“Stupido è chi lo stupido fa!”. Misurare l’intelligenza con Forrest Gump

Che cos’è l’intelligenza? E come si misura? Forrest ci insegna che tutto è relativo, quando si parla delle capacità cognitive degli esseri umani.

Forrest Gump racconta la sua straordinaria vita con semplicità, la stessa che gli ha consentito di affrontare le difficoltà e di compiere imprese fuori dal comune. Insomma, il suo ritardo mentale non gli ha certo impedito di andare all’università, di conoscere le personalità più eminenti dei suoi tempi, di ricevere una medaglia al valore durante la guerra in Vietnam, di avviare una solida e fruttuosa impresa commerciale, abbattendo ogni limite oltre gli schemi del suo cervello.

L’intelligenza: “più contorta di un politico”

In verità il paragone nel titolo si riferisce alla schiena del piccolo Forrest, che da bambino ha dovuto indossare degli apparecchi alle gambe che gli consentissero di stare in piedi e camminare, ma si adatta bene anche alla natura davvero complessa dell’intelligenza umana. L’intelligenza viene intesa etimologicamente come “capacità di capire”, definizione che sottintende la capacità di distinguere propriamente gli stimoli ambientali nelle loro diversità, di ricordare, di apprendere dei concetti e i nessi associativi tra gli eventi, di ragionare in modo creativo per risolvere dei problemi, di comunicare con gli altri e capirli, di saper gestire le proprie emozioni e di attuare il comportamento più consono alle circostanze che si presentano.  Essa ricopre quindi tantissimi ambiti della vita, cosa che rende difficile misurarla nella sua interezza valutandoli tutti allo stesso tempo.

Sternberg se ne è occupato elaborando la teoria triadica dell’intelligenza (1985), quest’ultima definita più genericamente come la capacità di adattarsi all’ambiente con successo. Più nello specifico definisce tre aspetti fondamentali dell’intelligenza: l’intelligenza componenziale, che si basa sull’efficienza dei processi cognitivi e sulla capacità di controllarne lo svolgimento, in poche parole l’intelligenza intesa in senso più “accademico”, quella analitica; l’intelligenza esperienziale, che coincide con la creatività nel risolvere problemi nuovi ed apprenderne gli schemi strutturali onde utilizzarli in futuro nella risoluzione di problemi analoghi; infine l’intelligenza contestuale, intesa come “intelligenza di strada” che verte sulla capacità di perseguire i propri obiettivi efficacemente , selezionando gli ambienti e i contesti più consoni alle proprie abilità ed evitando quelli al di fuori dei propri parametri. Potremmo dire che quest’ultima è la tipologia che meglio si addice al comportamento di Forrest. Lui, infatti ha sempre saputo bene quali fossero i suoi punti di forza, cioè la corsa e l’obbedienza, e li ha sempre sfruttati per raggiungere i suoi obiettivi, seguendo gli insegnamenti della madre e i consigli di Jenny: la sua velocità l’ha portato a vincere una borsa di studio per il college e gli ha consentito di salvare molti dei suoi compagni durante la guerra in Vietnam, la sua efficienza nell’obbedire agli ordini del sergente istruttore gli è stata da subito riconosciuta e gli ha permesso di conseguire una buona preparazione militare, la sua corsa durata più di tre anni è stata di ispirazione per molti e spunto creativo per alcuni brand commerciali e la sua dedizione a Bubba e per la promessa di avverare il suo desiderio è stata la chiave per avviare la Bubba-Gump Gamberi enterprise. Lo stesso Einstein ha detto “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la vita a credersi stupido”. Forse Forrest è solo un pesce sull’albero dell’intelligenza componenziale che nuota a meraviglia nel mare dell’intelligenza contestuale. Gran parte dei test intellettivi, in realtà, si concentrano perlopiù sull’intelligenza componenziale sopracitata, senza occuparsi degli altri due ambiti in senso sternbergiano.

L’approccio di un altro grade studioso delle funzioni cognitive, Spearman, è molto diverso: si avvalse della tecnica statistica dell’analisi fattoriale per individuare alcuni fattori latenti, specifici e parzialmente indipendenti che fossero in grado di valutare il livello di prestazione in diversi compiti. Insieme al suo allievo Cattel, nel 1971 teorizzò l’esistenza di un macrofattore comune a tutti i campi dell’intelligenza, chiamato “fattore g” o di “intelligenza generale”. Esso sarebbe a sua volta suddiviso in una parte cristallizzata, ancorata alle conoscenze precedenti e alle abilità acquisite i passato, e una parte fluida, libera dai vincoli delle conoscenze pre-apprese.

