Il Superuovo

Un asino “latino” ed una balena biblica ci raccontano un nuovo Pinocchio

Un asino “latino” ed una balena biblica ci raccontano un nuovo Pinocchio

Cosa accomuna Pinocchio e Giona, profeta biblico? E cosa lo avvicina ad Apuleio?

 

 

Pinocchio è una delle storie più conosciute al mondo, per via della sua bellezza, ma soprattutto per la sua trama che racconta la crescita. Così famose erano però anche le storie di Giona e Apuleio, con le sue Metamorfosi o Asino d’Oro. I simboli di questo intreccio sono due animali: la balena e l’asino.

Pinocchio visto come simbolo a partire dai modelli letterari e non

Carlo Lorenzini, detto Collodi, pubblica nel 1881-1883 il romanzo per ragazzi “Storia di un burattino. Le Avventure di Pinocchio”. In poco tempo il protagonista del libro diviene da personaggio di carta, o meglio di legno, personaggio di carne. Non perché trasformato in bambino, ma perché diviene un simbolo. Benedetto Croce, ad esempio, nella Letteratura della Nuova Italia del 1957, dice che il legno in cui è intagliato Pinocchio è quello dell’umanità stessa. 

Ognuno di noi conosce le tappe del suo viaggio, divenute poi tappe obbligate anche per la nostra di crescita. Di questi episodi sono state date molteplici interpretazioni e possiamo parlare di due filoni principali d’interpretazione, senza occuparci della trama. 

La prima vuole immergere nella tradizione esoterica il tessuto della storia, costellata da vicende di facile lettura simbolica e magica, una visione in linea con gli episodi fantastici narrati. 

La seconda si propone invece di leggere teologicamente l’esperienza di Pinocchio, come una sorta di pecorella smarrita che ritorna all’ovile. Figlio-Pinocchio, Padre-Geppetto, e Spirito Santo, o principio della grazia, Fata Turchina.

Quale che sia il significato più profondo da attribuire al viaggio del burattino, è indubbio che esso sia intriso di cultura popolare e soprattutto che la storia stessa faccia riferimento a degli episodi letterari precedenti. In particolare per quanto riguarda la chiave “magica” si pensa alle Metamorfosi, o Asino d’Oro, di Apuleio del II secolo d.C., e per quanto riguarda invece la chiave “religiosa” una delle fonti è senza dubbio il Libro di Giona, redatto presumibilmente tra il 530 ed il 500 a.C, ed inserito sia nell’Antico Testamento, personaggio presente addirittura nell’affresco della Cappella Sistina, proprio sopra il Gesù glorioso.

L’asino Lucio e la lettura esoterica di Pinocchio

L’idea che magia e religione siano due entità distinte si fa piede nella cultura occidentale nella teoria evoluzionista, in maniera più precisa a partire dal 1871 con Tylor, poi con la celebre opere di Sir James Frazer, Il Ramo d’oro. Egli sostiene che la magia sia una sorta di “scienza sbagliata” e ne classifica gli aspetti fondamentali. Ovviamente la magia e le scienze esoteriche non vengono considerate come plausibili dalla religione Cattolica che ne condanna ogni aspetto, sebbene poi sia la stessa che benedice l’acqua santa. Il punto forse stava nel riconoscere il fine che la magia voleva perseguire e capire che essa era l’espressione di una coscienza collettiva; tramite dei riti, questa coscienza, pensava di poter influenzare eventi, fenomeni fisici e persone. Gli incantesimi assomigliavano molto alle preghiere, a conti fatti, cambiava soltanto la funzione. 

Le opere dell’antichità erano colme di formule magiche che venivano accettate dalla collettività e le Metamorfosi di Apuleio non lo nascondono affatto. La trama del romanzo è intricata ma l’episodio che ci interessa è anche quello che dà il titolo alternativo dell’opera ovvero l’Asino d’oro, citato in questo modo proprio da uno dei padri della chiesa, sant’Agostino. 

