Tornatore e Socrate ci dicono come diventare chi siamo: l’autorealizzazione nel Cinema Paradiso

“Scoprire chi siamo”: uno dei dettami della filosofia e, di conseguenza, uno dei problemi maggiori dell’essere umano. Giuseppe Tornatore e Socrate hanno lasciato delle tracce molto forti a riguardo: rispettivamente Nuovo Cinema Paradiso e il concetto di Dàimon. 

Nuovo Cinema Paradiso è un film del 1988 scritto e diretto da Giuseppe Tornatore. Tra i suoi numerosi premi, vanta anche l‘Oscar come miglior film straniero e il Grand Prix della giuria al festival del cinema di Venezia. A distanza di anni, Tornatore riesce a raccontare non solo la vicenda di Salvatore, bambino vivace e innamorato del cinema, ma la storia di tutti noi, nella battaglia che combattiamo contro noi stessi nella scoperta di ciò che amiamo fare. Socrate si occupò della stessa questione, in maniera diversa perché diversi erano i tempi e i mezzi, ma il collegamento fra i due è la dimostrazione che l’uomo, nel cambiamento più radicale, rimane in fondo sempre lo stesso.

Il demone nella realizzazione di se: il piccolo Salvatore

Socrate definisce il dàimon come “guida divina”. Una sorta di entità che ci guida nelle decisioni e nelle azioni quotidiane. Attraverso il dàimon abbiamo coscienza di noi stessi, e di conseguenza di ciò che vogliamo, di ciò che proviamo e di ciò che amiamo. Si tratta di una sorta di angelo custode, di qualcosa che ci accompagna e salvaguarda. Il dàimon socratico è ciò che sarebbe stato chiamato, dopo l’avvento del Cristianesimo, “voce della coscienza”. Oltre ad all’accezione di guida protettrice, il dàimon ha funzione anche paideutica. Avere coscienza di se significa conoscere sé stessi, scoprire i propri talenti. La vicenda del Nuovo Cinema Paradiso parla esattamente di questo. Il piccolo Salvatore, detto Totò, si innamora perdutamente del cinema e in particolare del mestiere del proiezionista, che negli anni 40, nei quali è ambientata la storia, era ancora come un lavoro di artigianato, un’arte a tutti gli effetti. Totò dovrà lottare duramente per ottenere il pieno dominio del suo talento, tra le difficoltà dovute alla religiosità della società e alle necessità familiari.

La paura nello scoprire il proprio demone: famiglia e società

Uno degli aspetti che Socrate ritiene fondamentale è la sfrontatezza. Non lasciare le cose a se stesse, ma intervenire e partecipare. Non è un caso se il punto focale della sua azione filosofica era nel dialogo. Impossibile capire, pensare e conoscere se non si parla, non si guarda e non si partecipa. Nel conoscere se stessi funziona allo stesso modo. Che cosa succede però quando le ingerenze esterne ci causano difficoltà? Totò riesce comunque a raggiungere il proprio obbiettivo, grazie non solo alla sua forza di volontà e alla sua furbizia, ma anche grazie all’aiuto di Antonio, il proiezionista del Cinema Paradiso, il quale gli insegnerà il mestiere con l’amore di un padre. Totò però avrà a che fare prima di tutto con l’autorità della madre, la quale non accetta la passione del figlio poiché questa lo distrae dai doveri di casa. Il protagonista si appassiona soprattutto ai film d’amore. Il Cinema Paradiso è però gestito dalla parrocchia, che censura ogni scena d’amore contenuta nelle pellicole, limitando dunque sia la passione di Totò, sia la gradevolezza nella visione agli altri spettatori. Il contesto in cui si cresce è dunque un aspetto preponderante nella scoperta di se stessi e nella formazione del proprio dàimon. Un esempio può esserci nello sport: nei paesi dove uno sport è più popolare, cresceranno atleti migliori rispetto ad altre discipline, magari relegando in seconda fila tutti i talenti che si discostano dal trend topic. La predisposizione che il contesto familiare ha nell’aiutare i giovani ad esprimersi è spesso limitativa più che incentivante. Basti pensare alla tradizione del nepotismo: figli di notai che diverranno notai, figli di fornai che diverranno fornai. Il dàimon al contrario, come insegna Socrate, è qualcosa che avrebbe bisogno di massima libertà per potersi esprimere al meglio ed ogni ingerenza restrittiva esterna è un danno incalcolabile, in termini di tempo e di sviluppo.

Il Dàimon oggi: la realizzazione nella cultura di massa

Totò viveva in un’epoca in cui la realizzazione di se era sicuramente più semplice. Come Tornatore mostra esplicitamente, il livello di istruzione era mediamente basso e il lavoro manuale era il più diffuso. Oggi le competenze sono decisamente altre. Abbiamo accettato di collaborare con le macchine, lasciando loro dunque molti lavori che prima erano svolti dagli umani. Questo riduce di gran lunga la scelta. Ovviamente il fatto che le competenze siano cambiate non vuol dire che siano diminuite, è diminuita semplicemente la varietà di esse. Le competenze di tipo tecnologico e digitale sono le più richieste. Un sistema economico basato sulla competizione, come quello attuale, impone velocità ed efficienza nel breve termine, lasciando indietro la maggior parte delle persone. Questo è un esempio decisamente calzante per quanto riguarda il rapporto fra società e realizzazione di se. Abbiamo già detto di come il dàimon socratico abbia bisogno di libertà assoluta, per potersi esprimere al meglio. Ad oggi ciò sembra difficile. L’individuo è impegnato nella ricerca di ciò che è utile e di ciò che gli permette di competere con gli altri, il che è una forte limitazione per quanto riguarda lo sviluppo di un talento diverso. Laddove c’è competizione, c’è qualcuno che perde. Sconfitta e vittoria ci dicono che qualcosa è peggiore o migliore di qualcos’altro, in funzione di un obbiettivo che non sempre è condiviso. In realtà però, il talento e la volontà personale è qualcosa che va coltivato indipendentemente da ciò che il mercato richiede. Pensiamoci. Quanto tempo rubiamo al nostro vero interesse mentre ci impegnano con uno sforzo eccessivo a sviluppare delle competenze che, oltre a non essere le nostre, sono volute da altri?

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