come essere umano unico e assoluto. Ma è una missione difficile. Non basta, infatti, amare. La reale sfida è lasciarsi amare. Perché lasciarsi amare vuol dire abbandonarsi completamente all’altro. Dismettere la facciata di perfezione che ci accompagna per tutta la vita e donarci nella nostra totale fragilità. Lasciarsi amare significa superare il più grande tabù e la più grande paura: rendersi conto che qualcuno ci apprezza per come siamo. Anche per quei difetti, quelle ferite, quelle vergogne che ci rendono ripugnanti ai nostri stessi occhi.

Per questo è la sfida più difficile: supera ogni logica, ogni confine mentale. Ma la ricompensa è immensa: la libertà di essere ciò che si è, perfetti agli occhi di chi ci ama.

Questo è lo spirito del bohémien. Anteporre il sentimento alla ragione, perché è solo attraverso il primo che può avvenire il riscatto della vita, anche della più miserabile.

In fondo, è ciò che sosteneva anche Sant’Agostino: “ama e fa ciò che vuoi”.

La stessa Satine, da sempre prigioniera del suo personaggio, trova il riscatto della sua sfortunata vita nell’amore di Christian:

Per tutta la vita mi hai fatto credere che valevo solo quello che erano disposti a pagarmi, ma Christian mi ama, lui mi ama… e vale più di qualsiasi cosa.

Non è più la prostituta diamante splendente del Moulin Rouge. Agli occhi dell’amato è semplicemente una ragazza, Satine.

 

 

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: