Sicuri che raccontiamo la Shoah nello stesso modo? Il caso di Maus di Art Spiegelman

Sono passati ottantatré anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ma il dolore delle vittime necessita ancora di essere raccontato.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, chi era stato portato nei campi di concentramento, aveva provato a raccontare la sua storia. Inizialmente, mancava un pubblico che li ascoltasse. La loro storia non veniva compresa: come erano state possibili tali atrocità? Oggi abbiamo fame dei ricordi delle vittime e lo dimostra “Maus” di Art Spiegelman.

IL RACCONTO DELLE VITTIME

Per chiunque ricordare eventi dolorosi non è piacevole. Ma quando ciò che si racconta è la storia di disumanizzazione compiuta dai nazisti, la sofferenza può essere atroce. Le vittime dell’Olocausto venivano descritti come fantasmi che passavano attraverso le strade, una volta ritornati alla vita reale. Qualsiasi ombra di vita e speranza era stata risucchiata via da loro. Come uomini, abbiamo bisogno di razionalità, quindi l’unico modo per poter elaborare quanto successo era raccontare. Non appena iniziano a essere pubblicati le prime narrazioni legate alla Shoah, diventa impossibile non credere ai ricordi delle vittime. Si crea un bisogno e a tale bisogno risponde una vera e propria sommossa letteraria: le opere che ricordano i soprusi dell’Olocauso si moltiplicano. Da “Se questo è un uomo” di Primo Levi pubblicato nel 1947 a “Maus” di Spiegelman del 1980, si delinea una tradizione in cui si ingoia la sofferenza e il senso di inadeguatezza, e si racconta.

MAUS: LA NARRAZIONE DAL PADRE AL FIGLIO

Attualmente, le vittime sopravvissute della Shoah ancora in vita sono poche e la loro esistenza è una prova fisica e materiale della Storia: le parole nei libri di testo possono essere cancellate ma non si possono eliminare le persone. Abbiamo quindi ancora a disposizione i testimoni primi dell’Olocausto. Man mano che diminuiscono sempre di più i sopravvissuti, si sente la necessità di non perdere delle testimonianze così preziose che ci ricordano di cosa l’uomo è stato capace di fare e di cosa potrebbe ancora fare. Allora di generazione in generazione, il racconto della Shoah va avanti. Art Spiegelman compie un’operazione di questo tipo: raccoglie la testimonianza del padre ebreo, Vladek, prigioniero di Auschwitz e ne realizza un fumetto, “Maus”. All’interno, si può palpare il disagio di Art e di suo padre nei confronti di un racconto di tale portata. Che cosa si decide di raccontare? Che taglio dare alla storia? Spiegelman risponde a questi quesiti e decide di narrare il passato del padre tra flashback e il presente. Nulla viene risparmiato dal fumettista. Viene raccontato con grande maestria l’inizio di tutto: l’incontro tra il padre e Anja, la madre di Spiegelman, morta suicida quando Art era adolescente; l’inizio dell’odio nei confronti degli ebrei, la successiva ghettizzazione, i campi da lavoro, i sotterfugi per evitare la deportazione, inevitabile. Il racconto termina qui: Art Spiegelman decide di non includere la parte relativa ad Auschwitz; in un fumetto in cui decide di focalizzarsi sugli eventi che fanno respirare l’aria di terrore di quegli anni, inserire anche l’invio al campo di concentramento sarebbe stato superfluo e sarebbe stata considerata semplice pornografia del dolore. Non solo il padre ha voce in capitolo, ma leggendo si può anche notare il disagio del figlio nei confronti di una storia di tale portata. Dove e come si può collocare in un racconto simile che lui ha non vissuto? Questa sofferenza nascoste tra una vignetta e l’altra, è corroborata dall’assenza schiacciante di suo fratello minore. Di quest’ultimo si sa poco, se non che sia morto durante gli anni in cui il padre e la madre di Spiegelman cercavano di scappare alla deportazione. Si sono allontanati dal loro primogenito nel tentativo di proteggerlo, ma questo non è bastato a proteggerlo dall’essere ebreo.

ABBIAMO ANCORA BISOGNO DEI LORO RICORDI

Nel 2013 è stato inaugurato il Memoriale della Shoah a Milano; la Senatrice Liliana Segre continua a rendere viva l’esperienza dell’Olocausto attraverso i suoi libri e i suoi discorsi. Oggi, a distanza di meno di cento anni dalla Seconda Guerra Mondiale, si sente ancora il bisogno di raccontare e di tenere in vita, in qualsiasi modo, le atrocità di quegli anni. Usiamo le testimonianze passate e presenti come un reminder di quello che è successo perché la memoria umana è suscettibile al passare del tempo; si creano musei, edifici, libri, mostre e feste nazionali, al fine di rendere la Shoah un ricordo indelebile nella nostra memoria, come il tatuaggio di chi è sopravvissuto ai campi di concentramento.

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