Una letteratura sommersa dal tempo: dalla Grecia ellenistica ad Ovidio, scopriamo tre curiosità sulle “Metamorfosi”

I racconti di metamorfosi furono una categoria molto diffusa nel corso dei secoli; scopriamola attraverso alcuni autori greci e latini.

Prima di Ovidio, l’ultimo cantore di Metamorfosi nel mondo classico, era fiorita un’intera e affascinante letteratura nella quale era normale che uomini e donne potessero trasformarsi in animali, piante e rocce.

1. I RACCONTI DI METAMORFOSI IN ETÀ ELLENISTICA

I racconti di metamorfosi furono una categoria narrativa molto praticata nel corso dei secoli. La maggior parte di questi racconti che ci sono giunti appartiene all’età ellenistica o alla tarda antichità, prima di allora ne abbiamo in quantità minore. Tuttavia, nonostante la maggior parte di questa produzione provenga dall’età ellenistica, già i poemi omerici costituiscono per noi una fonte di racconti di metamorfosi. Infatti in essi troviamo metamorfosi che riguardano quasi esclusivamente la magia di trasformazione, la quale ha a che fare con tutta una serie di racconti in cui ci sono delle figure divine che cambiano forma o la fanno cambiare ad altre, (ma questa è una prerogativa solo degli dei). Dunque nei poemi omerici la trasformazione riguarda gli dei ma non gli uomini; a eccezione della figura di Circe e di Odisseo che viene trasformato da Atena in un vecchio, ma si tratta sempre di una trasformazione da umano ad umano. Nelle metamorfosi di età ellenistica gli uomini invece si trasformano in elementi della natura. Generalmente nelle storie di metamorfosi il meccanismo che innesca la trasformazione ha a che fare o con una colpa, un misfatto a carico degli esseri umani, i quali dunque meritano una conseguente punizione, o ha a che fare con l’apoteosi di chi si è comportato in modo così esemplare da meritare questo premio da parte degli dei. Dopo Omero i racconti di metamorfosi continuano ad essere citati in Esiodo e nei poeti tragici, in cui ricorre spesso il binomio colpa-punizione; l’umano subisce una degradazione, passa dall’umano alle sembianze dell’animale, questo è un castigo che gli dei mandano agli uomini che non rispettano determinati comportamenti sociali.

 

2. IL MITOGRAFO ANTONINO LIBERALE

Per quanto riguarda i racconti di metamorfosi di età ellenistica ci sono più autori che si sono occupati della redazione di interi libri incentrati su di essi. Uno di questi è Nicandro di Colofone insieme a Arato di Soli. Nicandro, oltre a dei poemetti didascalici, scrisse gli “Ἑτεροιούμενα”, ovvero racconti di metamorfosi in cinque libri, su miti di eroi ed eroine trasformati dagli dei in piante o animali. Antonino liberale, il mitografo del II secolo d.C., è una figura misteriosa di cui non sappiamo nulla dal punto di vista biografico, se non per il nome che ci fa pensare provenga dalla dinastia degli Antonini. Tuttavia sappiamo attraverso un manoscritto che scrisse racconti di metamorfosi, racconti che per la precisione sarebbero 41 e non sarebbero inventati. Solo Platone infatti inventa miti nel mondo antico. Nel manoscritto sarebbero riportate le fonti dalle quali Antonino avrebbe preso questi racconti; ad essere citati tra le fonti ci sono Nicandro e Boios (forse una donna). Noi possiamo infatti ricostruire le metamorfosi di Nicandro e Boios grazie all’opera di Antonino liberale. Questa silloge di metamorfosi, allestita con ogni probabilità tra il II e il III secolo ci è stata tramandata da un codice di Heidelberg, il Palatinus Graecus 398. Le metamorfosi di Antonino liberale sono una fonte unica e indispensabile e vanno poste accanto agli scritti di Apollodoro e di Igino come testimonianza di ciò che fu l’antica mitografia. Nel passare in rassegna la lunga schiera di creature metamorfiche che popolano i racconti tramandati da Antonino liberale, è inevitabile sottolineare la riconfigurazione mitologica dello scenario che fa da sfondo agli intrecci narrativi; un motivo tipico di tutte le storie antiche di trasformazione. La prospettiva dalla quale è considerato il paesaggio è fortemente antropocentrica e tale da porre l’essere umano come scaturigine dell’universo intero, dalle entità terrestri, come alberi, sorgenti e picchi rocciosi, sino ai corpi celesti.

3. LE “METAMORFOSI” DI OVIDIO

Tra il 2 e l’8 d.C. Ovidio compose le “Metamorfosi” (Metamorphòseon libri è il titolo latino), poema in esametri dattilici di oltre 12.000 versi, diviso in 15 libri. Nel breve proemio iniziale l’autore dichiara la propria intenzione di scrivere un poema unitario, incentrato sul tema della metamorfosi e ordinato cronologicamente dall’origine del mondo fino ai suoi tempi. Il principale genere di riferimento delle “Metamorfosi” è quello epico, come mostrano la scelta dell’esametro, la narrazione continua, l’aspirazione a fondere mito e storia. Dal genere epico però Ovidio si distacca per inserire e intrecciare liberamente nel tessuto narrativo movenze e registri tratti da altri generi, come la poesia didascalica, l’epillio ellenistico o anche l’elegia romana. Letteraria, più che religiosa o filosofica, è la ricezione del mito: al grande repertorio dei miti classici Ovidio attinge con l’incanto del narratore che vede in essa innanzitutto eventi mirabili e prodigiosi, leggende avvolte dall’aurea del meraviglioso e del fantastico, cioè materia di favola e di racconto. L’atteggiamento del poeta, ora ironico e distaccato, ora partecipe e commosso, delinea la distanza tra letteratura e realtà ma non manca di proiettare nell’opera passioni e situazioni che toccano intimamente la sua sensibilità o che gli appaiono come configurazioni universali della condizione umana. Nel narrare il trasformarsi di Narciso in un fiore splendido e solitario, o del seducente Adòne nell’impalpabile ed effimero anemone, o delle Pieridi in gazze, o di Niobe in roccia, Ovidio stabilisce una rete di segrete corrispondenze tra l’uomo e la natura, anticipando quell’infaticabile ricerca dei significati riposti nell’ordine naturale su cui si sarebbe poi esercitata per secoli la cultura medievale. Lo scomporsi e ricomporsi dell’ordine cronologico produce l’effetto di un mondo non soggetto al progredire lineare del tempo storico ma piuttosto di un mondo in cui passato presente e futuro coesistono.

“L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi”

 

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