Tutto questo niente sarà tuo: Marracash come Schopenhauer nell’eterna insoddisfazione umana

Il brano ”Tutto questo niente” di Marracash riletto alla luce della filosofia schopenhaueriana.

Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash

Un giorno avrai tutto, ma questo tutto è il nulla più totale: parola di Marracash. La quattordicesima traccia dell’ultimo album del rapper di Barona, quella che rappresenta gli occhi, parla esattamente di questo. Anche dalla cima del successo la sensazione di vuoto è inevitabile, al punto che, forse, l’unica possibile carica emotiva resta e sempre resterà relegata alla fatica del percorso. L’insoddisfazione è inesorabilmente connaturata all’essere umano: ma questo lo diceva già Schopenhauer.

Tutto questo niente sarà tuo

Puoi avere tutto e lo avrai. Ma Marracash avverte: all’apice del successo davanti a te non vedrai che il vuoto. E non a caso sono gli occhi la parte del corpo a cui il brano si riferisce: sia una sensazione interna che l’impatto visivo. ”Tutti questi fan, tutte queste bitch / tutte queste Nike, tutti questi like un giorno li avrai / tutti quei lacchè che aprono privé / come i grandi eroi, ponti levatoi, bro, saranno tuoi / tutti questi viaggi in prima verso spiagge e cartolina”, ma nemmeno loro colmeranno il vuoto. Si tratta solo di riempire il tempo. E Marracash continua infatti a ripeterlo in sottofondo: ”cento cose mi tengo in moto / riempio il tempo e non colmo il vuoto”. A confermarlo fa intervenire anche Tony Montana, protagonista di Scarface, che chiede deluso all’amico Manny se è tutto qui e se è per questo che ha fatto la fatica che ha fatto. E ”Tutto questo niente è meglio del niente che avevi prima” è l’unica risposta che riesce a ottenere. Finché non vediamo comparire, finalmente, anche la parola noia, concetto dalle profonde radici filosofiche e che qui porta la firma di quel Vasco che già la cantava nel suo omonimo brano del 1982. È poi il turno di Bojack Horseman, l’uomo-cavallo protagonista della serie TV Netflix: l’insoddisfatto cronico e l’eterno infelice, che cerca di sedare la sua depressione ubriacandosi e drogandosi fino a perdere i sensi. Bojack ha ottenuto tutto dalla vita, e da allora è rimasto incapace di perseguire o anche solo immaginare la sua felicità. Vorrebbe stare meglio, ma non ci riesce. Il cavallo che porta su di sé il peso e la profonda essenza della natura umana.

Tony Montana e Manny Ribera in una scena di Scarface (1983)

Schopenhauer e la tragedia della vita

La voluntas irrazionale che vuole affermare sé stessa infinitamente agisce, spiega Schopenhauer, su esseri finiti, e quindi gli esseri viventi. Per questo l’uomo è sempre insoddisfatto: quand’anche soddisfa un suo desiderio lo stato di appagamento che segue è circoscritto a un brevissimo istante. L’unico piacere cui si possa ambire è una momentanea cessazione del dolore. Questo perché raggiunto un obiettivo anche il piacere termina il suo corso, così che subentra la noia, per Schopenhauer la peggiore delle sofferenze. Un taedium vitae di già lucreziana memoria. Per continuare a vivere allora non si può che tornare a rincorrere quello seguente: e così in eterno, fino alla morte.

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

L’eterna insoddisfazione dell’essere umano

La vita è un pendolo tra la noia e il dolore, e va bene così. Perché anche una volta preso atto di questo non riusciamo a smettere di fare quel che facciamo. Gli stessi filosofi che hanno fatto propria questa consapevolezza, da Pascal a Schopenhauer, comunque ricercavano una soluzione, un risvolto altro della questione e un qualcosa in più, trovandolo poi l’uno in Dio e l’altro nell’arte. Lo diceva Costantino Kavafis in Itaca, la poesia del 1911 che lo ha reso celebre: ”E se la troverai povera, non per questo Itaca [simbolo della meta] ti avrà deluso / perché saggio ti avrà reso il cammino, e tu avrai capito il vero significato di Itaca”. E cioè, per dirla in termini pascaliani, non bisogna chiudere gli occhi di fronte alla propria miseria, ma abbracciare la propria condizione. Perché per quanto possa essere un tormento non ci sarebbe possibile fare altrimenti. Ed è una condanna. Ma senza di essa non saremmo umani.

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