Siamo sicuri di ciò che ci circonda? Realtà concreta e fittizia da Platone a Matrix

L’uomo, in quanto essere imperfetto e incompleto, è portato a dubitare di tutto ciò che lo circonda, persino delle realtà apparentemente più banali e concrete.

Ma cosa succede quando mettiamo in discussione anche la realtà sensibile, ovvero tutto ciò che la percezione sensoriale pone di fronte ai nostri occhi  nel corso delle molteplici esperienze quotidiane? Ecco che due pensatori tanto celebri quanto lontani ed un celebre film contemporaneo prendono insieme parte al più grande mistero del reale.

Il mito della caverna e il labile confine tra reale e fittizio

Parvenza o realtà? Opinione o verità? Idee o cose? Sono queste solo alcune tra le tante domande dicotomiche che si poneva uno dei più celebri filosofi del mondo greco, dalla cui dottrina non potette prescindere l’intera evoluzione della speculazione filosofica dei secoli a venire. Il riferimento è chiaramente all’ateniese Platone, che nel corso del IV secolo a.C. diede vita ad un rivoluzionario sistema di pensiero basato in prima istanza sulla dottrina delle idee. Per riuscire in tale intento, Platone non scrisse veri e propri trattati per sistematizzare, come avrebbe fatto di lì a pochi anni dopo il suo discepolo Aristotele, il suo pensiero, ma si servì di una forma di comunicazione ben più accessibile e pratica per tutti: il dialogo. Ci sono pervenuti ben 34 dialoghi platonici, visti dal filosofo come unico mezzo per mettere in luce il carattere di ricerca che è proprio della filosofia. Inoltre, all’interno dei vari dialoghi, Platone si servì di un altro potentissimo mezzo, il mito, con il quale cercò di perseguire un duplice scopo: da un lato uno scopo che potremmo definire “allegorico-didascalico”, cioè di presentare una serie di concetti attraverso immagini che facilitano il significato di un discorso piuttosto complesso, dall’altro vi è un tentativo di superare quei limiti  che l’indagine razionale non può superare. Il mito diventa insomma l’unico strumento di cui ci si può servire per raggiungere la conoscenza della verità, che non può essere ricercata nel mondo sensibile e con mezzi razionali, ma solo in quello che Platone chiama “iperuranio”, tramite dunque mezzi che devono necessariamente allontanarsi dalla percezione sensibile. Tra le varie narrazioni mitiche che troviamo nei dialoghi platonici, quello più noto ma che fa anche maggiormente al caso della nostra analisi è il famigerato “mito della caverna”, collocato alla fine del settimo libro del dialogo “La Repubblica”, scritto tra il 390 e il 360 a.C. Immaginiamo di essere noi i protagonisti del mito platonico e mettiamoci nei panni dei protagonisti della narrazione. Siamo in una caverna, incatenati sin dalla nostra nascita con ogni parte del nostro corpo e dunque costretti a guardare dinnanzi a noi, dove l’unico elemento presente è un muro. Alle nostre spalle c’è un fuoco che arde ininterrottamente e tra noi e il fuoco alcuni uomini che portano forme di vari oggetti come animali, piante e persone lungo una strada rialzata. Queste immagini, grazie alla brillantezza del fuoco, vengono proiettate sotto forma di ombre sul muro di fronte a noi. Non avendo mai visto altro nel corso di tutta la nostra vita ad eccezione di quel muro e di quelle immagini proiettate, cosa siamo portati a pensare? Che tutto ciò che avviene dinnanzi a noi sia la realtà e che dunque quelle ombre di piante, di uomini, di animali, siano esse stesse le piante, gli uomini gli animali. Qualora poi uno di noi venisse liberato e avesse la possibilità di guardare dietro, vedendo quegli oggetti penserebbe che essi siano meno reali rispetto alle forme alle quali è da sempre abituato. Solo se costui avesse la possibilità di uscire dalla caverna, seppur provando inizialmente un senso di fastidio poiché costretto ad abituare gli occhi al sole di cui prima di allora non conosceva nemmeno l’esistenza, comincerebbe col tempo a distinguere le ombre delle persone e il loro riflesso nell’acqua, poi a sopportare la luce e a vedere gli oggetti stessi, per giungere infine all’osservazione dello stesso sole. Ogni singolo oggetto ed elemento presente nel mito della caverna rappresenta una metafora che Platone sfrutta per esplicare al meglio la sua teoria della conoscenza: la caverna nella quale i prigionieri sono costretti a vivere rappresenta il mondo in cui viviamo, ovvero il tanto ingannevole mondo sensibile in cui non possiamo far altro che vedere ombre, cioè le immagini superficiali delle cose, che ben altra cosa sono rispetto alle idee. Esse, infatti, intervengono solo dopo che lo schiavo sarà stato liberato (liberazione che fuor di metafora indica la liberazione dall’ignoranza che la filosofia garantisce all’uomo) e avrà potuto godere della visione di tutto ciò che è esterno all’ingannevole “caverna”. Tra tutte le idee, però, è solo alla fine che il prigioniero può riuscire nella visione del Sole, che rappresenta l’idea di Bene, quella più pura e sublime, che rende tutto possibile e conoscibile. Siamo davvero circondati da fantocci che altro non sono che la proiezione di realtà a noi non offerte dalla conoscenza sensibile? Possiamo davvero vedere unicamente quelle ombre di oggetti, a loro volta imitazioni di realtà più vere?

