Il Superuovo

Una lunga strada unisce il metodo scientifico di Galilei a quello delle scienze sociali

Una lunga strada unisce il metodo scientifico di Galilei a quello delle scienze sociali

Ieri, 15 Febbraio, è stato l’anniversario della nascita di Galileo Galilei. Data da ricordare, per la drastica rivoluzione che il metodo scientifico ha portato nel mondo.

La scienza ha una storia lunga e travagliata e tutt’ora non ci si riesce bene e del tutto ad accordato su di essa. Esistono filoni di letteratura che parlano di filosofia della scienza e dell’epistemologia. La situazione si è poi complicata ulteriormente con la nascita delle scienze umane.

Dalle scienze della natura alle scienze dell’uomo

Il metodo scientifico ha avuto una forza rivoluzionaria, ed è proprio per questo che il suo “padre” è stato costretto ad abiurare. La chiesa, in piena controriforma e inquisizione, non poteva tollerare posizioni così radicali. Eppure con il tempo è stata costretta a farlo, e la scienza è stata forse uno dei fattori che più ha contribuito alla morte di Dio.

Appena si pensa alla figura di uno scienziato si immagina un tizio un po’ distratto ma geniale, che vive nel suo laboratorio a fare calcoli e progettare esperimenti rivoluzionari. Si rimane sempre un po’ sgomenti quando invece magari abbiamo a che fare con un antropologo, o un sociologo della cultura. Magari se ne vanno in giro per le periferie di una città a cercare persone da intervistare, e si rimane basiti quando ci dicono che sono scienziati.

Anche le scienze dell’uomo hanno una loro, travagliata, storia. Siamo nel XIX secolo, un periodo di grandi trasformazioni e mutamenti, un periodo che si apre con la rivoluzione francese, con un regicidio, e che non smette di produrre rivolte e rivoluzioni ovunque ed a intervalli regolari (1818, 1831, 1848). La secolarizzazione galoppa e nascono i primi stati nazioni. Le masse, a partire dalle pescivendole che schiaffeggiano Maria Antonietta, fanno il loro intervento nella storia. Studiare la società è ormai un obbligo.

Max Weber e il metodo delle scienze storico-sociali

La sociologia i suoi primissimi passi li ha mossi con Comte, positivista, paragona la società umana a un organismo, in cui ogni parte ha la sua funzione. Durkheim riprende le sue fila e il modello biologico, insistendo molto su quelli che definisce fatti sociali. Per i positivisti la società è un insieme di fatti, oggettivi, che lo scienziato sociale deve studiare per conoscerli.

Dall’altro lato la corrente storicista, con Dilthey come principale esponente, insiste invece sulla soggettività dell’esperienza e della società umana. L’accento non viene posto sui fatti sociali, anzi viene messo in discussione che si possa conoscere un oggetto in sé, come se esso avesse una realtà indipendente dal soggetto che lo studia. L’attenzione viene ora posta sul soggetto che conosce.

Una soluzione nella disputa la trova Max Weber, considerato uno dei padri della sociologia. Per Weber non è importante porre l’attenzione sulla soggettività oppure sull’oggettività, in entrambi i casi si cade nell’errore di credere che la scienza riesca a trovare la verità. Per Weber la scienza è frutto di convenzioni e accordi tra gli scienziati, l’attenzione è ora posta sull’intersoggettività.

L’avalutatività: problemi e punti di forza

Due sono i concetti principali che utilizza Weber quando parla del metodo delle scienze storico-sociali: i tipi ideali e l’avalutatività.

  • i tipi ideali vengono utilizzati da Weber per comprendere il mondo. Il mondo fenomenico è infinitamente vasto e caotico, è impossibile tentare ci conoscerlo tutto, per cui è necessario creare dei tipi ideali (delle tipizzazioni, delle generalizzazioni) al fine di poterlo conoscere ed investigare.
  • il concetto di avalutatività riguarda i giudizi di valore degli scienziati sociali. Secondo Weber non possiamo prescindere dai nostri giudizi di valore, tuttavia il ricercatore deve metterli da parte nel processo di ricerca, per non esserne influenzato nelle sue conclusioni.

La sua metodologia ha trovato un enorme successo nella sociologia e nelle scienze sociali, tuttavia ha anche incontrato delle resistenze.

Wittgenstein ad esempio sostiene che le nostre categorie di pensiero non possono essere separate dai nostri giudizi di valore, è quindi sciocco pensare di poterli separare in maniera così netta. Sulla stessa lunghezza d’onda la filosofia del linguaggio sostiene posizioni simili, i valori sono presenti all’interno del nostro linguaggio e delle parole che usiamo, per cui l’avalutatività potrebbe essere un compito più arduo di quanto in realtà supposto.

Un’altra linea di pensiero, partendo da Marx, crede invece che la scienza e il sapere abbiano un ruolo “sovrastrutturale” ovvero difendano gli interessi di un gruppo di persone. Per Marx quindi la sociologia deve essere militante, puntare allo smascheramento delle ideologie. Su questa linea, con le dovute differenziazioni, possiamo trovarci Foucault che mette sempre in guardia sui rapporti più disparati che intercorrono tra sapere e potere, e un sociologo contemporaneo come Touraine, che si schiera come attivista politico.

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