Cercare se stessi navigando nell’ignoto: alla deriva fra Corto Maltese ed Enea

Viaggiare per mare nella letteratura ha sempre significato viaggiare alla ricerca di sé stessi, e questo non è cambiato neanche quando si è passati alla letteratura a fumetti.

 

Forse sarà la paura dell’ignoto e dell’incertezza, forse il fascino di uno dei pochi luoghi incontaminati rimasti al mondo, forse ancora l’incredibile varietà di flora, fauna e culture che si possono incontrare a pochi giorni di distanza navigandoci, ma da sempre chi viaggia per mare nelle grandi opere letterarie di tutti i tempi aveva un altro compito oltre quello di giungere alla propria meta o realizzare i propri progetti: scoprire (o ritrovare) sé stessi. E d’un tratto l’oceano divien metafora del proprio io, un luogo tumultuoso e inesplorabile fino a fondo, ma che deve essere scoperto un tassello alla volta, consci che la sua conquista totale sarà impossibile. Ma è proprio questa impossibilità che trasforma l’uomo che accetta la sfida e si imbarca in un eroe.

La ballata infinita di Corto Maltese

Sono ormai passati oltre 50 anni dalla prima apparizione di Corto Maltese nell’opera “Una ballata del mare salato”, che sin da subito riscosse successi prima nazionali e poi internazionali grazie ai vari livelli interpretativi che solo un autore poliedrico come Hugo Pratt poteva creare, rendendo il fumetto fruibile sia a un pubblico di ragazzi desideroso di avventure che a uno più maturo in cerca di qualche spunto riflessivo di matrice filosofica ma anche sociale e politica. Ma procediamo per gradi. Per chi non lo conoscesse, Corto Maltese è il nome del protagonista di una serie di fumetti italiani pubblicati dal 1967 al 1991, che scatenò nel corso degli anni una rivoluzione nel mondo della fumettistica, fino ad allora considerato genere di nicchia destinato solo ai ragazzi, a causa dei temi delicati e onirici che spesso venivano toccati e dei tratti essenziali utilizzati per il disegno, che facevano sì che il lettore concentrasse la sua attenzione sulla storia. Proprio ciò fece sì che il genere fumetto venisse accolto anche da dubbiosi adulti e da molta gente colta (fra i suoi più grandi ammiratori ricordiamo Umberto Eco), e di lì a breve l’opera assunse la stessa dignità delle grandi opere letterarie prendendo il nome di graphic novel, termine col quale si intendono le opere fumettistiche che danno maggior peso alla storia e si prefiggono, proprio come fece Corto, di ritagliarsi uno spazio sia nel mondo della nona arte che in quello della letteratura. Le storie, spesso autoconclusive, vedono il marinaio Corto Maltese in giro per il mondo, nel tentativo di trovare un po’ di quiete dalle continue avventure che gli vengono proposte e che si ritrova costretto ad accettare o dagli intrighi che i suoi nemici gli ordiscono contro nel tentativo di eliminarlo. Ciò che resta più impresso, leggendo una dietro l’altra le storie di Pratt, è come il marinaio non decida quasi mai di cominciare le sue avventure, ma vi si ritrovi sempre immerso, costretto a intraprenderle e a portarle a termine per poter tornare al suo stato di quiete. Ma quello che rende Corto Maltese un eroe unico è la fede nei suoi ideali, odiati ma allo stesso tempo ritenuti sacri, che unita alla sua passività, crea un dissidio interiore di cui lo stesso marinaio è conscio ma che non riesce a eliminare, generando la sua personalità schiva, in cerca di pace, ma anche generosa sia verso gli amici sparsi sparsi per il mondo che per gli sconosciuti che bussano alla sua porta. E spesso questi sconosciuti sono metafora dei lettori stessi, che per qualche momento divengono schizzi d’inchiostro che chiedono a Corto di essere trasportati nuovamente in mezzo al mare della sua psiche in cerca di nuove terre, nuovi tesori, nuovi frammenti che possano aiutare a capire chi è e cosa cerca realmente il povero e combattuto Maltese, se la pace o l’avventura. Risposta, che Corto per primo ignora e forse ha paura di sapere. Ma nel frattempo si lascia trasportare dal vento.

Favola di Enea

Per quanto la figura di Corto Maltese sia senza dubbio innovativa e abbia rappresentato una rivoluzione nel suo genere, la fuga di un personaggio per (e dal) mare è da ricercare in tempi remotissimi, da quando il solo viaggio nel Mediterraneo rappresentava un viaggio nell’ignoto e in terre esotiche mai viste prima, nella culla della cultura occidentale: la Grecia. Qui le redini del viaggiatore sono affidate all’eroe omerico Ulisse, che spinto dalla sete di conoscenza si aggira inquieto per tutti gli angoli del Mediterraneo ritardando, colpevoli anche gli dei a lui avverso, il ritorno nella patria Itaca. Ma seppur Odisseo sia stato il primo personaggio ad aver preso le vesti di marinaio, a distanziare eccessivamente i due è la mentalità superba ed eccentrica che caratterizza il greco, estranea all’eroe prattiano. Per cui il viaggiatore che più si avvicina alla visione e alla psiche di Corto, rimanendo ancorati nell’età ante Christum, è il troiano Enea, protagonista del poema omonimo di Virgilio. L’Eneide, i cui 12 libri che la compongono non vennero mai pubblicati da Virgilio stesso, che li riteneva ancora incompleti, è una delle opere capitali dell’epoca classica e antica tutta e non solo, rappresentando il punto d’incontro fra la letteratura epica di stampo omerico, in cui i protagonisti sono semidei spinti dalla gloria e dal desiderio di far prevalere la loro metà divina, e la letteratura epica moderna, nata da una cultura matura e divenuta più razionale e riflessiva, che vede perciò il trionfo della propria ragione e delle potenzialità delle forze dell’uomo. Enea, essendone il protagonista, si deve fare carico della contraddizione insita in questa fase della storia di Roma, e nel farlo diventa inevitabilmente emblema del dubbio, che poggia da un lato sulla sua natura divina e dall’essere stato a fianco di personalità altrettanto divine, con la responsabilità di dover essere alla loro altezza, e in particolare dell’eroe Ettore, che da solo era stato in grado di spostare gli equilibri della guerra in favore della città di Troia (e anche suo cognato, in quanto fratello della moglie di Enea, Creusa), e dall’altro sente la sua inadeguatezza nello svolgere il dovere assegnatogli, la consapevolezza di non essere in grado di adempierlo eppure la necessità di doverlo fare dettatagli dal volere degli dei, a cui a causa della sua fede non si oppone. L’unica cosa che può permettere all’eroe di uscire da questa situazione è un elemento inaudito fino a quel momento nella storia della letteratura e delle tradizioni: Enea deve maturare, cambiare il suo stato, passare da inadeguato ad adeguato. E il viaggio per giungere a questa sua nuova condizione sarà proprio rappresentato dal viaggio in mare.

“Fuga di Enea da Troia”, di Federico Barocci (Roma, Galleria Borghese)

