Il Superuovo

Simmel ci spiega il caos metropolitano della “Dolce vita” di Fellini

Simmel ci spiega il caos metropolitano della “Dolce vita” di Fellini

Frenesia, denaro, donne e divertimento si mischiano a solitudine e incomprensione in un ambiguo cocktail dal sapore agrodolce

Da quando la metropoli ha fatto il suo pomposo ingresso nel grande teatro della storia è sempre stata al centro dell’arte e della letteratura. Cosa può dirci la sociologia riguardo i suoi tanti vantaggi ma anche sui suoi difetti, eccessi, frenetici spaesamenti?

Georg Simmel, il conflitto tra vita e forma e la metropoli

Simmel ha vissuto in Germania a cavallo del XIX e XX secolo, è stato un pensatore molto eclettico, è infatti considerato un classico della sociologia ma si è occupato anche di filosofia e psicologia. Una tesi centrale che sostiene tutto il suo pensiero è il conflitto tra la vita e la forma. Cosa si intende per vita e forma? Perché sono in conflitto tra di loro?

Simmel definisce come vita tutto quello che fa parte dell’interiorità dell’individuo, pensieri, emozioni, sentimenti, quello che insomma costituisce la sua parte più intima, la forma invece è il modo, il canale, la forma appunto, in cui la vita si manifesta. Ne consegue quindi che la vita può esprimersi solo tramite la forma, ad esempio i sentimenti hanno bisogno delle parole per veicolare uno stato d’animo all’interlocutore e spesso non riescono a farlo pienamente. Quante volte ci è capitato di percepire un determinato stato d’animo, una determinata sensazione, un certo sentimento che tuttavia faticava a entrare nelle forme e nei mezzi che avevamo per comunicarlo, magari alla persona amata. Quante volte neanche a noi stessi ci riesce di capirci? Quando magari una certa sensazione o sentimento, un élan vital (slancio vitale) direbbe Bergson, non riescono a trasformarsi in un pensiero, così che albergano dentro di noi molto fluidi, appunto, senza forma. Nietzsche sostiene che:

Certe anime non si scoprono mai a meno che prima non si inventino.

Simmel sosterrebbe sicuramente tale affermazione. Per poter esprimere la nostra vita dentro di noi, il nostro flusso di sentimenti e sensazioni dobbiamo prima dargli una forma,  e nel fare questo non riusciamo però mai pienamente a esprimerla pienamente. Per questo c’è l’eterno conflitto, la vita ha sempre bisogno di una forma per esprimersi, ma nel fare ciò la forma non riesce mai pienamente ad esprimere e realizzare la vita, così che la vita tende sempre a cristallizzarsi in forma per poi autotrascendersi.

Nelle istituzioni sociali, i rapporti tra gli uomini rispettano lo stesso principio. Che cosa sono le istituzioni se non vita cristallizzata? Simmel in un saggio del 1903 chiamato “La metropoli e la vita dello spirito” analizza questo rapporto tra vita e forma all’interno di quelle che erano le nascenti metropoli. Il sociologo sostiene che la metropoli da molta più libertà agli individui, libertà di scegliere il proprio lavoro, il proprio partner, come passare il tempo libero e con che cerchia di amici. Tuttavia l’altra faccia della medaglia è che la metropoli con i suoi incessanti stimoli porta gli individui in uno stato di “intensificazione della vita nervosa”, così che nascono due tipi di individui: il blasè, cioè colui che diventa cinico e distaccato da tutto, oppure al suo opposto troviamo il nevrastenico, ovvero colui che non riesce a scegliere e segue incessantemente ogni stimolo.

Proprio questa è la difficoltà degli individui metropolitani, cioè di scegliere come dover reagire a quell’enorme carica di stimoli, che se da un lato offre molte possibilità rischia di rendere apatico l’individuo e di isolarlo in sè stesso.

