Tony Soprano: l’uomo, il potere e la solitudine analizzati tramite il paragone con Madame Bovary

Il fascino del potere ha sempre condizionato le ambizioni dell’uomo, ma la conquista di esso è sinonimo di felicità o di perenne insoddisfazione? La risposta attraverso Tony Soprano e Flaubert

I protagonisti della serie

Siamo abituati all’immagine della perfetta famiglia mafiosa senza crepe, retta da un leader senza scrupoli e privo di sentimenti. “The Sopranos” rappresenta un esempio di serial tv che infrange i canoni classici entro i quali solitamente viene raffigurata la malavita organizzata, ed anzi ne mette in luce le debolezze e le contraddizioni di tutti i giorni, descrivendo l’inesorabile declino del suo capo.

“The Sopranos” come ritratto della società

“La più grande opera della cultura pop americana dell’ultimo quarto di secolo” così il New York Times ha descritto la serie TV “The Sopranos”, creata dal regista David Chase, nel 1999, anno di esordio della prima stagione. E se anche vent’anni dopo si può effettivamente definire esatta quest’affermazione, il merito è senza dubbio dell’immenso talento del suo protagonista, il compianto James Gandolfini aka Tony Soprano. Quest’ultimo infatti risulta come uno dei personaggi meglio scritti, e probabilmente più seguiti, di una serie TV. Tony è un gangster italo americano, a capo della famiglia del New Jersey, in stretto rapporto con una delle cinque famiglie di New York. Sposato con Carmela, ha due figli, Anthony Junior e Meadow, ed inoltre un rapporto molto burrascoso con la madre Livia, lo zio Corrado Junior e la sorella Janice. Come tutti i boss ama la storia ed i film sul crimine organizzato, specialmente Il Padrino ed Il Padrino parte seconda ai quali la sceneggiatura fa continui riferimenti. Dopo aver analizzato la sua figura all’interno della trama, bisogna specificare che “The Sopranos” non è la semplice serie ispirata ad un film di mafia, che raffigura cioè il solito stereotipo del malvivente, o che si limita a sparatorie e omicidi. Almeno, non lo è del tutto. The Sopranos descrive la nostra monotonia. Le discussioni col figlio depresso, le strepitose (cinematograficamente parlando) sfuriate con la moglie, una splendida Edie Falco, le chiacchierate con la figlia eternamente indecisa… insomma, eventi di una famiglia, nella quale, se ci sforziamo un po’(neanche troppo), possiamo trovare anche noi, ad interpretare un ruolo. Ed è questo ciò che colpisce nella serie, lo studio antropologico della società fatto attraverso il suo protagonista, Tony.

Tony ed il lato antropologico di un boss

La figura del personaggio principale non è soltanto associata alla sua natura violenta, senza scrupoli e ipocrita, che lo identifica, ma trova solidità e ha la sua base proprio nelle sue fragilità. Tony infatti è zeppo di debolezze. Tanto instabile da dover andare dalla psicanalista (la dottoressa Jennifer Melfi) per curare i suoi continui attacchi di panico. Ed è proprio nelle visite svolte con “la strizzacervelli” che risiede l’anima dell’opera. Qui si può vedere il Tony umano, che racconta le sue aspre liti in famiglia, il suo legame d’odio con la madre, ed i suoi continui rimpianti per atroci crimini commessi a causa dei doveri imposti dalla sua posizione. Eccolo, il lato profondo che anche un boss può avere. E nonostante la sua insaziabile sete di potere, che non lo soddisferà mai pienamente, lui è sempre lì, alla ricerca di qualcosa di più: la serenità, la felice ma remota possibilità di non essere solo tra tante facce conosciute e sorridenti, di non annegare nella depressione. Il male peggiore di cui soffre, che lo attanaglia, che lo fa sentire “un clown triste che fuori continua a ridere e dentro piange”.

Madame Bovary

Il confronto con Madame Bovary

Emma Bovary, protagonista del celebre romanzo di Gustave Flaubert,  viene più volte citata durante lo spettacolo televisivo. Il paragone con il capofamiglia del New Jersey è inevitabile. Come afferma Jason Jacobs nel suo studio Violence and therapy in “The Sopranos”, “Tony è un personaggio complesso, vero e proprio uomo medio americano in tutto e per tutto” E tale complessità rispecchia l’impianto narrativo della serie. Da ciò l’accostamento di Tony a Emma Bovary, in cui si ritrovano mentalità popolare, aspirazioni e ipocrisie borghesi. Una commistione di situazioni e sentimenti che generano frustrazioni sociali e familiari alle quali Emma prova a reagire con il tradimento prima e infine col suicidio. Tony, invece, cerca riparo nella psicanalisi, ma rimane incastrato in un sistema che non lo gratifica affatto, perché crede di dovergli appartenere per forza. Finisce così col portare la sua terapeuta a vivere il suo stesso stato in una sorta di pericoloso controtrasfert. Qui risiede il nucleo della serie. A noi interessa la parte sensibile del boss, gli affari fanno solo da cornice. Il resto, e chi ha visto la serie sa a cosa mi riferisco, è solo buio.

Risulta necessario specificare come lo show non punti ad idolatrare il comportamento del suo maggiore personaggio. Ma anzi ci porta a dipingere il grande criminale come un uomo in declino, contro cui però è facile puntare il dito, senza renderci conto che nella sua quotidianità familiare e comportamentale potrebbe somigliarci. Siamo tanto diversi da lui? Ci comporteremmo in maniera diversa al suo posto? O restiamo semplicemente, in una società decaduta, “due facce della stessa ipocrisia”?

 

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