The Irishman: L’evoluzione della moralità di un uomo e di un gangster

Molto più di un film, “The Irishman” è un viaggio che passa per le tappe della vita di un uomo.

La vita di un uomo è fatta di scelte. Ognuna di esse inevitabilmente ci segna e ci accompagna per il resto della nostra vita, diventando parte del nostro passato e del nostro futuro.

Molto più di un film gangster…

Diciamolo chiaramente: “The Irishman” non è il classico film gangster. Certo, la trama descrive l’ascesa criminale di Frank Sheeran (Robert De Niro) accompagnato da Russell Bufalino (Joe Pesci) e Jimmy Hoffa (Al Pacino). Ciò però non lo affianca automaticamente alle pellicole tipiche del genere. Per spiegare ciò occorre fare un passo indietro: ovviamente “The Irishman” è un ottimo film gangster, con i tipici stereotipi che hanno fatto innamorare un’intera generazione, con il carisma italo-americano della mafia statunitense degli anni 60 e 70, ma non è solo ciò. La pellicola di Scorsese vuole essere un viaggio nella morale del protagonista, non vuole limitarsi a raccontare i fatti (tratti in larga parte dall’omonimo romanzo di Charles Brandt), vuole analizzarli ponendo lo spettatore davanti alla condizione di dover scegliere da che parte stare. Vuole mostrare quanto, spesso e volentieri, sia facile agire in maniera immorale per necessità o per volontà. Si vuole sottolineare come la vita ci ponga davanti a scelte al limite della moralità in cui si deve scegliere se ambire ad un universale di bene più ampio o, per così dire, accontentarsi del proprio benessere contingente. Le scelte, non sempre facili, prese da Sheeran lo segneranno come uomo, lo plasmeranno, gli permetteranno di interrogarsi sull’efficacia dei suoi “metodi lavorativi”, sul suo ruolo di genitore, sul suo rapporto con le figlie. Tutto ciò in un film che, proprio per questo, non è semplicemente una pellicola “gangster”. Già dalle prime scene, la voce di De Niro, che narra la vicenda, fa notare questa sua evoluzione: “Quando ero giovane pensavo che gli imbianchini imbiancassero le case. Che ne sapevo io, ero solo un lavoratore, e a un tratto non lo fui più…cominciai a imbiancare case pure io”

Un viaggio nella moralità dei personaggi

La vita di un uomo è fatta di scelte. Paul Valèry diceva che l’uomo è ciò che sceglie, e se ciò è vero allora la vita che ci viene descritta da un anziano Frank Sheeran non può che essere stata complicata. Attorno al tema della “morale” sono stati consumati litri d’inchiostro, senza davvero giungere ad un reale epilogo. Il protagonista, nel corso della vicenda, si circonderà di uomini dalla dubbia moralità, finendo per esserne inevitabilmente influenzato. Il lato introspettivo dei personaggi risulta evidentemente più curato da Scorsese. Le frequentissime scene di violenza dei film precedenti del regista lasciano il posto ad un racconto ai limiti del drammatico, impreziosito da momenti di altissima recitazione di un De Niro ormai avanti con l’età, ma capace ancora di regalare grandissime emozioni ai fan più nostalgici.

L’immedesimazione è la chiave di lettura della pellicola. Assistere alle vicende della vita di Sheeran inevitabilmente toccano l’animo dello spettatore, lasciano il segno e invitano alla riflessione in sé stessi. Nessuna scena è secondaria nella costruzione dell’inconscio dell’irlandese, eliminare un solo tassello significherebbe lasciare un vuoto incolmabile nella sua vita. Lo stesso rapporto con la figlia Peggy è descritto magistralmente, con scene brevi ma efficaci, capaci di colpire nel profondo. Il tutto condito, come al solito, con una colonna sonora da premio Oscar.

L’evoluzione di un uomo

Anche per i meno attenti, a saltare all’occhio è certamente l’evoluzione intrapresa da De Niro nel corso del film: il passato da soldato in Italia, il significato dell’obbedienza ai propri superiori, la freddezza dell’omicidio, tutte tappe di un percorso di crescita per il personaggio, e di recitazione per l’attore, che come sempre, riesce a lasciare il segno anche per una singola scena. Interessante è anche il ruolo di Pesci, che si dimostra essere meno brutale di come aveva in precedenza abituato il pubblico, con il suo pacato cinismo. Anche attorno a lui ruota il turbolento rapporto tra protagonista e figlia. Davvero eccellente l’interpretazione di Al Pacino, impeccabile in ogni situazione, e dirompente dove richiesto. Riesce perfettamente ad incarnare l’uomo politico, spietato, ridondante nella propria rincorsa alla formalità, disposto a voltare le spalle a chiunque. Sempre alla ricerca del potenziale nemico pubblico (e privato).

Per concludere, il consiglio ovviamente è di vedere il film (per chi non l’avesse ancora fatto), soffermandosi però sul lato “emotivo” della pellicola e dei personaggi. Dimenticando per un secondo la trama in sé, e dando peso agli sguardi, ai dialoghi e anche ai semplici sospiri regalati da un cast stellare. Un buon film è tale quando invita a riflettere anche (e soprattutto) al suo termine. È sicuramente questo il caso di “The Irishman”, probabilmente da molti visto di cattivo occhio a causa degli eccessivi effetti speciali utilizzati sui protagonisti, o della trama alla lunga ridondante. La verità è che Scorsese ha di nuovo segnato la storia con un film che se dovesse essere classificato, andrebbe probabilmente sotto la categoria “morale”, assieme a pochi altri prima di lui, e a qualche saggio filosofico. Di certo, uno dei migliori film del cinema contemporaneo.

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