Errare errando

Il viaggio per mare che Enea intraprende occupa la prima parte dell’Eneide, i Libri I-VI, anche se il momento in cui il viaggio si fa più intenso e occupa quasi interamente la lunghezza del libro lo si ha nel Libro III: infatti se nel Libro I si ha un inizio in medias res, con l’eroe naufrago sulle rive africane e il primo incontro con la madre Venere, che lo visita in incognito per rassicurarlo, seguito dal primo incontro con Didone a cui comincia a raccontare le sue avventure, il Libro II è un riassunto delle vicende sulla distruzione di Troia, e solo nel Libro III il viaggio per mare ha inizio, e con esso la maturazione dell’eroe, che al termine del secondo si era visto impotente mentre il sacerdote Laoconte veniva ucciso dai due serpenti inviati dalla dea Minerva. Il viaggio parte quindi da zero, con un Enea sconfitto e privato della patria, che è vista per l’ultima volta mentre ancora fuma della rovina causata dai Greci (humo fumat Neptunia Troia, III, 3). Quello che Enea cerca è proprio questo, una nuova patria per sé e i suoi compagni, per tornare nel suo stato di pace, anche se presto vedrà i suoi piani distrutti perché chiamato da progetti più grandi di lui, richiesti dagli dei stessi, in primo luogo da Apollo e da Venere. Il luogo prescelto per l’eroe è l’Italia, che nonostante la sua vicinanza geografica alle coste del Mar Egeo non può che essere raggiunta attraverso una lunga e pericolosa circumnavigazione poiché le vicine rive dell’Adriatico erano state già occupate dai coloni greci (Enea era pur sempre Troiano, anche se in terra straniera sarebbe andato contro dei suoi nemici). Raggiungere qualcosa di così vicino ma che allo stesso tempo è lontano diventa il cuore dello strazio di Enea, che si fida dei molti oracoli ricevuti nel corso del viaggio ma allo stesso tempo non li comprende, per cui la crescita che lo riguarda sta nel rinunciare a dover capire tutto quello che lo circonda, e accettare l’inspiegabile e lo straordinario. Non a caso una delle parole che più ricorre in questo Libro è il termine monstrum, che è l’avvenimento di natura divina che causa stupore, più volentieri di natura negativa: Polidoro è un  monstrum (horrendum et dictu video mirabile monstrum, III, 26), le Arpie governate da Celeno incontrate alle Strofadi sono un monstrum (tristius haud illis monstrum, III, 214), Polifemo è un monstrum. Di fronte a tutti questi eventi paranormali anche la psiche più razionale non può che arrendersi e accettare l’esistenza e la predominanza di un elemento superiore rispetto alle forze umane. Una volta compreso ciò, il passo seguente e dare loro il dovuto rispetto e timore, cosa che inizialmente sfugge a Enea, che a inizio III Libro compie un errore imperdonabile: sbaglia il sacrificio. L’eroe è da poco salpato e giunge in Tracia, convinto che il luogo sia quello giusto per poter costruire una nuova città; si appresta allora a eseguire un sacrificio per propiziarne i lavori, ma quando giunge il momento di immolare un animale a Zeus, quello che finisce sull’altare è un toro, quando in realtà il sacrificio corretto da fare al padre degli dei era l’agnello (il toro era sacrificato invece ad Apollo). Non è un caso che pochi versi dopo Enea si ritrovi quindi davanti al monstrum di Polidoro, quasi come fosse stato inviato per punizione. Facciamo un salto avanti e giungiamo alle Strofadi, dove Enea e i suoi, affamati, cacciano degli animali visti sulla riva, senza sapere che si trovavano in luogo sacro: la punizione giusta che spetta loro è la visita scortese del monstrum di Celeno e delle Arpie. Dopo due errores Enea ha capito dell’importanza di conoscere ciò che è collegato ai riti sacri e si dirige a Dodona da un indovino, Eleno, Troiano anch’esso (e diventato nuovo marito di Andromaca, prima moglie di Ettore), al quale chiede come giungere in Italia e scacciare il cattivo presagio lanciatogli da Celeno: gli dei sembrano avere perdonato Enea per la sua stoltezza e gli concedono il perdono affermando, tramite l’indovino, che la profezia dell’Arpia non deve essere temuta, e in seguito dando consigli su come sfuggire ad altri monstra, evitando di passare per lo stretto di Messina abitato dai due mostri Scilla e Cariddi e di guadagnarsi la benevolenza di Giunone. Partito da Dodona, Enea giunge nella terra dei Ciclopi, dove incontra Achemenide, compagno di Ulisse da lui dimenticato nella sua fuga dall’isola (e personaggio celebre per essere invenzione virgiliana, poiché assente in ogni fonte greca). L’uomo si presenta supplice ed Enea compie un gesto chiave, simbolo della sua raggiunta maturità, accogliendolo come suo nuovo compagno. Accettare una persona che in passato era propria nemica indica che la propria precedente mentalità è ormai alle spalle e che se ne è creata una nuova, dove non vi sono più divisioni fra uomini dettate da limiti geografici imposti dagli uomini stessi; agli occhi delle divinità ogni uomo è identico agli altri, e ciò è rafforzato dal fatto che il povero Achemenide ha dovuto passare, prima di essere accolto da Enea, anni di sopravvivenza fra i  monstra che sono i Ciclopi, esattamente come Enea ha dovuto vivere per anni viaggiando per mare per sfuggire ad altri monstra. Vinti e vincitori della guerra di Troia sono uniti dalla sfortuna e dalle miserie che il Fato fa passare loro. Partitosi con Achemenide, ora Enea ha raggiunto la piena maturità e può a tutti gli effetti diventare padrone di sé, ma per far ciò il vecchio pater familias deve morire, affinché ne possa subentrare uno nuovo, ed è così che il III Libro si chiude con la morte di Anchise, e di conseguenza l’elevazione di Enea a nuovo pater (Sic pater Aeneas, III, 716).

“Enea vince Turno”, di Luca Giordano

…E riparleremo di gentiluomini di fortuna

Il viaggio di Enea alla ricerca della maturità si conclude nel IV Libro, dove l’eroe deve affrontare la sfida finale, rimasto senza protezione paterna, e superare la tentazione della nuova pace offertagli da Didone. Ripartito, anche se a malincuore, infine Enea giunge in Italia e il suo viaggio si conclude, e con esso la maturazione dell’eroe, che ora è pronto ad affrontare la guerra per la conquista del diritto di fondare una nuova città, guerra che senza la sua nuova mentalità non avrebbe saputo vincere. Ma il viaggio che ha fatto maturare Enea per giungere all’obiettivo finale della conquista rappresenta, in fondo, la mentalità romana del neonato Impero, un eroe sperduto dopo tutta la corruzione e le guerre civili della morente Repubblica e ora pronto a imporsi su tutti i suoi rivali. E allo stesso modo il viaggio di Corto Maltese vuole rappresentare la mentalità della sua epoca, una società sperduta dopo la tragedia delle due guerre mondiali e che ha capito finalmente che deve cambiare e maturare se vuole salvarsi, ma non sa ancora come e se ne duole. E si aggira irrequieta per il mare alla ricerca di una strada per intraprendere questo viaggio e trovare finalmente la quiete.

 

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