Un filo s’addipana: quando l’altro non ci ricorda più. Montale e OK di Robin Schulz

Il video della canzone OK e La casa dei doganieri raccontano il dolore di quando qualcuno a cui siamo stati legati affettivamente perde memoria di un ricordo intimo condiviso.

James Blunt nel video musicale di OK, mentre rimuove i ricordi

In una lettera del 1971 ad Alfonso Leone, Montale scrive: ”La casa dei doganieri fu distrutta quando avevo sei anni. La fanciulla in questione non poté mai vederla; andò verso la morte, ma io lo seppi molti anni dopo. Io restai e resto ancora. Non si sa chi abbia fatto la scelta migliore. Ma verosimilmente non vi fu scelta.” È il tema antiproustiano del ricordo imperfetto, del poeta che tenta invano di rievocare un’immagine passata e darle nuova consistenza. Ma senza la persona dall’altra parte diventa impossibile: un ricordo intimo, che si è condiviso in due soli, se anche uno dei due non lo ricorda più è come fosse già una piccola morte. Tutto quello che rimane è ancora un capo del filo ingarbugliato del ricordo, ma non c’è più nessuno a tenerne l’altra estremità. È la stessa trama di Robin Schulz e James Blunt nel video di OK: un ragazzo sceglie deliberatamente di rimuovere la donna amata dai suoi ricordi, tanto è il dolore che prova dopo la loro rottura. Al punto che quando la rivede, dopo la rimozione dei ricordi, ha lo sguardo vuoto; e lei si accorge di non essere riconosciuta più.

La casa dei doganieri

Il tempo de Le occasioni (1939) è un tempo che non modifica nulla, che torna sempre su di sé e che pur andando avanti non cambia, perché la memoria non funziona. Crediamo che ci permetta di trattenere le cose, ma la verità è che le nullifica. Né la memoria ci riconnette ad altro, perché alla fine siamo sempre nel presente ed anche ciò che si ricorda rimane ciò che si ricorda nel momento attuale, non più un qualcosa in sé. Uno dei più remoti componimenti della raccolta è proprio La casa dei doganieri, edito in rivista già nel 1930. La donna in questione già dal primo verso non ricorda, perché è passato tanto tempo, e la memoria del ricordo condiviso col poeta è stata sovrastata da mille altri avvenimenti. In ogni caso lei non ricorda la casa dei doganieri, sul rialzo a strapiombo sulla scogliera; e la casa è ormai distrutta, desolata, che è se vogliamo correlativo oggettivo dello stato d’animo del poeta, anche lui desolato, che attende un’impossibile ricomparsa della donna assente. Saranno necessarie altre poesie ed alcuni anni di lettere, come quella ad Alfonso Leone precedentemente citata, per capire che la donna in questione è effettivamente morta: la poesia in sé resta ambigua a riguardo. L’impossibilità che il ricordo torni nitido si fa sempre più sofferta man mano che i versi procedono: il suono del tuo riso non è più lieto ha senso sia per la lontananza della donna, ma soprattutto fatto che non riesce più a comunicare al poeta la gioia e la letizia di un tempo. Un tempo che, come si diceva prima, è destinato a cancellare la memoria: perché la memoria non è vita, ma piuttosto destino di morte. Al punto che la bussola va impazzita all’avventura / e il calcolo dei dadi più non torna. Non c’è modo cioè di orientarsi nella vita, né in virtù di strumenti razionali d’orientamento, come la metaforica bussola (che è, appunto, impazzita), né in virtù di un azzardo. E finalmente al verso 11 lo dice, che un filo s’addipana: si ingarbuglia, rendendo impossibile un ricordo nitido. Quello che fa impazzire è l’idea che la persona, dall’altra parte, non sappia più ricordare, mentre da quest’altra il poeta soffre la solitudine del ricordo. Bàrberi Squarotti, critico e poeta italiano, ha voluto cogliere qui un’allusione ancor più profonda al mito di Arianna, che diede a Teseo un filo di cui ella stessa teneva una estremità, affinché questi non si perdesse nel labirinto dopo aver affrontato e ucciso il Minotauro. Se la tesi di Squarotti fosse corretta, si dovrebbe intendere che il poeta, come Arianna, tiene il capo di un filo alla cui altra estremità non c’è però più nessuno. Eppure, quel filo, quello sciame di ricordi avrebbe forse permesso alla donna di ritrovarsi nel labirinto della vita, in cui s’era persa già dai primi versi. Nonostante tutto il poeta continua a ricordare, ma anche il suo ricordo si fa sempre più vago per il trascorrere del tempo, simboleggiato dalla banderuola di latta ormai affumicata: è ancor più difficile, oltre che doloroso, ricordare senza la persona con cui si è creato un certo ricordo. Ed io non so chi va e chi resta. La perdita dell’altra persona, lo sminuirsi del valore di un ricordo, fanno del poeta una vittima del suo stesso smarrirsi; e si ritrova incapace di scegliere se dipanare o meno la matassa, trovandosi in mano un filo che non lo collega più a nessuno.

