Il Superuovo

MICHE’ E PIER DELLA VIGNA: DI UN SUICIDA LA CHIESA NON HA PIETA’

MICHE’ E PIER DELLA VIGNA: DI UN SUICIDA LA CHIESA NON HA PIETA’

Con Dante e Fabrizio de André riflettiamo sul rapporto tra la religione cristiana e i suicidi.

(recensioni936.wordpress.com)

La Chiesa  ha sempre avuto nei confronti dei morti per suicidio un atteggiamento di particolare durezza. Lo stesso Dante (ovviamente fedele alla dottrina cattolica) nel canto XIII dell’Inferno riserva a questi peccatori un contrappasso particolarmente duro, ben spiegato nell’incontro con Pier della Vigna. Per giunta, come ricorda la  ‘Ballata del Michè’, pubblicata  nel 1961 da Fabrizio de André, la condanna verso di essi era tale da riservare loro una sepoltura nelle fosse comuni.

LA TRAGICA STORIA DI MICHE’

La grandezza di Fabrizio de André, senza ombra di dubbio, risiede anche nella volontà di raccontare ciò che tutti cercano di evitare. Sono molte, infatti, le canzoni che raccontano di uomini e donne emarginati, della vita dei quartieri difficili e di storie finite in tragedia. Infatti non fa eccezione  questa ballata, che, sulle note malinconiche di una fisarmonica,  narra la triste vicenda di Michè, un uomo condannato a vent’anni di carcere per aver commesso un omicidio.

Vent’anni gli avevano dato

la corte decise così

perché lui aveva ammazzato

chi voleva rubargli Marì

La giusta pena per quello che ci pare essere un delitto passionale, però, si trasforma in una spirale di dolore: la reclusione costringe Michè a stare lontano dalla sua Marì, un prezzo fin troppo alto da pagare. Dunque, colto dalla disperazione, una notte decide di farla finita  impiccandosi nella sua cella.  Ciò che caratterizza questo racconto, però, è soprattutto il cinismo dal quale Michè sembra essere circondato: più che alla sentenza della corte, ci riferiamo all’indifferenza della Chiesa. Per i suicidi, infatti, il destino è quello di essere  sepolti in una fossa comune, quasi come se la morte nel peccato facesse venire meno la loro umanità.

Domani alle tre

nella fossa comune cadrà

senza il prete e la messa perché d’un suicida

non hanno pietà.

Solo nell’ultima strofa del testo, l’autore auspica che qualcuno possa restituire un minimo di dignità alla morte dell’uomo, piantando sul luogo della sepoltura una croce con su scritto il suo nome e la data del decesso.

(pressenza.com)

L’ATROCE PENA DI PIER DELLA VIGNA

Se nel 1961 il cantautore genovese ‘denunciava’ un tale trattamento verso i suicidi, non c’è da stupirsi che nel Medioevo cristiano la considerazione verso di essi non fosse migliore. Critico nei loro confronti è anche Dante, che nell’ Inferno assegna questi peccatori al VII cerchio, in particolare nel secondo girone riservato ai violenti contro se stessi.  La colpa di cui si macchiarono queste anime è gravissima: essendo la vita un dono di Dio, privarsene costituisce non solo un’offesa nei confronti del Creatore, ma anche un vero e proprio delitto. Da qui, dunque, l’idea del contrappasso: così come i  suicidi rifiutarono il proprio corpo nella vita terrena, nell’Inferno la loro anima diventa un albero spoglio dai rami secchi, del quale le Arpie si cibano in eterno. Per di più nell’immaginario del poeta, i suicidi sono gli unici a non potersi riappropriare delle proprie spoglie durante il Giudizio Universale: i resti saranno invece appesi (diremmo impiccati) all’albero del rispettivo proprietario. Giunto qui nel XIII canto, però, Dante si mostra più morbido quando si rapporta alla vicenda umana di un illustre dannato, nient’altro che Pier della Vigna, strettissimo segretario di Federico II di Svevia. Nel raccontare la sua storia, egli spiega come sia stato spinto al suicidio per via delle maldicenze di palazzo diffuse ai suoi danni. Accusato, infatti, di ordire piani contro l’imperatore in combutta con il papa, venne arrestato ed imprigionato. Per questo, volendo riscattare il proprio nome, decise stoicamente di togliersi la vita.

Per le nove radici d’esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

confronti la memoria mia, che giace

ancor nel colpo che ‘nvidia le diede. (vv. 73-78, Inf. XIII)

L’ampio spazio lasciato all’apologia delle sue azioni ci fa pensare che Dante parteggi per l’innocenza di Pier della Vigna, sulla quale non si è ancora giunti ad una risposta certa.

Busto di Pier della Vigna (capua.italiani.it)

CHIESA CATTOLICA E SUICIDIO

Che sia per disperazione come nel caso di Michè o per salvaguardare la propria reputazione come fatto da Pier della Vigna, il suicidio rimane poco giustificabile per la Chiesa cattolica. L’aver spezzato una vita, che sia la propria o quella di qualcun altro, è un atto gravissimo per la dottrina cristiana, anche se nel tempo le posizioni paiono essersi ammorbidite.

All’epoca della pubblicazione della ‘Ballata del Michè’ (quindi il 1961) le pratiche ecclesiastiche legate alla morte per suicidio erano regolate dal Primo codice di diritto canonico, approvato da papa Benedetto XV nel 1917. In esso troviamo l’esplicito divieto per questi peccatori di usufruire non solo della funzione religiosa (funerale), ma anche di una sepoltura privata, di fatto spianando loro la strada per la fossa comune. Nel 1983, invece, per mano di papa Giovanni Paolo II, entrò in vigore il Nuovo codice di diritto canonico , nel quale è sì ribadita la condanna verso il suicidio, ma non è fatta menzione del divieto di avere esequie cattoliche.

Il dibattito, però, resta comunque aperto. Sono altre, al giorno d’oggi, le battaglie civili a cui la Chiesa cattolica oppone il suo fermo divieto, e tra queste troviamo l’eutanasia, in altre parole una forma di suicidio assistito. Per questioni di tale portata, quindi, urge  un confronto serio e svincolato da pregiudizi, che metta al centro il bene degli individui. Perché se c’è qualcosa che ci insegnano Michè e Pier della Vigna, è che anche dietro alla disperazione di un suicida, si cela comunque la storia di una persona, la storia di un essere umano. Pertanto, anche chi è spinto a gesti di questo tipo merita di essere giudicato in quanto tale.

 

 

 

 

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