La caratteristica principale del protagonista Lucio è proprio la  sua curiosità. Egli, arrivato a Hypata presso una maga della Tessaglia, celebre terra di maghe come Medea o Erittone, viene trasformato in asino per via del suo eccessivo desiderio di conoscenza, pur mantenendo la ragione umana. Voleva divenire un gufo, simbolo della “glaucopide” Minerva/Atena, diviene invece somaro e da qui prendono il via le sue peripezie. 

È doveroso ragionare sulle parole e sui materiali: se Pinocchio è di legno ed è un burattino, dunque un quasi-uomo, così è Lucio. A Pinocchio si va addirittura ad aggiungere la qualità di “asino”, spinto anche lui dalla troppa curiosità. Diviene animale e viene venduto al circo. Scovato dalla Fata Turchina lo salva dopo la formale condanna a morte di Pinocchio. Anche Lucio a Corinto scappa da un’arena dove si esibiva, ed, addormentatosi in riva al mare, riceve in sogno la rivelazione che gli permetterà di diventare umano e adulto, felice. Proprio il mare gioca un ruolo fondamentale nella scoperta di sé, esattamente come la luce, che dai due protagonisti viene persa.

Pinocchio tuttavia deve affrontare un’ulteriore prova di buio: il pesce-cane. 

La “balena” di Giona e la sua rappresentazione in Pinocchio

Pinocchio viene inghiottito dal pesce-cane mentre insegue nel mare una capretta turchina, simbolo della Fata, moderna Iside o persino Madonna, e che non riesce, ancora una volta, a raggiungere. Il pesce-cane è un animale mostruoso, figlio di mitologie antiche. Vi trova nel ventre suo padre Geppetto, partito due anni prima per cercarlo ed un Tonno filosofo, che aspetta passivamente il compiersi del proprio destino. Nel buio del ventre scorge la luce fioca di una candela e la insegue così come insegue il proprio desiderio di divenire finalmente umano. 

Il pesce-cane è uno dei tanti mostri marini incontrati nelle storie di tutta l’umanità. Ciò che appare bizzarro sembra tuttavia ritrovarlo in un episodio biblico, appunto nel libro di Giona, il più popolare di tutti i racconti profetici. 

Egli è definito come il profeta più umano di tutti perché, fondamentalmente, compie azioni umane, errori umani, si lamenta di ciò che deve fare e scappa dai suoi impegni. Viene anche visto come  prefigurazione del messia nel Vangelo Secondo Matteo (12,40). Il libro si compone di quattro capitoli ed è una parabola.

Questa parla del compito lui assegnatogli da Dio in persona: deve andare a Ninive a convertirne la popolazione ma, non ne ha voglia e così scappa “lontano dal signore” (Gio,1,3), su una nave che viene investita da una tempesta  per volere divino, mentre Giona dorme tranquillamente. Gli altri marinai, spaventati, invocano i loro dei, soltanto Giona tace. Successivamente decidono di tirare a sorte per capire perché il mare infuriasse e decidono anche di gettare in mare Giona. Dopo essere stato inghiottito dagli abissi, finisce dentro il ventre di questo “grande pesce”, a causa della sua disubbidienza, proprio come Pinocchio. All’interno del pesce rimane tre giorni e tre notti, come Cristo. Ne esce solo dopo aver recitato un salmo, lo stesso che proporrà agli abitati di Ninive. Questi ultimi  si convertiranno immediatamente, tra l’altro troppo facilmente secondo Giona, viste tutte le sue peripezie, e proprio per questo si lamenta sulla spiaggia di Ninive, mai contento, davvero il più umano dei profeti.

Più che balena o squalo, a questo pesce vengono attribuite delle caratteristiche morali,  in quanto simbolo di punizione, come i pesci primordiali di Giobbe. Sembra quasi si tratti di una discesa agli Inferi, nei budelli danteschi di Lucifero, o, in questo caso, di Lucignolo. 

Pinocchio è la storia di un burattino che è tutti noi, preso dai fili di una curiosità mai soddisfatta, figlia del desiderio di conoscenza che rischia sempre di farci cadere nei tranelli di un destino molto più grande di noi. È la storia dell’iniziazione al mondo di “grandi”, che fa paura, ed allo stesso tempo ci affascina perché, alla fine, ognuno ha il proprio ventre di balena. 

 

 

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