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The Shape of Water da voce alla diversità e alla discriminazione: ecco cos’è l’intersezionalità.

 

Vincitore di quattro premi Oscar, il film diretto da Guillermo del Toro si impone come uno dei primi tentativi cinematografici di dar voce alla neonata intersectionality. Ma perché tale tematica è tanto cara ad Hollywood? E soprattutto cosa si intende per intersezionalità?

 

 

Se mi trovassi a dover riassumere The Shape of Water in un’unica parola utilizzerei senz’altro il termine “diversità”. Nella pellicola diretta dal regista messicano Guillermo del Toro la diversità trova sua espressione dapprima in forme di discriminazione multipla, poi nella valorizzazione e nell’esaltazione di sé. A metà tra incantesimo e realtà il film permette di spiegare quella che nasce come una mera cornice ma che diviene poi una delle tematiche più discusse dei nostri giorni, l’intersezionalità.

 

The Shape of Water

 

In The Shape of Water Guillermo del Toro dà vita ad una vera e propria fiaba moderna: la magia e l’illusione si mescolano con la cruda ed incurante realtà degli Stati Uniti degli anni Sessanta. La Guerra Fredda fa da sfondo alle vicende di Elisa Esposito, addetta alle pulizie in un laboratorio governativo finalizzato alla sperimentazione militare. L’incantesimo della narrazione si infrange a mo’ di ossimoro contro un mondo di isolamento e di discriminazione: se da un lato Elisa è una ragazza “incompleta”, come si definisce lei stessa, perché divenuta muta dopo un incidente stradale, dall’altro Zelda, sua collega e Giles, suo coinquilino, sono rispettivamente una donna afroamericana ed un ragazzo gay in una America ancora troppo lontana dall’essere in grado di accogliere e di valorizzare la differenza. In questo contesto si colloca l’incontro tra Elisa e una creatura anfibia strappata dall’Amazzonia per essere vivisezionata e studiata a Baltimora. L’acqua e il silenzio contraddistinguono l’erotica storia d’amore e l’intera pellicola, che si conclude con la “guarigione” e la trasformazione di Elisa in anfibio. Il messaggio che Guillermo del Toro vuole lanciare è di una schiettezza disarmante: l’empatia come cura per l’odio verso il diverso.

 

La discriminazione ad Hollywood

 

Come già accennato, in The Shape of Water Guillermo del Toro porta sul grande schermo con estrema schiettezza svariate forme di diversità: la razza, il gender, il mutismo, la classe sociale, l’orientamento politico; diversità tutte oggetto di forme discriminazione non esclusive e moniste ma reciprocamente intrecciate. Tuttavia, prima ancora di affrontare il tema dell’interesezionalità, occorre chiarire perché la diversità sia tanto cara agli ambienti hollywoodiani.

Per comprendere nella sua totalità il significato che si propone di trasmettere il regista messicano occorre guardare alla data di uscita della pellicola: siamo nel 2017, nel pieno della presidenza Trump. Che le parole di Trump abbiano da sempre inneggiato alla chiusura, all’isolamento rispetto al diverso e alla discriminazione è un dato certo, ma siamo anche nel periodo dalla rivelazione degli scandali sessuali ad opera dei più grandi di Hollywood e del prendere piede del movimento MeToo. L’insieme degli eventi sembra influenzare del Toro nella trama e nella scelta dei personaggi, tanto che si potrebbe parlare di un’allegoria in merito al personaggio di Strickland, colonnello della struttura che perseguita la creatura ed infine gli spara insieme ad Elisa. In The Shape of Water Strickland sembrerebbe quasi incarnare quella tossicità dell’uomo bianco chiuso in una serie di preconcetti che lo rendono bigotto, ignorante ed al contempo estremamente pericoloso. Di qui la validità del messaggio di del Toro che si impone, quindi, come uno dei primi registri a dar voce all’intersezionalità.

 

L’intersezionalità

 

Abbiamo detto finora che del Toro non solo mette in scena la diversità ma evidenzia come questa possa essere oggetto di forme di discriminazione multipla. E allora ecco la pellicola si spiega meglio alla luce di quella cornice che è l’intersezionalità, o. appunto, discriminazione multipla. Per prima cosa, l’elaborazione del concetto si deve a Kimberlé Crenshaw, giurista statunitense ed esperta di critical race theory. Crenshaw parte dall’osservazione dell’inadeguatezza delle leggi federali anti discriminazione nel cogliere e nel fronteggiare le diseguaglianze di cui sono vittime negli Stati Uniti le donne nere. Ne deduce che, nell’ambito giuridico, si rivela una diffusa inidoneità ad afferrare le disuguaglianze a causa della tendenza a considerare la discriminazione di genere e la discriminazione razziale come due categorie distinte e reciprocamente esclusive. Di qui la necessità di Crenshaw di elaborare un concetto che permettesse di mostrare come l’idea che forme diverse di discriminazione possano in qualche modo intrecciarsi non è poi così distante dal quel che è il quadro reale. Ecco quindi che l’intersectionality diviene la chiave di ricerca del Black feminism, della teoria femminista contemporanea e della teoria post-coloniale dalla fine degli anni Novanta all’inizio del Duemila, sebbene gli effetti delle interazioni tra diverse categorie siano già analizzati dalle teorie femministe a partire degli anni Settanta; il riferimento è al femminismo socialista, al femminismo post-coloniale e al queer-feminism. Tali teorie insistono sull’intersezionalità rispetto alle gerarchie di potere e più specificamente riflettono su come i livelli di potere si costruiscano mediante una commistione di forme oppressive che fanno leva sulle coppie donna/uomo, bianco/nero, eterosessuale/omosessuale e così via.

 

 

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