Quando raggiungi traguardi importanti non ti attribuisci il merito? Hai paura che prima o poi qualcuno si accorgerà che è stato solo merito della fortuna? Potresti essere vittima della “sindrome dell’impostore”.

La sindrome dell’impostore è la condizione psicologica per cui alcuni individui competenti dubitano del merito dei propri successi (soprattutto accademici) al punto di provare una continua e internalizzata paura di essere scoperti ed etichettati come “imbroglioni”. Nonostante le prove esterne attestanti le loro abilità, chi è vittima di questo fenomeno rimane convinto di essere un impostore e di non meritare traguardi raggiunti. Di solito, queste persone attribuiscono in modo scorretto i propri risultati al caso, al tempismo o alla fortuna, oppure al fatto di essere riusciti a farsi sopravvalutare dagli altri. Pur non essendo presente nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali), in quanto non è considerato un vero e proprio “disturbo mentale”, questo fenomeno è stato oggetto dell’attenzione di molti studiosi di psicologia e interpretato dapprima come un tratto di personalità dell’individuo, più recentemente come modalità di reazione a particolare eventi e/o stimoli. Il termine fu coniato per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, attive ricercatrici presso la città di Atlanta, in Georgia (USA). La sindrome dell’impostore è stata studiata più che altro in donne di successo, tuttavia una nuova ricerca mostra come l’incidenza sia pari per entrambi i sessi. L’esperienza dell’impostore può essere accompagnata da ansia, stress e sintomi depressivi. Spesso è associata a pensieri come “non devo fallire”, “mi sento un imbroglione” o “ho solo avuto fortuna”.  Per misurare le caratteristiche del soggetto è possibile utilizzare la “Clance Impostor Phenomenon Scale”. 

“Impostorismo” e Socrate

L’eco del concetto sotteso al fenomeno dell’impostorismo, altro nome con cui viene indicata la sindrome dell’impostore, potrebbe trovarsi in una delle tesi filosofiche più famose della storia: quella della “docta ignorantia” di Socrate. Nell’Apologia di Socrate, Platone gli attribuisce la seguente frase: «Dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero più sapiente io: […] costui credeva di sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo di sapere».

Seppur alla base del pensiero socratico il “sapere di non sapere” fosse inteso come la saggia consapevolezza di non conoscenza assoluta che spinge però al desiderio di conoscere, possiamo intravedere in chi è vittima di questa sindrome tracce della stessa umiltà del filosofo ateniese.
Sfortunatamente, come per il vecchio filosofo condannato alla cicuta, spesso ci troviamo davanti a chi pur “non sapendo, crede di sapere”: è l’effetto Dunning-Kruger, la distorsione cognitiva per cui gli incompetenti tendono a sopravvalutarsi, il fenomeno contrario a quello preso in esame.

In una società altamente competitiva come quella contemporanea nessuno pare del tutto immune a questi effetti: conseguire nuovi successi e ottenere riconoscimenti non necessariamente migliora lo stato d’animo, ma porta ad aumentare il senso di inadeguatezza.

 

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