Cartesio e la nascita del dubbio metodico

Chi può assicurarmi che […] Dio non abbia fatto in modo che non vi sia niuna terra, niun cielo, niun corpo esteso, niuna figura, niuna grandezza, niun luogo, e che, tuttavia, io senta tutte queste cose, e tutto ciò mi sembri esistere non diversamente da come lo vedo?

Queste parole sono tratte dalla prima delle “Meditazioni metafisiche” del filosofo seicentesco René Descartes, italianizzato in Cartesio, che al problema della conoscenza e del dubbio dedicò gran parte dei suoi interessi speculativi. Ogni giorno della nostra effimera vita entriamo in contatto con disparati oggetti, con visioni fantastiche quali lo scintillio delle stelle nel cielo o il catartico distendersi di lunghe valli al cui sguardo l’animo umano non può far altro che abbandonarsi rapito, al martellante aggrovigliarsi di pezzi di cemento che garantiscono l’esistenza di strade, palazzi, automobili. Tuttavia, direbbe Cartesio, chi può darci la certezza che un “genio maligno”, un essere a noi superiore o quantomeno ignoto, non abbia fatto sì che le cose ci apparissero così come le vediamo, ottenebrando la nostra mente e nascondendoci la reale essenza di tali cose? Disponiamo di una coppia di occhi per vedere, di membra per tastare, di orecchie per percepire odori, di una bocca per gustare i sapori; il tutto, come direbbe Agostino, disposto con una simmetria e una precisione impressionante affinché ognuno degli elementi sopra elencati possa adempiere nel miglior modo possibile al suo compito: la percezione sensoriale. Ma siamo così sicuri che le immagini proiettate ai nostri occhi da fasci di luce esterni ci offrano una visione veritiera dell’esterno? Cartesio ci insegna che nulla di tutto ciò può essere affermato dall’essere umano con certezza perché potrebbe essere in atto un inganno dei sensi, un’illusione creata a danno umano. E allora, una volta caduta anche la certezza apparentemente più scontata, ci è possibile aggrapparci a qualcosa? La conoscenza in questo sistema viene meno, la libertà umana stessa soccombe. Tuttavia, nello stesso momento in cui l’uomo compie un ragionamento tale come quello che ho provato a tracciare poc’anzi, nello stesso momento in cui sto scrivendo queste righe battendo le mie dita sui tasti di un computer, di una cosa posso essere sicuro: del mio pensiero. Mentre scrivo, mentre creo un ragionamento filosofico, mentre vivo, penso, o come direbbero i latini “cogito”. Un genio maligno potrebbe ingannare l’uomo su tutto, ma per poter perpetrare l’inganno è inevitabile che l’uomo debba esistere. Ne deriva che, nel momento in cui sto pensando di non avere alcuna certezza e di dubitare di ogni cosa, non posso far altro che riconoscere di aver raggiunto almeno una verità certa: se dubito vuol dire che penso e se penso allora esisto. Cogito, ergo sum.

