Il Superuovo

Teognide risponde ai casi di plagio del festival di Sanremo brandendo la precisione della metrica

Teognide risponde ai casi di plagio del festival di Sanremo brandendo la precisione della metrica

L’esempio di Teognide ci insegna che con l’arte non si scherza, il plagio si ostacola con la norma metrica, la sphragis!

Che mondo sarebbe se a Sanremo non ci fossero casi di plagio, o se potessero essere scoperti e giudicati con l’imparzialità di una vera norma? Semplice, sarebbe il VII secolo a.C.!

Si sta come a Sanremo, sulle canzoni il toto-plagio

Oggi giunge al termine l’agone musicale italiano per eccellenza: il Festival di Sanremo. La kermesse dei fiori, giunta quest’anno alla sua settantunesima edizione ci ha regalato, come di consueto, emozioni, importanti spunti di riflessione, esilaranti momenti di incommensurabile bellezza trash, esibizioni meravigliose e performance discutibili.

Ma nemmeno a Sanremo è sempre stato tutto rose e “fiori”! In una gara canora di musica leggera, infatti, serpeggia tra gli ascoltatori quel “pensiero stupendo”. Questo è terribile ma succoso per la stampa, che riempie gli animi di indignazione e spesso anche le aule del tribunale.

Nella storia del Festival pare che circa 200 siano state le accuse, più o meno fondate. Pochissime di loro sono arrivate nelle aule dei tribunali e a nessuna è seguito un riscontro pratico.  Eh sì, perché questo dubbio, che si accompagna quasi a ogni edizione (a quanto pare nemmeno questa sarebbe esclusa- vd. foto), è difficilmente dimostrabile sul piano legale.

Sto parlando dell’incubo dei cantanti in gara, del sogno degli opinionisti televisivi, che possono sfoggiare le loro discutibili competenze musicali come veri censori romani di età repubblicana. Lui, il plagio!

I Maneskin, vittime dell’accusa di plagio per l’edizione di quest’anno, smentita prontamente da una giuria di esperti RAI.

Gente come noi che non usa la sphragìs!

I casi di plagio sono stati molteplici nella storia del Festival di Sanremo. Come dicevo, tuttavia, si tratta di un fenomeno che nella maggioranza dei casi riguarda somiglianze percepite dal pubblico e smentite dagli esperti. Quel che è certo è che alcuni casi hanno fatto scalpore e vale la pena ricordarne qualcuno:

-l’edizione 1983 è vinta da Tiziana Rivale con il brano Sarà quel che sarà, praticamente una copia di Up Where We Belong (1982), brano cantato in coppia da Joe Cocker & Jennifer Warner. Quest’ultimo era il tema principale della colonna sonora di Ufficiale e gentiluomo, film che ottiene praticamente in contemporanea con il Festival di Sanremo un Oscar per la “miglior canzone originale”;

-nel 1995 Gente come noi di Ivana Spagna è avvertita in tutto simile a Last Christmas dei Wham! ;

-l’edizione del 2008 è segnata da una importante esclusione dalla competizione. Loredana Bertè presenta Musica e parole, ma la commissione artistica scelta dalla Rai trova quel brano straordinariamente simile a Ultimo segreto (1988) di Ornella Ventura. Quel che è più singolare è che le canzoni avevano in comune gli autori, Oscar Avogadro e Alberto Radius.

Che dire? Forse sarebbe stato più semplice esibirsi nell’antichità, dove gli autori provvedevano autonomamente alla tutela delle loro composizioni artistiche, attraverso la sphragìs!

Un sigillo sia posto su questi versi…

In un mondo in cui non esiste l’industria discografica, in cui la legislazione non opera in tutti i campi della vita umana, ignorando ancora per qualche secolo il settore artistico, il canto dei poeti era tutelato da una norma ancora più rigida delle percezioni musicali degli opinionisti del pomeriggio televisivo italiano.

La sphragìs, infatti, è una delle tecniche più conosciute della tradizione classica in fatto di tutela artistica. Ce lo spiega il poeta greco che meglio di ogni altro ha descritto questa tecnica:

“Cirno, per me, che mi son fatto esperto, un sigillo sia posto a questi versi: quand’anche fossero rubati, mai potranno trarre in inganno, né si potrà alterare in peggio la nobile cifra qui presente; così, invece, ognuno dirà che sono i versi di Teognide, il Megarese, il più famoso tra tutti gli uomini.”.

Teognide di Megara, poeta greco del VI secolo a.C., vuole tutelare la sua fama, che, a quanto vuol farci intendere, è ampiamente estesa. Pone allora un “sigillo” (che altro non è che la traduzione di sphragìs) consistente nell’inserimento del suo nome all’interno del componimento. Questa tecnica è utilizzata anche da Saffo nell’ Inno ad Afrodite.  La dea infatti pronuncia queste parole, che contengono una sphragìs: “Chi di nuovo debbo io condurre al tuo amore? Chi, o Saffo, ti fa torto?”.

Come dicevo, la sphragìs si fonda su una norma ineludibile, più ferrea e rigida di qualsiasi moderna percezione di somiglianza di versi e ritmi di una canzone: la metrica. Inserendo il proprio nome all’interno di un ritmo ben scandito e preciso, come l’elegia teognidea o la strofe saffica, si soffocano sul nascere i tentativi di plagio.

Ogni sede del verso antico, in base al metro adottato, prevede che ogni posizione sia occupata da una sillaba dotata di una precisa quantità. Nei metri in cui è fisso anche il numero delle sillabe, abbinare anche la quantità sillabica per modificare l’attribuzione è missione degna di Omero!

Prima che la legislazione di Licurgo, il lavoro esegetico degli studiosi alessandrini e la circolazione del libro apportassero il loro contributo decisivo verso una maggiore tutela dell’attribuzione, prima del Festival di Sanremo, prima dell’industria musicale, c’era la sphragìs, perché la sete di notorietà e il riconoscimento del lavoro artistico, sono valori che prescindono la storia.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: