Il Superuovo

A cosa servono le utopie? Ce ne parlano Platone e “L’isola che non c’è”

A cosa servono le utopie? Ce ne parlano Platone e “L’isola che non c’è”

L’utopia è un’ideale etico-politico destinato, probabilmente, a non realizzarsi mai. Ma allora qual è il suo ruolo nel mondo? 

Il filosofo Platone

La Repubblica di Platone e L’isola che non c’è del cantautore Edoardo Bennato rappresentano un esempio di ideali di difficile realizzazioni, sogni forse per sempre incompiuti. Nonostante questo, dove possono portarci queste opere? Che cosa ci chiedono? 

La città giusta 

 Platone, in uno dei testi fondamentali della storia della filosofia, va alla ricerca della città giusta per eccellenza, suddividendola in tre classi: quelle degli artigiani, dei guerrieri e dei governanti. Interessante è che un cittadino non finisce in una delle classi per questioni ereditarie, ma in base alle sue inclinazioni naturali. Il filosofo greco credeva in una stretta corrispondenza fra il cittadino e la sua città, tanto da ritenere che i pregi e i difetti che la essa acquisisce siano dati dall’anima dei suoi abitanti, che è divisa in tre parti proprio come la città stessa: quella razionale, quella desiderativa e quella animosa. Per esempio, un uomo è saggio quando nella sua anima prevale l’elemento razionale, è coraggioso quando è la parte animosa a prevalere. Allo stesso modo, la città sarà saggia quando la classe dei suoi governanti lo sarà, e sarà coraggiosa se ci saranno guerrieri tali. La città diviene lo specchio della vera natura dei cittadini, che in essa mettono a nudo la loro anima. Ma dove risiede la giustizia tanto agognata da Platone? 

“La giustizia consiste nell’adempiere i propri compiti. L’individuo, instaurando un reale ordine nel suo intimo, diventa signore di se stesso e armonizza le tre parti della sua anima.”

Essa non è una dote specifica di una delle parti dell’anima o della città, ma è una sorta di armonia che si instaura fra di esse, nella quale ognuna svolge il proprio compito senza invadere quelli altrui. 

L’isola che non c’è 

Anche Bennato va alla ricerca di un posto che, a detta sua, è introvabile nella realtà, una favola, solo una fantasia. Un’isola nella quale non ci siano ladri, né armi e violenza. Un posto nel quale sia bandito l’odio, che sia simbolo di un’umanità nuova, lontana dalle logiche del mondo attuale. Mentre Platone scriveva di una città nella quale possa regnare finalmente la giustizia, (tema caro al filosofo, visto che la sua Atene aveva condannato a morte il suo maestro Socrate, macchiandosi dell’enorme colpa di aver ucciso l’uomo più giusto) il cantautore Edoardo Bennato, secoli dopo, tratteggia i contorni di un’isola che possa essere luogo di riscatto per l’uomo, ancora sporco del sangue dei suoi simili. L’uomo ha cambiato opinioni, costumi, assetti sociali, ma non ha ancora trovato il modo di rendere alcuni valori come la giustizia e la pace parte integrante del suo modo di vivere. Come si può trovare allora questa strana isola cantata da Bennato? 

“Seconda stella a destra, questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te. Porta all’isola che non c’è.”

Questa strada mette ancora più in evidenza il carattere irrealistico e fantasioso di questo luogo, ma come vedremo, anche questa è una strada. 

Il cantautore Edoardo Bennato

Platone dispotico? 

Platone fu criticato per la sua concezione della città ideale, poiché per realizzarla sono necessarie quelle che il filosofo chiama le tre ondate: innanzitutto, la parità di mansioni fra uomini e donne. La seconda ondata consiste nell’abolizione della famiglia, cioè la comunanza di mogli, mariti e figli. Questo perché: 

“Se un solo cittadino è colpito da un caso qualsiasi, buono o cattivo, questo stato riconoscerà che gli tocca direttamente e condividerà tutto il piacere o il dolore del cittadino.”

La comunanza rende lo Stato più organico, in modo che i cittadini non siano disuniti. E la terza ondata, quella più dura da digerire, è il governo affidato ai filosofi, poiché gli unici in grado di riconoscere il vero e il giusto nelle cose. Queste soluzioni trovate da Platone sono state considerate come tipiche di uno Stato totalitario, con assenza di pluralismo, rigide classi sociali, privo di organi familiari. Ma non bisogna dimenticarsi di leggere Platone con gli occhi del suo tempo: come afferma B.Constant, la libertà degli antichi non si esprimeva nel privato, ma nel pubblico, come un bene della città intera, e non di un singolo. Il filosofo greco cercava un’isola giusta e libera come quella bramata da Bennato, perciò dargli del dispotico sarebbe inopportuno: egli guardava alla libertà in maniera diversa da noi. 

I castelli incantati

 Nel corso della storia ci sono stati diversi tentativi di formare realmente la Repubblica platonica, o di creare una terra in cui non ci sia alcuna forma di coercizione fisica, ma la maggior parte di questi tentativi sono naufraganti nel nulla. Ma allora perché scrivere tanto per qualcosa di irrealizzabile? Perché si parla ancora di ideali, di utopie, se queste sono destinate a rimanere dei castelli incantati? La verità è che Platone non scrisse questo capolavoro con la speranza di una reale costruzione della sua città, ma affinché essa sia un modello (paradeigma) per l’uomo. Le utopie devono guardare al nostro mondo, per metterne a nudo i problemi, per svelarne i difetti. Esse servono a ricordarci che questa non è l’unica realtà possibile, che ci sono altre società oltre quelle attuali, e la scommessa, come dice Bennato, sta nel non perdere la speranza:

“E ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato, e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te.”

Forse rimarranno sempre dei castelli incantati o delle isole misteriose, ma finché se ne sentirà parlare avranno la forza di essere la prima pietra di un mondo, si spera, migliore. 

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