Il Superuovo

“Silence” di Scorsese: una riflessione sul silenzio di Dio nella persecuzione giapponese del XVII secolo

“Silence” di Scorsese: una riflessione sul silenzio di Dio nella persecuzione giapponese del XVII secolo

Silence di Martin Scorsese ci introduce all’essenza della religione e degli abissi umani nel panorama della terribile persecuzione anti–cristiana giapponese del Seicento. Proviamo a gettare luce sul senso del film attraverso la filosofia del “silenzio di Dio”

Il silenzio assordante di Dio è la presenza/assenza principale del film Silence (2016) del regista statunitense Martin Scorsese, la filigrana chiaroscurale che trama tutta la pellicola, sfociando nel finale drammatico, in una ricongiunzione sofferente dei due silenzi, quello umano e quello divino.

La persecuzione giapponese del XVII secolo

Il film di Scorsese, con Adam Driver e Andrew Garfield nei panni di due gesuiti portoghesi missionari in Giappone, alla ricerca del confessore apostata Cristòvao Ferreira (Liam Neeson), riprende e sviluppa, con suggestioni squisitamente cinematografiche, il romanzo Chinmoku (Silenzio, 1966) dello scrittore giapponese Shusaku Endo (1923–1996).

Fin dalla prima mezz’ora del film si rende palpabile la crudeltà della persecuzione giapponese contro i Krishtian, incastonata nel cuore del Siglo de Oro (periodo Tokugawa), per mano del terribile inquisitore Inoue. Un’immagine radicalmente capovolta rispetto a quella che dell’opera missionaria si ha, non senza fondamento storico, guardando al contenente americano. Da subito emerge l’inadeguatezza dei due missionari, per quanto animati da un nobile proposito (quello di scoprire la verità su padre Ferreira), rispetto alla fede vibrante, cieca, arroventata fino al limite estremo del martirio per crocifissione in mare, o per scorticamento nelle acque bollenti, degli indigeni convertiti. Una fede che ricorda quella catecombale dei primi cristiani. Un grido di denuncia, quasi, nei confronti della meccanica religiosa, degli automatismi confessionali in cui si trova prigioniera per larga parte la fede della cristiana Europa del tempo. Affiora, dunque, tutta la fortezza e il coraggio adulto della fede dei martiri–contadini, fratelli di quelli antichi, perseguitati sin dal Senatoconsulto del 35 d.C. che dichiarò il Cristianesimo superstitio illicita. Questo è indubbiamente un film sull’eroismo e sul coraggio. Non quello talvolta imprudente, animato da una certa sregolatezza, che anima alcuni eroi letterari; ma quello storico e drammatico dei martiri cristiani giapponesi del XVII secolo, a cui veniva chiesto di calpestare un’icona cristiana e di rinnegare la propria fede, pena la morte, raggiunta solo dopo lunghi tormenti.

Il silenzio di Dio

Mentre padre Garupe, mosso da una cieca aderenza dottrinale, abbraccia il martirio e muore senza riuscire a salvare gli altri cristiani, in forza dell’opinione teologica per cui solo i martiri vanno direttamente in paradiso, e al maggior grado di gloria, come battezzati per una seconda volta nel loro stesso sangue, padre Rodrigues, protagonista del film, sperimenta tutta la problematicità della dottrina nel contesto drammatico in cui si trova a operare. Prega il rosario in latino, da cui si separa solo per lasciare segni tangibili alle comunità Krishtian dell’isola di Goto, ma alla sua preghiera risponde il silenzio. Come non scorgere dietro queste parole il grido di Giobbe, la sofferenza che sale al cielo, e che tuttavia resta senza risposta?

C’è tutto un filone filosofico–teologico del secolo scorso che prende il nome di teologia del silenzio di Dio. Ne è esponente di primo piano il teologo e filosofo ebraico André Neher (1914–1988), uno dei massimi esperti di esegesi veterotestamentaria, autore di un volume dal titolo L’esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz (1983). L’Antico Testamento, secondo Neher, si dipana nel “paesaggio del silenzio.” Non solo perché, come scrive il profeta Isaia, YHWH è un Deus absconditus, un Dio nascosto, infinitamente trascendente. Ma soprattutto perché solo nel silenzio è possibile una comunicazione tra Dio e l’uomo. Il richiamo è alla teologia rinascimentale, cabalistico–ebraica dello Tzimzum, ripresa da Hegel nella Fenomenologia dello spirito: Dio, per poter rendere possibile qualcos’altro di diverso da sé, essendo Egli infinito ed eterno, si è dovuto “ritirare” e “contrarre”. Se la contrazione divina sta alla base della creazione, che emerge dallo svuotarsi (kènosis) di Dio, allora la risposta che l’uomo può avere è solo il silenzio, pena la perdita del suo essere e della sua libertà. Eppure, osserva Neher, sono gli alta silentia (B. Forte, 1991) di Dio che dovrebbero essere interpretati, come registri più profondi, altrettanto ricchi di significato, con cui si esprime il Logos celeste.

Il silenzio dell’uomo

Il film si conclude con il silenzio dell’uomo, il silenzio della fede, che fa da contraltare a quello di Dio, o meglio si propone come risposta alla parola di Dio che Rodrigues finalmente ode, prima di calpestare l’icona e di rinnegare la fede. E’ sul piano del silenzio, quel silenzio densissimo, più denso di ogni parola, che trama l’incontro finale di Rodrigues e del pentito Kichijiro, che chiede di confessarsi al padre apostata, che si muove la fede nuova, ambigua fino al punto da scomparire o forse incrollabile e proprio per questo silente, del missionario gesuita.

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