Il Superuovo

“The wolf of wall street” ci racconta l’economia che diventa sempre più finanziaria

“The wolf of wall street” ci racconta l’economia che diventa sempre più finanziaria

Sesso, droga e denaro. I tre imperativi della vita di Jordan Belfort, imprenditore carismatico e senza scrupoli interpretato da Di Caprio nel celebre film. 

Dubbi morali ed esistenziali a parte riguardo quel genere di vita, il problema dell’economia che diventa sempre più finanziaria è un problema che riguarda tutti. Sempre al centro di dibattiti tra economisti e scienziati sociali.

Wall Street e la vita frenetica

Non importa se è martedì, giovedì, se piove o se fa freddo, se è morto il papa oppure se è un giorno di festa. Qualche borsa è aperta. Sempre. Come in un racconto di Kafka i bambini contemplano, stupendosi che c’è qualcosa che non dorme mai, sempre impegnata a girare e fare profitti. Economisti e maghi della finanza, guru e semplici illusi, riversano emozioni e calcoli in favore di azioni, derivate finanziarie e altri investimenti.

Jordan Belfort è il protagonista di “The wolf of wall street” e racconta la vita privata di un giovane broker ambizioso e privo di scrupoli che vuole arricchirsi e fare arricchire i suoi dipendenti. Le cifre diventano esorbitanti, milionarie, e il film racconta la storia di come tanta fuffa viene venduta per diamanti. Di tutti coloro che perdono i loro risparmi, spesso ai broker non interessa.

Tuttavia questo non vuole essere un racconto morale su quanto la finanzia sia giusta o sbagliata, o su quanti scrupoli morali e religiosi debbano farsi i broker. Il film mette in luce una realtà certo complessa e anche spiacevole (per alcuni invece molto ammirata), ma di certo non è un nostro problema sapere se un broker si diverte a pippare cocaina oppure a pagare 500 dollari una escort per vederla in momenti poco fini. Quello che qui interessa è vedere le conseguenze di questa finanziarizzazione dell’economia, conseguenze che ci riguardano da vicino.

La svolta neoliberista e la finanza

Dite neoliberista durante una conversazione e potrete osservare le reazioni più disparate. Molti rimarranno con una faccia perplessa, giudicando il discorso noioso e non capendo se si parla di filosofia, scienze sociali, economia, politica o magari sesso. Quelli che capiscono di cosa si parla (di solito pochi) hanno le reazioni più disparate: chi sgrana gli occhi accusando il governo di tutti i suoi mali, chi dice che questo termine non ha senso (di solito un economista, guarda caso liberista), chi invece difende apertamente il liberismo (o perché ci guadagna tramite la sua attività di famiglia, oppure la maggior parte neanche questo).

Scherzi e reazioni a parte, lo stesso concetto di neoliberismo suscita dei problemi. Secondo molti economisti infatti non ci sarebbe stata nessuna svolta, ma molti scienziati sociali (e anche storici) parlano correntemente di svolta neoliberista per definire quel cambio di paradigma economico avvenuto intorno agli anni ’80 dello scorso secolo. L’Inghilterra e gli USA criticando l’eccessivo intervento dei governi nell’economia, giudicato spregiudicato, hanno deciso di lasciare libero il mercato.

La finanziarizzazione dell’economia

La difesa di questa tesi è praticamente la stessa del liberismo classico, ovvero che il mercato può autoregolarsi e che è sempre pericoloso far intervenire gli stati nell’economia. Si è visto però che anche il mercato, lasciato a sé stesso, un po’ di problemi comunque li porta.

Quello che è successo all’economia, tra le tante cose, è stata quella di allontanarsi dall’economia reale e di spostarsi verso la finanziarizzazione. Si trovano molto spesso quotate in borse delle società che valgono molto più del loro valore reale o della loro attività produttiva.

Si può facilmente immaginare come questo rischi di essere un grande problema e faccia accumulare capitali solo nella grande e alta finanza. Per parlare concretamente tante piccole e medie aziende sono costrette a immettersi nel mercato finanziario pena la loro esclusione e di andare incontro ai tanti suoi capricci. Molte piccole aziende ad esempio sono spinte a immettersi nella borsa, prendono per qualche anno dei finanziamenti, per poi finire sul lastrico quando gli investitori ci hanno guadagnato e la bolla scoppia.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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