Il Superuovo

Stare da soli per capire se stessi e il “circostante” secondo Faber e Leopardi

Stare da soli per capire se stessi e il “circostante” secondo Faber e Leopardi

Leopardi e De André nell’elogio della solitudine come scoperta di se stessi, del mondo e del valore della vita 

Impossibilitati ad uscire, privati della possibilità di incontrare persone si realizza l’immenso valore della libertà. La solitudine spinge alla riflessione e alla ripresa dei legami autentici con quanto viene dato troppo spesso per scontato. In “Tasso e il Genio”, una delle sezioni in cui sono suddivise le “Operette morali”, Leopardi racconta l’esperienza tassiana di reclusione a Sant’Anna e il suo dialogo di marca filosofica con il “Genio”. Fabrizio De André nell’ “Elogio della solitudine” celebra la facoltà comunicativa dell’uomo con il “circostante”, con un intero universo che molto spesso sfugge allo sguardo.

Fabrizio De André

Se stessi e il “circostante”

Nel monologo pronunciato da De André durante un concerto, nel presentare
“Anime salve” Faber evidenzia il significato etimologico del suo ultimo album, ovvero “spiriti solitari”. La solitudine è un privilegio esclusivo di alcune categorie di individui, di pochi che sanno coglierne il sublime. Essa deve essere una scelta, deve essere abbracciata in totale libertà affinché essa possa giovare per davvero. Gli anziani e i malati vengono spesso lasciati a se stessi, abbandonati ai margini di una società fluida in costante movimento. Può un uomo essere felice nella solitudine di un ospedale e di un ospizio asettici, senza le carezze dei propri cari? Il politico necessita di un contatto costante con una comunità, con una fetta di popolazione capace di condividerne l’idealogia e votare a proprio favore: costretto alla solitudine egli è, secondo De André, “fottuto”. Il cantautore sottolinea quanto nel corso della sua vita intensa, un’esistenza piena e che sicuramente non è stato un mero accumulo di anni sancito dai dati scritti sulla carta di identità, abbia più volte sentito il bisogno di rintanarsi nella sua solitudine. È un rifugio saltuario, lontano dal romitaggio o dall’anacoretismo: è la necessità interiore di perdere contatto con sé. Vincolati a mille impegni lavorativi o ludici, perdiamo il contatto con la parte più profonda del nostro io, trascurando le grida silenziose di un’interiorità a cui presso non diamo la parola. Quando l’individuo si manifestano i legami con il “circostante”, con ciò che De André individua come l’ universo. Il circostante è tutto ciò che vi circonda, è “la foglia che spunta di notte” e il cielo stellato, è la natura che ci accoglie, è il mondo antropico che condiziona le nostre azioni e scelte quotidiane. La solitudine implica dover contare esclusivamente sulle proprie forze, sulle capacità che sa mettere in gioco privato della presenza degli altri a riempire i vuoti. L’uomo solo non fa paura, è una piccola unità uguale a tutti gli altri: ciò che incute timore è il gioco-forza che si viene a creare dall’associazione di più individui, dal gruppo che cerca di imporsi sul singolo. L’affinità con i propri simili permette all’ uomo di contribuire anche al benessere dell’altro: stare da solo per giovare alla comunità.

G. Leopardi

Solitudine, Amore e Noia

All’interno della sezione “Tasso e Genio”, Leopardi riprende il contenuto del “Messaggero”, dialogo filosofico tassiano in cui si narra della visita di un demone sul far del giorno al poeta recluso a Sant’ Anna. Il poeta s’interroga sulla duplice funzione del “genio”, il quale consola il prigioniero esortandolo a “ridere dei mali” ma che, nel corso della narrazione, si impegnerà a svelare l’infelicità a cui sono destinati gli uomini e a distruggere illusioni e speranze. Tasso mostra il suo rammarico per non poter rivedere mai più l’amata Leonora, unica possibilità di essere felice permettendogli tramite il pensiero di Amore di ritornare al vecchio Torquato. La capacità di amare viene presentata come un’esclusiva delle “anime grandi”. Alla selettività del sentimento amoroso si oppongono la noia e la meditazione che sorge in condizioni di solitudine, due elementi universali, comuni a tutti gli uomini. Lontano dal consorzio umano, l’individuo incomincia a soffrire la mancanza delle “cose umane” e a poco a poco ne apprezza il valore, percependole “più belle e più degne”. La solitudine si configura come una forma di gioventù che dà nuova vita all’anima attivando l’immaginazione e rendendo l’uomo capace di giovare dei benefici delle piccole cose, di tutto ciò che è apparso affascinante quando si è manifestato come “prima inesperienza”. Nella solitudine obbligata gli esseri umani si prestano ad un soliloquio, ad un teatro melanconico di voci interiori che si intrecciano. È una prospettiva universale, tipica di ogni uomo indipendentemente dalla sua inclinazione alla riflessione: è ciò che permette ad ognuno di noi, in condizione di solitudine, di “apprezzare, amare e desiderare la vita”.

Delacroix: “Tasso all’ospedale di Sant’Anna”

La solitudine come riscoperta

Apparentemente, lo “spirito solitario” potrebbe risultare debole perché privato della corazza costituita dalle relazioni interpersonali. La sua forza è racchiusa in sé e in un animo completo e capace di adeguarsi a qualsiasi circostanza. La prospettiva di De André è legata all’idea che quando si è soli, e dunque in maggiore accordo con il “circostante”, si riesce a riflettere meglio sui problemi trovando soluzioni più soddisfacenti. Occorre staccare la spina, ritagliarsi archi di tempo più o meno lunghi lontano dagli altri, dai ritmi frenetici e dal caos che confonde il singolo in una serie di rapporti sociali di varia natura. La solitudine e la distanza dalle cose che troppo spesso si danno per scontate fa nascere nell’uomo un attaccamento che si realizza tramite un ritorno all’indietro che, come l’ Amore, gli permette di ritornare a dar valore alla vita. In “Tasso e Genio”, Leopardi afferma quanto sognare e fantasticare siano azioni essenziali per sconfiggere la noia. Privato della libertà, costretto alla solitudine, l’uomo ama, desidera e apprezza le cose come se fossero viste con gli occhi di un bambino che le ammira per la prima volta.

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