La caotica Roma anni ’50 della “Dolcevita” di Fellini

Gli UCI Cinemas hanno deciso di rimandare i classici di Fellini e Kubrick, ora hanno interrotto per evidenti motivi, speriamo che tornino presto a continuare con la programmazione. Questa settimana sarebbe dovuto esserci sui grandi schermi uno dei capolavori del regista italiano: “La dolcevita”. Il film racconta con grande fascino la Roma dei tardi anni ’50, dove gioia, delirio e desiderio si uniscono a paura, angoscia e solitudine. Usiamo l’acuto pensiero di Simmel per osservare la Roma di quegli anni.

Prima di tutto è indispensabile un inquadramento storico: la seconda guerra mondiale è finita, sono arrivati gli aiuti economici a stelle e strisce che hanno portato il boom economico, l’epoca delle ristrettezze è finita, l’epoca della morte portata dalla guerra è finita, ora la voglia di vivere è palpabile nell’aria.

La religione sembra aver perso la sua presa su individui che sembra non abbiamo nessuna voglia di rimandare la felicità a dopo la morte. Così infatti si apre il film, con delle ragazze su una terrazza in costume a prendere il sole mentre due elicotteri sorvolano sopra le loro teste, uno di questi trasporta una statua di Gesù, e una ragazza si chiede dove stia andando. Questa domanda è una chiave di lettura del film: dove sta andando la religione? Il protagonista infatti, Marcello, ha interessi molto più immanenti e chiede alle ragazze il loro numero di telefono, che ridendo glielo negano. Eppure non dobbiamo correre a conclusioni affrettate, la statua di Gesù sta andando a San Pietro. Molti condividono intenti goderecci con Marcello ma tanti altri rinunciano a questa vita in nome dell’aldilà, infatti poche scene dopo c’è una folla enorme che si accalca perché due bambini sostengono di aver visto un’apparizione della Madonna.

Questo è il quadro in cui è ambientato il film, un quadro che disegna individui frammentati, divisi, tra austera religione e sfrenato divertimento, tra lavoro e famiglia, tra matrimonio e scappatelle.

Spirito oggettivo e spirito soggettivo. Marcello, Emma, Steiner

Simmel in “Metropoli e vita dello spirito” ci parla di spirito oggettivo e spirito soggettivo: lo spirito soggettivo può essere paragonato alla vita, quello oggettivo alla forma. Così nella metropoli vediamo moltiplicarsi lo spirito oggettivo, mentre lo spirito soggettivo è sempre più scisso, combattuto, trova sempre meno spazi per esprimersi, così è per Marcello, che è un giornalista che si occupa di servizi scandalistici ma coltiva il sogno di diventare un romanziere.

Tutto il film è attraversato da continui scatti e flash delle macchinette fotografiche. Marcello e i colleghi non lasciano intimità a niente e nessuno, la vita personale e privata si trasforma in dei segreti che devono essere resi pubblici e apparire in prima pagina nei quotidiani e nelle vetrine delle edicole. Lo spazio privato, lo spirito soggettivo, viene preso e inglobato dallo spirito oggettivo anche nelle situazioni tragiche, così che quando Steiner, l’amico intellettuale di Marcello, uccide se stesso e i suoi due bambini la moglie riceve la tragica notizia sotto l’invasivo e incessante flash delle macchinette fotografiche.

Ma andiamo ad analizzare meglio la figura di Steiner, il rapporto di Marcello con lui e come il regista ha deciso di inserire la scena del suicidio nella trama. Marcello ci viene presentato come scisso per quello che riguarda almeno due piani: il piano del lavoro e il piano delle relazioni amorose. Sul piano del lavoro Marcello fa il giornalista, questo gli da credito, un bello stipendio e tanti contatti sociali, eppure lui sogna di fare lo scrittore ma non ci riesce. Come cominciare? A chi chiedere? Troppi interrogativi, troppi problemi: il suo spirito soggettivo, la sua vita, la sua voglia di diventare un romanziere, fatica a esprimersi, meglio restare nella forma già precostruita del giornalista. Il secondo piano è quello delle relazioni amorose: è fidanzato con Emma, ma la tradisce costantemente, è in un eterno conflitto tra continue amanti e scappatelle, come la celebre scena in cui si trova nella fontana di Trevi con la famosa attrice americana, e la relazione stabile che invece ha con Emma. Marcello si trova in conflitto tra la libera espressione della vita in tanti rapporti amorosi e la stabilità e sicurezza che può offrire solo una relazione stabile, che gli può offrire solo Emma.