“Devi avere un maledetto quoziente intellettivo di 160, militare Gump!”

Il primo tentativo di misurazione dell’intelligenza a fini pratici fu da parte di Binet alla fine del 1800, al quale fu chiesto di metodo per il corretto inserimento dei bambini francesi nelle classi d’istruzione più adatte alle loro capacità intellettuali. Lo studioso raggruppò diversi tipi di problemi utilizzati nelle scuole dell’epoca in base alla loro risolvibilità per la maggior parte dei bambini di una certa età, quindi li suddivise in “risolvibili nella norma a 6 anni”, a 7 anni e così via. Così, in base ai problemi che era in grado di risolvere, un bambino veniva inserito nella classe che più si addiceva alla sua “età mentale”, che poteva anche differire dall’età cronologica e stabilire se ci fosse un “anticipo” o un “ritardo mentale”. Sviluppando lo strumento di Binet e adattandolo ad un contesto di soggetti adulti americani, alcuni psicologi di Stanford, negli anni ’20 del secolo scorso, hanno elaborato il tanto millantato “quoziente intellettivo” (QI). Originariamente, l’indicatore d’intelligenza che ha senza dubbio ottenuto la fama maggiore veniva ottenuto dividendo l’età mentale per l’età cronologica (standardizzata in 16 anni per gli adulti) e moltiplicando per 100. Quindi, un ragazzino di 10 anni, ad esempio, con l’età mentale di 11 avrà un quoziente intellettivo di 110 punti. Nel caso di Forrest, che all’iscrizione alla scuola elementare risultava avere un QI di 75 punti, è come se la sua età mentale fosse stata di circa 4 anni e mezzo contro l’età anagrafica di 6 anni. Tuttavia, questa versione del QI era parecchio influenzata dalla cultura predominante negli USA, quella WASP (white anglo-saxons protestants), per cui tutte le altre minoranze culturali (afroamericani, italoamericani, latinoamericani…) risultavano erroneamente con un ritardo mentale che impediva loro di essere assunti in posizioni di maggiore responsabilità in certi ambiti lavorativi.

Cosa fa la differenza nella misurazione dell’intelligenza, oggi?

Oggi la valutazione è sicuramente più oggettiva e scientifica: il QI non è più un rapporto tra età mentale e età cronologica, ma una misura di deviazione da una media di riferimento calcolata su un campione di standardizzazione su una parte di popolazione che ha la stessa età e provenienza sociale dell’individuo a cui viene somministrato il test. È previsto che la media del campione di standardizzazione sia 100 e che la deviazione standard sia 15, per cui circa 2/3 della popolazione dovrebbero ottenere tra 85 e 115 punti di QI. Altri test utilizzati frequentemente oggi sono la scala di Wechsler per l’intelligenza adulta (WAIS) e per l’intelligenza infantile (WISC). In realtà, nessuno di questi test è totalmente libero da influssi culturali, per cui sarebbe meglio prendere con le pinze i loro risultati relativi al funzionamento intellettivo di una persona. Ciò che, però, questi parametri valutativi hanno permesso di discutere è la possibilità che le basi dell’intelligenza siano soprattutto legate alla genetica o piuttosto al contesto educativo. In oltre 150 anni di studi, soprattutto su gemelli (sia omozigoti che eterozigoti), si è giunti alla conclusione che la variabilità del QI sembra associata per il 50% a fattori genetici e per il 50% a fattori culturali ed educativi.

Quanto è veramente importante misurare l’intelligenza di una persona se ancora non si ha certezza dell’accuratezza di tale verifica? Non è più intelligente ammettere con umiltà il socratismo di “sapere di non sapere” nell’ambito della valutazione delle capacità cognitive umane? Come lui stesso ammette, Forrest non è decisamente un pozzo di scienza (e questo possiamo confermarlo), però ha saputo riconoscere le cose che vale la pena valutare con importanza: “Non sono un uomo intelligente, ma so l’amore che significa”, “Bubba era il mio migliore buon amico, e anch’io lo so che non è una cosa che uno trova dietro l’angolo”.

Non ho altro da dire sulla faccenda.

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