Il Superuovo

Ti sei mai chiesto dove finiresti nella Commedia di Dante? Te lo spiega il contrappasso

Ti sei mai chiesto dove finiresti nella Commedia di Dante? Te lo spiega il contrappasso

Se applicassimo la legge del contrappasso dantesco nell’età contemporanea, quali peccati sarebbero puniti più severamente?

 

Se Dante incontra l’Inferno nel mezzo del cammin della sua di vita noi abbiamo imparato a leggerne gli abissi nei primi passi della nostra vita. Un cammino che si interseca con la straordinarietà delle immagini di punizioni che ci regala, originali e quantomai attuali. Cosa cambierebbe se applicassimo le sue leggi alla contemporaneità?

La legge del contrappasso dantesco ieri e oggi

La legge del contrappasso si presenta in forma di estrema semplicità, per quanto articolata possa sembrare. Si divide infatti in contrappasso per analogia o per contrasto. Come dicono le parole stesse, quando si tratta di analogia si ha una ripetizione della propria colpa nella pena assegnata, in uno spazio atemporale, una ripetizione continua e meccanica dei propri errori. La dannazione eterna si specchia nella reiterazione eterna della convinzione nel compiere errori. Quando si procede invece per contrasto si riverbera invece il contrario delle proprie azioni in terra. 

La prima delle due modalità, derivante dalla legge del taglione stessa, è quella che vede la famosa scena dei golosi con Ciacco nel VI dell’Inferno che si rotolano nel fango, dei lussuriosi trasportati dal vento delle passioni, o, nella più articolata forma, nella V bolgia, dei barattieri, ovvero quelli che noi oggi chiameremmo politici corrotti, immersi nella pece bollente, vischiosa come le loro azioni. 

La seconda invece va a descrivere l’antitesi delle proprie colpe, così Dante descrive infatti gli adulatori, che per via del loro interesse smodato verso le lodi altrui rimangono immersi nella sostanza più indecorosa possibile: lo sterco. 

L’Inferno è del resto un cono rovesciato ed a seconda della profondità di questo imbuto, la colpa è più o meno grave. Vi sta Minosse ad assegnare il grado. Vediamo dunque quali sono le divisioni dell’Inferno. 

 

I sette peccati capitali e non solo

Secondo la divisione aristotelica, e la rielaborazione che di essa fa Dante auctor, i peccati si dividono in tre fasce principali: incontinenza, matta bestialitade – o violenza- e malizia -o frode. 

I sette peccati capitali sono posti nell’Alto Inferno, tranne la superbia, che ha invece una collocazione tutta particolare, vista infatti come peccato primigenio e origine di tutti gli altri. Troviamo infatti, in ordine di peso secondo la concezione dantesca ed anche la dottrina cattolica medievale prima i lussuriosi, trasportati da un vento che rappresenta le loro passioni ed i golosi nel III cerchio, come ricordavamo sopra; l’avarizia e la prodigalità, che si rinfacciano la loro colpa gridandosela addosso; gli iracondi e gli accidiosi, immersi nella palude Stigia; poi  gli eretici, che forse proprio peccarono di superbia, nelle arche infuocate. Questo peccato introduce i successivi. Scopriamo infatti la violenza dipingersi in tinte fosche e sanguinolente, che si estende per tutta la superficie del fiume Flegetonte, dunque della bestialità, sotto l’egida di una violenza colposa ma non intenzionale. 

Solo dopo aver superato l’Alto Burrato si entra nelle Malebolge, patria della frode. La superbia non è del resto esplicitamente presente con una sua punizione ben definita perché pervade tutte le azioni precedenti e successive, una conditio sine qua non i peccati più gravi non possono nemmeno esistere. Nel Basso Inferno sono rappresentati tutti i peccatori ed i peccati considerati come più ingegnosi. Sono peccati che colpiscono con la mente e non con il corpo, che si sporcherebbe. Sembra quasi che la loro colpa coincida con l’utilizzo della ragione senza porsi un limite.

Immagine e simbolo di questa parte di Inferno è Ulisse stesso. Poi immersi nel Cocito sono i traditori, con Lucifero a completarne la geografia. Solo dopo aver attraversato la natural barella Dante e Virgilio finalmente uscirono a riveder le stelle.

Nella struttura infernale risiede forse il nodo più complicato del problema relativo alla società contemporanea. Se paragonassimo infatti l’Inferno immaginato da Dante ad un carcere eterno scopriremmo che molti dei peccati puniti nelle viscere della terra hanno meno peso per la bilancia della giustizia contemporanea. 

Come la società contemporanea punirebbe i peccati capitali

Bisogna innanzitutto capire che la società odierna vede come più gravi i reati connessi alla persona fisica che alle ricchezze. Questo non era vero, o almeno, aveva una gravità diversa nell’epoca medievale. Difficilmente  puniremmo alla dannazione eterna un goloso dal momento che la golosità è ormai di molti, così ci riconosciamo come dannabili anche per la lussuria. Quest’ultima infatti può essere letta in due sensi differenti, sia come eccesso sessuale che come eccesso nel lusso. Risiede nella parola stessa l’idea di devianza, di obliquità. 

Per esempio facciamo riferimento alla pedofilia. Se nel Medioevo l’età media per il matrimonio era quella dei 14 anni per le donne e 16 per gli uomini, non si poneva alcun problema etico o morale nella pedofilia, ed in un certo senso, anche nello stupro. I crimini sessuali non erano contemplati nella maniera in cui li leggiamo noi oggi. Così per noi dovrebbe essere un omicida quello ad occupare la parte più viscerale dell’Inferno, vi troviamo invece i falsari, i simoniaci, gli ipocriti. 

Il trucco sta nel riuscire a comprendere che la Divina Commedia è figlia del proprio tempo e se venisse scritta oggi troveremmo tanti tipi diversi di peccato. A conti fatti, i sette peccati capitali non sono più capitali nel senso che ci costano la testa, ma capitali perché costituiscono una ricchezza per chi li pratica.

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