“The Last of Us” mette in crisi la giustizia platonica e conferma l’antropologia di Hobbes

La serie post-apocalittica mostra cosa resta dell’umanità quando gli Stati e la giustizia scompaiono.

Immagine generata con AI

 

In un mondo devastato dall’infezione, la società crolla e l’umanità regredisce: The Last of Us ci mostra la fragilità delle strutture politiche e morali su cui poggia la nostra civiltà.

IL MONDO SENZA STATI: HOBBES E L’ANARCHIA POLITICA

La situazione rappresentata nella serie, ambientata dopo la pandemia globale provocata dal fungo Cordyceps — in grado di infettare e controllare gli esseri umani, riducendoli a mere funzioni biologiche — ricalca da vicino lo scenario descritto da Thomas Hobbes nella sua opera magna, Il Leviatano.

Il crollo delle società mondiali infatti provoca la caduta dei superstiti nello stato di natura: una condizione di bellum omnium contra omnes, una guerra di tutti contro tutti, dove l’uguaglianza naturale degli uomini viene trasposta nella socialità, trasformandosi in conflitto sociale.

Hobbes individua tre principali motivi del conflitto: la rivalità (per il vantaggio personale), la diffidenza (per la sicurezza), e l’onore (per la reputazione), anche se quest’ultima è meno presente nello scenario post-apocalittico della serie.

Tutto ha origine dall’uguaglianza: gli uomini, essendo simili per natura, bramano le stesse cose. Ma dove manca una legge che ordini le passioni, queste irrompono come cavalli neri senza freno, travolgendo la ragione, che — come un auriga impotente — non può più domarle.

E’ una condizione di guerra: uno spazio-tempo sospeso in cui esiste la volontà potenziale o attuale di affrontarsi.

L’uomo vive nella costante paura della morte, e questa angoscia blocca ogni forma di progresso: scienza, arte, ricerca non possono fiorire, “la vita è animalesca, ostile, breve e miserabile”.

L’uomo è homo hominis lupus, lupo per gli altri uomini. 

Con il crollo della società, vengono meno anche i valori morali, non vi è più alcuna distinzione tra giusto e ingiusto, buono e cattivo, la violenza e la frode diventano le virtù cardinali e il diritto si piega alla forza. 

Echeggia dunque la tesi sostenuta dal sofista Trasimaco nel primo libro della Repubblica: “La giustizia è l’utile del più forte”. 

Immagine generata con AI

 

L’USCITA DALLO STATO DI NATURA: LA NASCITA DEL LEVIATANO

Nella serie assistiamo alla nascita di piccole comunità, ancora segnate dal tumulto delle passioni originarie, ma animate da un’intuizione antica: solo rinunciando alla propria libertà assoluta e consegnando i diritti naturali a un’autorità comune, i superstiti possono sperare di sottrarsi alla guerra perenne, ritrovando la pace.

Il capo, o i capi della comunità possono essere paragonati al “Dio mortale” immaginato da Hobbes, Il Leviatano, garante della pace e della sicurezza comune. 

Viene così stipulato il contratto sociale tra i membri della comunità, che ha come conseguenza la costituzione artificiale di un’entità politica, rappresentante della volontà collettiva.

Finalmente istituita e garantita la pace dall’autorità centrale, create leggi chiare e applicabili che puniscano le ingiustizie, viene evitato ciò che il filosofo reputava il peggiore dei mali: la guerra civile. 

Tuttavia, la serie mette ben in evidenza ciò che Hobbes temeva, ovvero l’impiego brutale e illegittimo del potere da parte dei governanti, come avviene per esempio con l’organizzazione FEDRA, la quale, così come il Leviatano, è legibus solutus, al di sopra delle leggi positive artificialmente create, e dunque legittimata a impiegare il potere arbitrariamente. 

Immagine generata con AI

 

RIPARTIAMO DA ZERO CON PLATONE: EDIFICHIAMO UNA CITTA’ GIUSTA

Dopo il contagio che ha spezzato le fondamenta della civiltà, si impone la necessità di ricostruire. E per edificare di nuovo, non possiamo che volgere lo sguardo ai maestri del pensiero. È salendo sulle spalle di Platone — e lasciandoci guidare dalla sua Repubblica — che possiamo tentare di immaginare, tra le rovine, la nascita di una città giusta.