La figura di Steiner offre a Marcello una linea di fuga, una via per scappare dai suoi problemi, Steiner sprona Marcello a contattare un editore e nel frattempo rappresenta la figura dell’uomo sposato, con due bambini. Proprio su questo secondo punto offre un modello a Marcello, offre un modo per risolvere il conflitto tra vita e forma che prova nei confronti di Emma.

La sera prima del suicidio Marcello ed Emma hanno una discussione in macchina, lei lo sprona a dedicarsi totalmente al loro amore, a sposarla. Sostiene che un uomo che trova una donna che lo ama totalmente non può volere altro di più dalla vita, al che Marcello perde le staffe e risponde nel seguente modo:

non lo vedi che quello che mi proponi è una vita da lombrico, non sai parlare di altro che di cucina e di camere da letto, ma un uomo che ha accetta di vivere così, lo capisci che è un uomo finito, è veramente un verme!

Dopo di che caccia Emma dalla macchina e se ne va. Marcello torna però il giorno dopo a riprenderla, già la sera stessa l’aveva cacciata una prima volta e dopo che lei se ne stava andando l’aveva fermata e fatta tornare indietro. Il conflitto tra il  suo essere libertino e il desiderio di sposarsi e avere sicurezza qui è più forte che mai, tocca l’apice, e in questo contesto sicuramente Marcello ha pensato a Steiner, alla possibilità di accasarsi definitivamente. Possibilità che Steiner rappresentava, se non che appunto lo si trova suicida dopo aver ucciso i suoi due figli. Non c’è niente da fare, Steiner rappresentava la via di fuga sbagliata, non si può uscire così facilmente dal conflitto vita/forma, la Roma di quegli anni con le sue attrattive e libertà sembra avere una forza magnetica. Così infatti è per il padre di Marcello, che va a trovare il figlio e decide di divertirsi con lui e un suo collega in un locale di via Veneto, celebre via romana. Qui il padre spende e spande, è goliardico, euforico e decide di iniziare a bere fino ad essere più che alticcio, conosce una bella ballerina e va in un hotel con lei. Se Steiner non rappresenta una linea di fuga, con il suo rinchiudersi nella forma, non la rappresenta nemmeno il padre di Marcello, con il suo allontanarsi dalla moglie per andare a Roma e passare la serata con una ballerina conosciuta a un locale. Infatti la ballerina chiama Marcello: il padre si è sentito male, e ora non vuole altro che tornare a casa, vuole scappare da quella Roma che rischia di metterlo in crisi con quella forza magnetica che prima l’ha attirato a se.

Così il film si chiude come si apre, con una scena che simboleggia l’incomunicabilità tra uomo e donna. All’inizio del film Marcello sta su un elicottero, e non riesce a parlare con le ragazze che stanno sulla terrazza, così alla fine non riesce a comprendersi con una ragazza troppo distante da lui.

Un altro particolare che Fellini ci propone viene trascinato a riva dai pescatori, i quali hanno pescato un pesce particolare, una razza, che ormai morta giace sulla spiaggia. Si nota però un suo grosso occhio, che può simboleggiare tante cose. Primo ci si chiede cosa può vedere un pesce dalla sua prospettiva, quale il senso di quell’eterno conflitto a cui la modernità con le sue ambivalenza sembra aver consegnato l’uomo, dal suo punto di vista? Secondo ci ricorda che per aver un punto di vista oggettivo, fermo e stabile, bisogna non essere in vita. Finché c’è vita, come ci ricorda Simmel, ci sarà un eterno conflitto tra vita e forma, che forse rischia di condannare l’uomo a un eterno conflitto, ma prima di tutto lo fa vivere.

 

 

 

 

 

 

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