 

Matrix trasporta il problema ontologico nel mondo contemporaneo

L’arte, la letteratura, la filosofia hanno il magico potere di congiungere epoche distanti anni luce e apparentemente incomparabili grazie all’immortalità che le dottrine, le opere, i messaggi possiedono. È proprio ciò che sono riusciti a fare i fratelli Wachovsky il 24 Marzo del 1999, quando presentarono ad Hollywood un film che non avrebbe lasciato indifferenti le menti e gli animi di tutti coloro che di lì in avanti avrebbero dedicato 136 minuti della loro vita alla sua visione. Il titolo del film è Matrix e il suo successo divenne nel tempo talmente universale da far nascere remake e seguiti che continuano anche ai giorni nostri. Il protagonista del film è Neo, un hacker notturno che, dopo essere stato scoperto nei suoi illeciti e arrestato, viene contattato e portato per mano di Trinity, altra esperta di hackeraggio, nella stanza segreta del misterioso Morpheus. È proprio qui che viene rivelata a Neo una verità socnvolgente: dopo aver ingerito una pillola rossa si ritrova catapultato nel XXIII secolo in un mondo in rovina, completamente oscurato dalla luce solare, in cui l’umanità sta combattendo contro delle macchine dotate di intelligenza artificiale che lo stesso uomo creò nel XXI secolo, ma che ormai si sono ribellate al controllo umano. Da allora era cominciata una vera e propria lotta tra uomo e macchina che aveva portato le macchine a sfuttare gli stessi umani come fonte di energia, “coltivandoli” per utilizzarne il calore e la bioelettricità naturale. Di conseguenza, il mondo in cui Neo era vissuto fino all’incontro con Morpheus, all’apparenza del tutto reale, non era altro che una una neuro-simulazione interattiva costruita dalle macchine sul modello del mondo del 1999 per tenere calmi gli umani coltivati. Morpheus e la sua banda, in questa interminabile lotta contro le macchine, avevano contattato Neo credendo che quest’ultimo fosse “l’Eletto”, ossia colui che sarebbe stato in grado di decodificare Matrix (l’intelligenza artificiale che governa tutte le macchine) e di concludere la guerra, risvegliando l’intera umanità dalla “simulazione onirica” di Matrix stessa. Risulta alquanto semplice comprendere che una storia di tale levatura non sarebbe potuta nascere da menti normali e la visionarietà dei fratelli Wachovsky non può che essere universalmente riconosciuta. Platone, Cartesio, Kant, Schopenhauer, il taoista Zhuangzi sono solo alcuni tra i filosofi da cui i registi hanno tratto deliberatamente spunto nel dar vita alla follia di Matrix. È un film che fa riflettere e non può lasciare indifferenti perché, anche se non interessati ad astrusi dibattiti filosofici sull’essere e il non essere, riesce, tramite la finzione della narrazione scenica e all’immissione di tali contenuti in un mondo a noi contemporanei, ad affrontare tematiche molto più generali e universali.

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità».

Queste frasi pronunciate da Morpheus nel corso del film toccano la coscienza di ognuno di noi perché fanno insinuare all’interno delle nostre menti una verità che spesso non vediamo o vogliamo far finta di non vedere: Matrix non è solo un mondo artificiale/reale creatore di un reale/artificiale presente, ma è anche il mondo che tutti noi abbiamo creato per nascondere a noi stessi la verità, un castello di carta  di cui facciamo fatica a liberarci in ogni ambito della nostra vita. Ci inganniamo nel pensare di essere immuni ai mali che colpiscono gli altri, si inganna chi pur trovandosi ai margini del sistema crede di essere venuto al mondo per un fine superiore, si inganna chi crede di vivere in un mondo in cui tutto progredisce e va nel  verso giusto mettendo a tacere i paradossi e l’involuzione che spesso siamo costretti a notificare. Si inganna, in ultima analisi, chi lascia tacere il proprio cogito, chi lascia tacere le idee presenti al di fuori della caverna platonica lasciando parlare solo gli oggetti di legno e le ombre della caverna stessa, senza rendersi conto che esse ci circondano ed imprigionano in ogni azione che compiamo ogni singolo giorno. Ecco che Matrix diventa quel lugubre incubo da cui nessuno di noi si vorrebbe svegliare per lasciar fluire la vita nel modo più ingenuo, facile e scanzonato possibile… ma che ci rende falsi, soli, schiavi.

 

 

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