Siamo davvero razionali nei nostri ragionamenti? Scopriamo 5 errori cognitivi che facciamo valutando il comportamento

Siamo fermamente convinti di essere la specie più razionale del nostro pianeta e di non cadere quasi mai in ragionamenti illogici, ma siamo davvero sicuri che sia così? La verità, infatti, sembra essere ben diversa…

 

 

 

Lungi dall’essere perfettamente razionali gli esseri umani si affidano spesso e volentieri a strategie che permettono loro di risparmiare tempo in complicati ragionamenti. Alcune di esse vengono chiamate, in psicologia sociale, tendenze sistematiche e consistono in tutte quelle scorciatoie cognitive che i soggetti mettono in atto quando devono valutare le cause e le conseguenze del comportamento proprio e altrui.

1. Errore fondamentale di attribuzione

State parlando con la ragazza o il ragazzo che vi piace e notate in lui/lei un comportamento strano, infatti quando torna dai suoi amici notate come si metta a bisbigliare con loro. A questo punto voi potreste credere che sia interessato a voi e interpretare ogni suo sguardo come una conferma. In realtà, però lui/lei non ha alcun interesse, ha parlato con voi solo per caso e con i suoi amici parlava di come organizzarsi per copiare durante la prossima verifica di matematica. Ecco, questo è l’errore fondamentale di attribuzione, un ragionamento che porta le persone a considerare in modo eccessivo come il comportamento degli altri sia causato da loro caratteristiche interne tosto che da fattori esterni legati al contesto. Meno si conosce la persona in particolare più tale tendenza è forte e automatica.

2. Effetto attore-osservatore

Se quando valutiamo gli altri siamo più concentrati su di loro rispetto al contesto in cui sono immersi, quando valutiamo noi stessi, non facciamo tanto caso a noi, ma ci focalizziamo sull’ambiente esterno. Avendo maggiore consapevolezza del nostro comportamento, rispetto a quello altrui, sappiamo come esso è influenzato dal contesto e dai fattori situazionali che diventano improvvisamente più importanti. L’effetto attore-osservatore consiste proprio nell’attribuire i nostri comportamenti a cause esterne più che a caratteristiche della nostra personalità.

3. Effetto del falso consenso

Normalmente crediamo che il nostro comportamento in determinate situazioni sia più diffuso di quanto lo sia realmente, ritenendo che gli altri si comportino proprio come noi. In un esperimento condotto verso la fine degli anni ’70, dei ricercatori chiesero a degli studenti se avessero accettato a girare per mezz’ora facendo pubblicità ad un locale travestiti da uomini sandwich, coloro che risposero di sì stimarono che avrebbero accettato il 70% dei loro compagni, mentre coloro che risposero di no stimarono che il 60% di loro avrebbero rifiutato conformandosi alla loro scelta. Ovviamente tale effetto è più forte per le convinzioni di cui siamo più certi o di cui ci preoccupiamo di più.

4. Tendenze a vantaggio del sé

Molte volte mettiamo in atto delle strategie che servono a proteggere la nostra stessa persona, cioè il , e la valutazione che abbiamo di essa, cioè l’autostima. In generale tendiamo a considerare i nostri comportamenti positivi come espressioni di ciò che siamo e della nostra persona, mentre giustifichiamo i comportamenti negativi sulla base di situazioni temporanee esterne che non riflettono ciò che siamo davvero. Se otteniamo un buon voto in un esame è merito nostro, perché ci siamo impegnati, ma se l’esame va male non è colpa nostra perché abbiamo avuto sfortuna o il professore troppo esigente. La più particolare di queste tendenze è la strategia autolesiva, una strategia che consiste nell’ammettere pubblicamente e in anticipo il proprio futuro fallimento in una determinata prestazione, ad esempio in un esame, a causa di fattori situazionali avversi. In questo modo se riusciremo a passare l’esame avremo dimostrato la nostra superiorità nel vincere una situazione avversa, e anche in caso contrario, se non lo supereremo, ne usciremo vincitori lo stesso poiché avremo già anticipato il nostro fallimento a causa di situazioni non favorevoli.

5. Errore ultimo di attribuzione

Solitamente tendiamo a valutare il comportamento del nostro gruppo di riferimento in modo positivo, e in modo negativo il comportamento dei membri degli altri gruppi. L’errore ultimo di attribuzione consiste nell’attribuire al comportamento positivo di un membro del nostro gruppo sociale, ad esempio gli italiani, una causa interna determinata dalla sua personalità, mentre al comportamento negativo una causa esterna dettata da una situazione particolare. Al contrario il comportamento di un soggetto che è esterno al gruppo degli italiani, ad esempio un extracomunitario, verrà valutato come guidato da una situazione particolare se esso è positivo, o guidato dalla sua personalità se esso è negativo. Appare chiaro come l’errore ultimo di attribuzione stia alla base del pregiudizio, e quindi di come una strategia che nasce per favorire un’elevata autostima nel soggetto possa portare a danneggiare altri esseri umani.

 

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