Tale padre, tale figlio…magari! La malattia dell’epigono tra sport e tempi antichi

La parola “epigono” ha radici profonde e fortemente mutate nel tempo.

Diego Maradona e il figlio, cronachedellacampania.it

Vivere sotto l’ala di un padre celebre per i suoi meriti è gratificante, degno d’onore: questo un lato della medaglia. Quanto può risultare gravoso però dover sopportare il peso d’esser “figli di”?

Un termine oscuro

L’attributo appena utilizzato ben ci introduce alla tematica odierna che trova in “epigono” il cuore pulsante. Per prima cosa è necessario disambiguare il suo significato non per forza noto a tutti, data la sua specificità e le curiosi origini di marca orientale. Letteralmente lo si può tradurre con “nato dopo”, significando quindi il successore o discepolo di un determinato personaggio dalle doti notevoli. Come già anticipato, le radici del termine affondano nella storia e nella mitologia, culle valoriali di racconti esemplari abili anche nel canonizzare l’uso di un termine preciso e quelli di oggi ne sono esempio. L’origine semantica risale ad un episodio mitico accaduto nel V secolo a. C. a Tebe, città greca tra le maggiori. Qui si narra lo scontro fratricida tra i due regnanti tebani Eteocle e Polinice e 14 guerrieri arditissimi, sette per parte, divampato per conflitti dinastici e conclusosi con la morte di entrambi i fratelli, nonostante i soldati di Eteocle avessero felicemente respinto i nemici d’ugual numero. “Epigoni” si definiscono proprio i figli dei sette soldati di Polinice che, dieci anni dopo il primo scontro, rinfocolarono l’astio conducendo una seconda battaglia sempre presso la polis beotica. A rendere ancor più nutrito il corpus semantico contribuisce un ulteriore fatto ellenistico, documentato storicamente e riguardante i successori dei diadochi, i quattro generali che si spartirono l’impero alla morte di Alessandro Magno, definiti proprio “epigoni”. Se nel mondo antico riscontriamo un significato definibile “neutro”, nella modernità il valore semantico si è arricchito di una connotazione negativa, caratterizzando “colui che viene dopo” di inferiorità in merito a virtù, abilità, acume rispetto al predecessore. Molti diventano i paradigmi del “cattivo discendente” e oggi ne incontreremo alcuni.

Alessandro Magno durante la battaglia di Isso, Wikipedia

Il divinus Marco Aurelio e il non-divinus Commodo

Siamo nel 180 d.C. Marco Aurelio muore lasciando in eredità la corona al figlio diciannovenne Commodo. Regnante “filosofo”, come lo si ricorda ancor’oggi, giusto, oculato amministratore e abile condottiero militare, il divinus è considerato tra i più illustri imperatori della storia romana. I tanto decantati pregi politici e non sperano di trovare nel giovane un degno successore, ma sin dalle prime mosse egli pare perseguire una linea differente. Fin troppo fedele al monito panem et circenses, con generose elargizioni di derrate alimentari e strabilianti ludi mira ad accattivarsi il popolo, proponendosi anche in prima persona come combattente nell’arena. Di Commodo si ricorda la grande passione venatoria, per la quale ci viene descritto ornato di pelle leonine e clava ad emulare il leggendario Ercole. A questo protagonismo gladiatorio si accompagna una politica autocratica che gli alienerà il consenso del senato. Indicativo risulta che, durante i dodici anni di regno, egli riuscirà a sventare con successo varie congiure miranti alla sua caduta tranne l’ultima fatale nel 192 a.C. I manuali storici ce lo descrivono furbastro, data la sua volontà di contentare esercito e popolo ma politicamente miope e poco lungimirante. Se indubbiamente non riuscì ad essere “illuminato” come il padre, meritandosi da parte nostra l’appellativo di “epigono”, è necessario approcciarsi con cautela alle fonti che ci tramandano il suo governo, testimonianze di un pensiero filo-senatorio inviso al sistema dinastico imperiale.

Busto di Commodo, philosophy-of-cbt.com

“El Pibe de Oro” e Maradona jr

«Diego era capace di cose che nessuno avrebbe potuto eguagliare. Le cose che io potrei fare con un pallone, lui potrebbe farle con un’arancia.» L’io che sta parlando in questo momento è il francese Michael Platini, senza dubbio uno dei migliori calciatori ad aver calcato il rettangolo verde, vincitore di una Coppa Europea con la Nazionale e di ben tre Palloni d’Oro consecutivi. Dalle parole del campione transalpino capiamo subito come tal Diego sia come un giocatore fuori dal comune, una sorta di alieno che poco ha da spartire con i comuni mortali giocatori di pallone. Ebbene sì perché Diego Armando Maradona, nato in Argentina nel 1960, è considerato uno se non il calciatore più forte di tutti i tempi: la tecnica sopraffina, il fatato piede mancino , il carisma trascinatore e la capacità di essere decisivo lo hanno innalzato alla vetta dell’Olimpo calcistico. Nonostante nessun Pallone d’Oro in bacheca, poiché all’epoca era prerogativa solo degli europei( probabilmente ne avrebbe vinti un paio), vanta uno storico scudetto con la maglia del Napoli nel 1987 e una Coppa del Mondo con la Nazionale nel 1986, che porta la sua firma grazie alla “Mano de Dios”. Per comprendere realmente l’impatto sportivo ma non solo di Maradona è sufficiente recarsi a Napoli, dove vi è una vera e propria venerazione per il numero 10: basti pensare che è stato costruito un altarino con la sua foto, alla stregua di un’icona religiosa. Ad un indiscutibile successo calcistico non segue un’equilibrata vita privata.  “El Pibe de Oro” vanta la fama di amante della sregolatezza e di dongiovanni incallito, soggetto anche a discusse accuse di paternità che affiorano qua e là, rivelandosi poi bufale mediatiche. Figlio riconosciuto è invece il figlio Diego Maradona Sinagra che, nemmeno a dirlo, ha tentato di seguire le orme del padre dedicandosi al pallone. A conti fatti possiamo affermare che non gli sia andata come sperava: sette anni nel settore giovanile del Napoli sino al fallimento societario del 2004 e poi tante presenze tra i dilettanti, raggiungendo il picco nel Cervia di Ciccio Graziani protagonista della serie “Campioni”. Dopo una carriera non troppo esaltante e non all’altezza delle aspettative, il figlio d’arte ha deciso di abbandonare il campo d’erba per quello di sabbia, scelta rivelatasi fruttuosa data anche la convocazione nella Nazionale Italiana di Beach Soccer.

 

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