Tra mito e desiderio d’amore: storie di metamorfosi da Ovidio a Guccini

Ciò che è reale nella mitologia è solo un desiderio in Guccini: o forse no?

Tra desiderio e mito d’amore. Tra aria e acqua, tra terra e fuoco. In questo scenario si collocano questi tre miti, raccontati da Ovidio nelle sue Metamorfosi. Ma il diventare altro da sé è anche quello che si augura Guccini nella “Canzone delle Colombe e del Fiore”. Metamorfosi forse impossibili per il cantautore di Modena, che via via vengono sostituite da desideri più realizzabili; ma di certo possibili nel mondo in divenire del poema di Ovidio.

Aria: Procne e Filomela

Amore, s’io fossi aria, le tue rondini vorrei
Per guardarmele ogni minuto e farle volare negli occhi miei
Quelle rondini bianche e nere che anche mute dicono tanto
Tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di pianto

Le parole di Guccini ci portano nella dimensione aerea del vento. S’i’ fosse vento, non tempesterei il mondo, ma aiuterei le rondini a volare. E per quando gli uccelli sono stanchi, vorrei avere una torre colombaria:

Per far posare le tue due colombe stanche di volare in aria
Vederle alzarsi dritte nel cielo e atterrare fra le mie mani
Per carezzarle dentro ai miei oggi e baciarle fino a domani

L’aria e gli uccelli incorniciano il mito di Tereo. Il re della Tracia, grazie alla sua virtù militare, ottiene in moglie Procne, figlia del re di Atene Pandione. Cinque anni trascorrono felici, allietati anche dalla nascita di un figlio, Iti. Ma Procne sente nostalgia della sorella, Filomela, e prega il marito: “permetti che io vada a trovare mia sorella, o fa’ venire lei da me”. Tereo salpa per Atene, ma quando incontra Filomela il desiderio lo assale, “come avviene quando si appicca il fuoco alle aride spighe”. Tereo è il predatore, Filomela l’inconsapevole vittima. Appena scendono dalla nave, il re della Tracia violenta la ragazza. Filomela minaccia di gridare al mondo lo stupro, allora Tereo le mozza ferocemente la lingua e la violenta di nuovo.

Al cospetto di Procne, simula il suo dolore, narrando che Filomela sia morta e costruendo per lei una tomba. La ragazza invece è sempre rinchiusa nella stalla, e per avvisare la sorella tesse un arazzo che denunci il delitto. Passano dodici mesi. La tela arriva a destinazione, e Procne “si concentrò unicamente sul progetto della punizione da infliggere al colpevole”.

È la notte dei Baccanali: Procne libera la sorella, e mentre pensano come uccidere Tereo arriva Iti. Procne gli sussurra “Come somigli a tuo padre” prima di ucciderlo. Cucina le sue carni, le serve a Tereo. Mentre mangia, il re chiede dove sia suo figlio. La risposta della moglie è spietata: “colui che cerchi, lo hai dentro”. Tereo si avventa sulle due sorelle con la spada sguainata “ed ecco, si sarebbe detto che i corpi avessero ali”. Tereo si trasforma in upupa, Filomela in usignolo, e Procne in rondine. Ma a differenza di quelle di Guccini, per questa rondine sono eterni i momenti di pianto.

Tereo scopre di aver divorato Iti in quest’affresco situato a Bologna

Acqua: Leucotea e Palemone

Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele
Quando ridi o quando mi parli in me si gonfiano mille vele
Quando un sogno od un tuo segreto ti fan seria e sembri rubata
Guizzan pesci tra i tuoi due fiori, rivive l’anima mia assetata

Mille vele sono strappate dalla tempesta. In soccorso dei naviganti arriva la Dea Bianca, colei che cammina sulla spuma del mare. Leucotea. Quando era una donna mortale, il suo nome era Ino. Era la figlia di Cadmo e Armonia, sorella di Semele, seconda moglie di Atamante. Dopo la morte di Semele, persuase il marito – che prima aveva obbligato a sacrificare Frisso ed Elle, figli della prima moglie Nefele, poi salvati dal vitello d’oro – ad allevare il piccolo Dioniso. Era, adirata, fa impazzire Atamante: quando vede Ino coi due figli, Learco e Melicerte, li scambia per cervi:

Le strappa dal petto Learco, che gli sorride, tendendogli le piccole braccia, lo fa roteare nell’aria tre o quattro volte come una fionda e con furia selvaggia sbatte il visetto del bambino contro una dura roccia.

Ino scappa, portando il figlio tra le braccia. Arrivata in cima a una scogliera, si getta in mare. “Al tonfo, l’onda ribolle di bianca schiuma”. Su preghiera di Venere, Nettuno toglie ai due malcapitati ogni caratteristica mortale: anche il nome muta, lei diventa Leucotea e il figlio viene chiamato Palemone, il dio dei porti. Madre e figlio trovano finalmente pace tra i pesci guizzanti del mare.

Odisseo e Ino, Alessandro Allori, 1580

Terra e fuoco: Clizia e Leucotoe

Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa
Perché l’anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa
Quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada
Misteriosa come la sera, balenante come una spada

La rosa e la spada che brilla. Il girasole e l’astro da seguire. Fiori e luce, terra e fuoco si mischiano nell’ultimo mito, quello di Clizia. Lei è una delle figlie di Oceano e Teti, amata da Sole. Ma il dio si invaghisce di un’altra donna, Leucotoe, figlia di Eurinome e Orcamo. Il Sole assume l’aspetto della madre per avvicinarsi a Leucotoe, e quando sono soli si rivela nella sua abbagliante bellezza:

Io sono colui che regola la durata dell’anno, che vede tutto, e che dà agli abitanti della terra la possibilità di vedere. Io sono l’occhio del mondo. Tu mi piaci, credimi.

La ragazza si concede al dio. Clizia gelosa fa in modo che Orcamo venga a sapere che la figlia non è più vergine: e quando lei indica il Sole nel cielo accusandolo di aver abusato di lei, il padre adirato la fa seppellire viva. Il Sole non vuole abbandonarla, i suoi raggi scavano nella terra. Promette davanti al suo cadavere “tu sarai comunque in grado di raggiungere il cielo”. E dalla terra bagnata sorge la pianta profumata dell’incenso.

Aver eliminato la rivale non basta a Clizia per conquistare l’amore del Sole. Si siede sulla nuda terra, folle, coi capelli spettinati.

Per nove giorni non bevve e non mangiò, cibandosi solo di rugiada e di lacrime, senza muoversi da dov’era: si limitava a guardare il volto del dio che passava nel cielo, e ne seguiva il percorso col volgere del capo.

Il suo corpo si asciuga, i capelli diventano petali, le membra foglie. Diventa un eliotropio, o un girasole. Ma nel giardino del Sole c’è solo un profumo d’incenso, non di girasole. La rugiada su questo fiore forse è solo una lacrima salata che cade per terra.

Apollo e Clizia, Andrea Appiani, 1800

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