“Stefania”, canzone ucraina vincitrice dell’Eurovision, è una celebrazione delle madri. Vediamo come questa figura sia fondamentale nello sviluppo del bambino.

A vincere l’Eurovision di quest’anno è stata “Stefania”, canzone che rappresenta un inno, un’ode a tutte le madri, dipinte come figure forti, capaci di garantire sicurezza e protezione, ma anche trasmettere il proprio amore.
Un legame di convenienza?
Per la prima metà del secolo scorso il comportamentismo, approccio psicologico che si proponeva di studiare la psicologia delle persone facendo affidamento all’unico elemento visibile di quest’ultima, ovvero il comportamento, aveva spiegato come lo stretto rapporto tra madre e bambino fosse condizionato dal fatto che la madre rappresentasse per il bambino fonte di cibo e protezione.
Il rapporto quindi si costruiva su un semplice meccanismo: ogni volta che la madre soddisfa il bisogno di cibo del bambino, in quest’ultimo verrà rinforzata la convinzione che in futuro potrà affidarsi di nuovo alla stessa figura (rinforzo positivo). In poche parole, si credeva che tutto si basasse esclusivamente sulla convenienza.

Le osservazioni di Harlow
Harry Harlow, psicologo statunitense, la pensava diversamente, e nel 1958 condusse un esperimento (molto discutibile dal punto di vista etico) che avrebbe cambiato completamente le carte in tavola.
Harlow prelevò dei cuccioli di macaco poco dopo la loro nascita e li affamò non dando loro da mangiare, dopodichè li trasferì in una gabbia dove erano poste due “madri”, ovvero due manichini. Una “madre” era fatta di un materiale soffice, ma senza cibo, mentre l’altra era costituita soltanto da un rete metallica, ma dotata di un biberon, quindi capace di fornire nutrimento.
I risultati ottenuti furono sorprendenti, in quanto i piccoli macachi preferirono passare la maggior parte del proprio tempo con le madri “soffici”, traendo nutrimento soltanto quando necessario dall’altro manichino.
Questo esperimento, insieme a numerose altre prove, riuscì dunque a confutare quella teoria comportamentista dominante fino ad allora, rifiutando quindi la soddisfazione dei bisogni primari come unico fattore dell’attaccamento del bambino.

La teoria dell’attaccamento
John Bowlby, psicologo e psichiatra inglese, dai suoi studi condotti in diverse cliniche su bambini che erano stati separati dalle madri, notò che, pur fornendo loro cibo e cure, questi presentavano comunque dei disturbi al livello emotivo. Partendo da questo, Bowlby elaborò la teoria dell’attaccamento (attachment theory), con la quale spiegò come lo stretto legame tra madre e bambino non fosse soltanto determinato dal nutrimento, ma da un meccanismo innato dell’infante, che appena nato cerca una figura in grado di garantirgli la sopravvivenza. Questo ruolo, ricoperto nella maggior parte dei casi dalle madre, sarà inoltre cruciale per uno armonioso sviluppo sociale, emotivo e cognitivo del bambino, fondamentale per la costruzione di futuri rapporti.
Diversi stili di attaccamento
A sviluppare la teoria di Bowlby fu Mary Ainsworth, psicologa canadese, che tramite osservazioni definite “Strange Situation”, nelle quali bambini da 12 a 18 mesi venivano separati dalla madre e posti in luoghi non familiari e/o con persone estranee, elaborò tre stili di attaccamento:
Stile Sicuro. Il bambino non soffre il distaccamento della madre, in quanto e convinto di poter fare affidamento su quest’ultima, e per questo dimostra un atteggiamento aperto ed propositvo nei confronti del mondo che lo circonda.
Stile Insicuro Evitante. In questo caso l’atteggiamento del bambino si orienta sulla certezza che la madre non offrirà aiuto, ma che anzi in tali situazioni lo rifiuterà. Ne deriverà quindi una sfiducia nei confronti degli altri e una continua ricerca di autosufficienza, anche sul piano emotivo.
Stile Insicuro Ansioso Ambivalente. Il bambino non è sicuro di poter contare sempre sulla figura della madre, e perciò sviluppa un atteggiamento timoroso, insicuro nei confronti del mondo, e ambivalente nei confronti della madre, talvolta disperandosi quando è separato da questa, ma dimostrandosi apatico se ricongiunto ad essa.
Successivamente, le psicologhe statunitensi Salomon e Main, compiendo ulteriori osservazioni, elaborarono un quarto stile, lo stile Disorientato/Disorganizzato, caratteristico di bambini che avevano subito abusi o violenze o i cui genitori presentavano traumi irrisolti.
Per concludere, vorrei citare le parole di Donald Winnicott, psicologo britannico, che rendono perfettamente l’idea di ciò che la figura materna rappresenta per noi:
“Il precursore dello specchio è il volto della madre”