Eugenio Montale (1896-1981)

OK: la storia dietro al video musicale

Un po’ come nel film Se mi lasci ti cancello (Eternal sunshine of the spotless mind), nel video della hit mondiale OK Robin Schulz fa letteralmente il lavaggio del cervello a James Blunt. Il riferimento al film è dichiarato, e l’intento è proprio quello di rendergli omaggio. Accanto a James Blunt abbiamo come protagonista del video Lisa Tomaschewsky, la stessa della serie TV Netflix Deutschland ’83. La storia narrata, come nel film di Michel Gondry, è quella di un ragazzo che tenta di liberarsi dei ricordi di una relazione passata. ”Il passato può far male”, diceva Rafiki de Il re leone, ”ma per come la vedo io, dal passato puoi scappare oppure imparare qualcosa”. Ha senso, come il protagonista del video musicale, voler rimuovere i propri ricordi per via del dolore? Dopo che James Blunt esce dal Memory removal e i suoi ricordi con la ragazza sono stati tutti cancellati, lei lo vede, e sembra meditare se rimuovere anche lei i propri ricordi o meno. Perché lui, a memoria eliminata, non la riconosce più; ma nemmeno lei ha più davanti la stessa persona.

Dal film Eternal sunshine of the spotless mind

Il valore dei ricordi

Ma ha senso voler rimuovere i ricordi per via del dolore? E cosa si perde in un ricordo quando l’altra persona, con cui l’abbiamo condiviso, non gli da più lo stesso valore che diamo noi? Nella Genealogia della morale (seconda dissertazione, terzo aforisma) Nietzsche sosteneva che la memoria intesa come temporalità dell’individuo si formi proprio attraverso il dolore, per cui rimuoverlo, più di ogni altra cosa, sarebbe impensabile. E inspiegabilmente l’uomo è quasi sempre mosso dalla necessità di rimuovere ogni sofferenza: ma senza questa non godrebbe di piccoli attimi di felicità, e forse non percepirebbe nemmeno sé stesso. Il senso della nostalgia d’altronde sta nell’etimologia della parola stessa: dal greco nòstos, il ritorno, che ha alla radice nas-, e cioè l’andare a casa e l’abitare, insieme al sostantivo algos, dolore. Il dolore del ritorno. Significa tornare su sé stessi, sui propri ricordi, ma ancor più difficile deve essere tornarci da soli, su queste memorie. Ciò non significa che perdano di valore o che sia meglio lasciar perdere: era il dilemma montaliano del dipanare o meno il filo, se mettere a fuoco il più possibile i ricordi, pur nella nòstos-àlgos. Ma l’entità del ricordo rimane sempre con noi, indipendentemente da tutto e indipendentemente da come la persona dall’altra parte sappia o non sappia ancora ricordarlo oggi. La differenza sta nella consapevolezza attuale di quanto una persona dal nostro passato sia stata significativa per la nostra crescita personale; e che l’altra persona renda giustizia o meno alle memorie che insieme a noi aveva creato, non significa che sia bene provare a dimenticare. Non tanto per l’altro, che nel non ricordarci come noi lo ricordiamo può anche farci arrabbiare, ma piuttosto per noi stessi, e per il valore che diamo a tutto ciò che ci a reso ciò che siamo. E cioè, prima di tutto, consapevoli del suo valore.

Noemi Eva Maria Filoni

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