The Post: la verità che non si fa sconfiggere dalla censura

Dalla nascita della stampa al film The Post, la storia di come la censura ha tentato di soffocare le coscienze.

L’Articolo 21 della Costituzione italiana cita: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Questi sono i primi due commi dell’articolo che custodisce, in Italia, la libertà di parola e pensiero. È un diritto che viene dato troppo per scontato al giorno d’oggi, ma che è stato una conquista relativamente recente. Questo articolo, che si rifà ai Bill of Rights e alla Carta dei diritti americana, è costruito su una sanguinaria lotta che è costata la vita a molti di coloro che non accettavano di essere messi a tacere. Ancora oggi, nel mondo, ci sono persone che muoiono per difendere questo diritto, testimoniando con la loro vita il valore che ad esso tutti dovremmo dare. La libertà di pensiero e parola, che dovrebbe fra le altre cose tutelare i giornalisti affinché svolgano liberamente il loro lavoro, è anche uno dei temi intorno ai quali ruota il film The Post, con Meryl Streep e Tom Hanks.

Storia della censura fra Chiesa, Stato e stampa

La censura è sempre esistita. Pare che lo stesso Augusto ordinasse terribili pene per coloro che rifiutavano di sottostare alle sue indicazioni. I poteri forti, siano essi Chiesa o Stato, hanno sempre cercato di chiudere la bocca a coloro che svelavano verità scomode o che davano fastidio per qualche ragione. Quando nel Quattrocento nasce la stampa, la censura acquista subito un ruolo di primo piano. Infatti la stampa significava una circolazione molto più rapida di idee e pensieri, anche rivoluzionari. La Riforma protestante si rende conto fin da subito di questo potenziale, e lo sfrutta enormemente (basti pensare all’uso della stampa di Lutero). Dall’altra parte la Chiesa cerca di rispondere soffocando questa circolazione di sapere e di idee. Promuove alcuni Indici contenenti i libri proibiti, e soprattutto istituisce un organo giuridico incaricato di punire gli eretici di ogni tipo. Gli autori arrivano ad autocensurarsi per paura di essere portati davanti alla Santa Inquisizione. Questo è il grande potere della paura. Tuttavia, per nove autori che accettano di chinare la testa, ne conosciamo un decimo che trova un modo per aggirare la censura e lasciare qualcosa di reale ai suoi contemporanei e ai posteri.

Edizione settecentesca dell’Indice di Benedetto XIV

Ogni secolo ha i suoi ribelli, basti pensare a Galileo, oppure agli Illuministi. Anche il Novecento ha vantato alcuni grandi scandali, non ultimo quello raccontato nel film The Post e ambientato nel 1971. Nei primi anni duemila esplode lo scandalo degli abusi della Chiesa Cattolica, denunciato dalla squadra Spotlight del Boston Globe. Questa squadra di giornalisti seppe fronteggiare un iniziale muro di ostruzionismo e bugie, per portare alla luce migliaia di abusi perpetuati da preti pedofili successivamente protetti dalla Chiesa. Ci sono diversi tipi di censura, diverse ragioni che la ‘giustificano’ (se così si può dire) e diversi modi per attuarla. La tecnologia gioca un doppio ruolo poiché, se da una parte ha reso più facilmente reperibili numerosi documenti censurati, dall’altra permette anche una più facile deformazione delle informazioni. La censura può essere repressiva o preventiva, a seconda del momento in cui viene attuata. Può essere esplicita o “soft”. La cosiddetta censura soft comprende una serie di pratiche che influenzano la scrittura dei media senza però ricorrere alla legge o alla forza. Può inoltre essere applicata a numerosi ambiti: l’arte, il giornalismo, la stampa, la religione, la politica, e molti altri ancora. Le forme della censura sono così numerose che è difficile individuarle tutte, e talvolta agiscono in maniera così sottile che è difficile persino riconoscervi la sua natura.

The Post: il giornalismo che protegge i cittadini

Nel 2017 esce il film The Post, che vanta attori protagonisti del calibro di Meryl Streep e Tom Hanks, e un regista famoso come Steven Spielberg. Il film, che porterà una fantastica Meryl Streep alle nomination per l’Oscar come migliore attrice protagonista, racconta gli eventi legati alla pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret del Dipartimento della Difesa relativi alla Guerra del Vietnam. Questi documenti, in un primo momento pubblicati sul New York Times, verranno poi resi noti dal Washington Post, giornale di cui la Streep è editrice. Diventa un braccio di ferro fra governo e stampa, con il primo che tenta in ogni modo di censurare la verità e la seconda che tenta in ogni modo di resistere all’assalto di un’istituzione che, almeno sulla carta, è assai più potente.

Una scena del film

La diatriba arriva fino alla Corte Suprema, incaricata di sciogliere i nodi legati alla libertà di stampa e alla sicurezza governativa. La Corte Suprema, dopo alcuni tentennamenti, assolve il giornale motivando la decisione col compito della stampa di servire i governati, e non i governanti. Il film, che racconta perciò il trionfo della verità sulla censura, è stato accolta da giudizi molto positivi e ha incassato quasi 200 milioni di dollari, e dimostra perciò l’interesse che ancora le persone hanno per la verità. Tuttavia spesso finiscono poi per accontentarsi di risposte superficiali. Se è vero che è sempre più difficile arrivare alla verità, d’altro canto usare questo fatto come una scusa per accettare qualunque cosa è un grave spreco.

Ripercorrendo la storia della censura, due cose si possono cogliere come una costante: la convinzione della parte forte di poter aggirare la legge e la paura della parte medesima nel rendersi conto del grande potere del popolo. In una realtà politica, sociale, economica come la nostra, proprio per queste ragioni è assolutamente necessario insistere, e continuare ad esercitare il nostro potere, senza rinunciarvi e senza perderci dietro a scuse e mezogne.

Viviana Vighetti

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