Analizziamo in particolar modo il capitolo X del secondo libro, quello in cui Socrate, nel tentativo di dare una definizione perfetta e inconfutabile della giustizia, messo alle corde dalle tesi di Trasimaco e Glaucone, si vede costretto, come un miope, a trattare il problema ingrandendolo e compiendo una trasposizione dalla sfera individuale a quella sociale.

Inizia così il processo della fondazione della città giusta.

Generalmente parlando, come avviene nella serie, una città nasce perché il singolo individuo non è capace di soddisfare interamente i propri bisogni, motivo per cui si unisce con altre persone, agricoltori, fabbri, allevatori, costruttori, e custodi che mantengano l’ordine. 

Così come nella comunità di Jackson, in The Last of Us, si torna a una struttura sociale fondata sulla specializzazione delle funzioni: c’è chi coltiva, chi ripara, chi insegna, chi protegge. Emerge l’eco di Platone: per costruire una città ordinata e armoniosa, è necessario che ognuno faccia ciò per cui è naturalmente portato. La giustizia, infatti, secondo Socrate, è proprio questo: “che ciascuno compia il proprio compito e non si intrometta in quello altrui.”

Questa visione può sembrare idealistica in un contesto post-apocalittico, ma nella serie è proprio la cooperazione ordinata che permette ad alcune comunità di sopravvivere meglio di altre. Dove si cerca di rifondare l’ordine e una qualche forma di giustizia condivisa, come avviene a Jackson, l’umanità sembra avere ancora una possibilità.

Tuttavia, Platone non si limita alla mera organizzazione economico-sociale: per lui la vera città giusta è quella governata dalla ragione, e quindi dai filosofi, che sono in grado di vedere il bene in sé. Nella serie, però, non c’è spazio per il filosofo-re.

Il potere è spesso nelle mani dei più forti, dei più armati o dei più organizzati militarmente, non certo dei più saggi. E questo divario tra l’ideale platonico e la realtà brutale del mondo di The Last of Us ci mostra quanto sia difficile — forse impossibile — mantenere un’idea di giustizia assoluta quando le condizioni di base della civiltà sono crollate.

Eppure, anche nei frammenti, sopravvive qualcosa: relazioni significative, scelte morali, piccoli atti di cura.

Forse non è la città giusta di Platone, ma è una memoria vivente di ciò che potrebbe essere.

Immagine generata con AI

 

⚠️SPOILER ALERT: JOEL E LA TRANSVALUTAZIONE DEI VALORI

In quell’istante, non diciamo quale, Joel spezza la scala di valori che pretende il sacrificio dell’individuo sull’altare dell’umanità.

Come una figura uscita dalle pagine di Nietzsche, frantuma la morale degli schiavi — quella che distingue il bene dal male secondo l’utile dei molti — e afferma una volontà più profonda, più primordiale: la volontà di potenza.
In lui si consuma la metamorfosi annunciata da Zarathustra. È stato cammello, piegato sotto il peso del dolore e della perdita.

È diventato leone, ruggente contro ogni imposizione morale, contro ogni “tu devi”. E ora, infine, è fanciullo: creatore di senso, giocoso e libero, capace di dire un nuovo “sì” al mondo superando il nichilismo e creando lui stesso i valori da perseguire.

Joel non agisce più per obbedire, ma per affermare. Non salva Ellie perché è giusto: la salva perché lo vuole. Ha attraversato il deserto del nichilismo e ne è uscito non con la rassegnazione, ma con una nuova legge scolpita nel cuore.
In un mondo in cui Dio è morto, e la civiltà giace in frantumi, resta solo una domanda: chi sei, quando nessuno ti dice più cosa è giusto? Joel risponde nel modo più radicale possibile: sono colui che sceglie.

Voi avreste fatto lo stesso?

Immagine generata con AI

Lascia un commento