Scopriamo le rime e le assonanze nei testi delle canzoni di Lucio Battisti

Poesie messe in musica: le canzoni e i testi che hanno fatto sognare almeno due generazioni.

Quando ci riferiamo alla poesia, tutti pensiamo ad autori come Leopardi, Pascoli, Montale, non ci passano per la mente nomi più “recenti”, sembra quasi che la poesia sia scomparsa, ma se si fosse solo rinnovata? Se la “nuova poesia” fosse la musica dei cantautori?

L’artista che suscitò “Emozioni”

Lucio Battisti dedicò tutta la sua (ahimè) breve vita alla musica: fu un cantautore, compositore, polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico italiano, che ci lasciò una grandissima eredità musicale.

Fra i tanti brani che ha scritto, i più conosciuti e cantati che possiamo citare sono: “Il mio canto libero”, “Con il nastro rosa”, “La canzone del sole”, “29 settembre”, e tante altre.

Tralasciando l’aspetto musicale, nella sua “eredità” ha lasciato dei testi meravigliosi, spesso scritti a “4 mani” con il famosissimo paroliere Mogol o con lo scrittore Pasquale Panella.

Questi testi spesso sono stati definiti dalla critica come “poetici”: ascoltandoli, infatti, noi tutti percepiamo la loro profondità di significato e la cura con cui Battisti ha scelto i suoni, le parole delle sue opere d’arte.

Ora andremo ad analizzare insieme quali elementi letterari possono farci definire le canzoni del cantautore di Poggio Bustone come vere e proprie poesie.

Le rime e le assonanze: figure di suono che rendono i testi “orecchiabili”

Quante volte abbiamo sentito dire “questa canzone è orecchiabile”?

È sicuramente il caso delle canzoni di Lucio Battisti, che sono ricche di figure di suono come rime e assonanze, che rendono il testo facile da memorizzare. Storicamente, infatti, le rime venivano utilizzate dai cantastorie per memorizzare e far memorizzare le storie che narravano, come le storie di Orlando o comunque le vicissitudini di cavalieri.

Fra tutte le canzoni di questo cantautore, ho deciso di partire dall’analisi delle figure di suono della canzone “Con il nastro rosa”, pubblicata come singolo nel 1980 e scritta dal duo Battisti-Mogol: questo brano è ricco di rime “perfette”, ovvero classificabili in un tipo ben preciso, spesso alternate o baciate.

Riporto il testo per facilitare l’individuazione:

Inseguendo una libellula in un prato

Un giorno che avevo rotto col passato

Quando già credevo di esserci riuscito

Son caduto

 

Una frase sciocca, un volgare doppio senso

Mi ha allarmato non è come io la penso

Ma il sentimento era già un po’ troppo denso

E son restato

 

Chissà, chissà chi sei

Chissà che sarai

Chissà che sarà di noi

Lo scopriremo solo vivendo

 

Comunque adesso ho un po’ paura

Ora che quest’avventura

Sta diventando una storia vera

Spero tanto tu sia sincera

 

Un magazzino che contiene tante casse

Alcune nere, alcune gialle, alcune rosse

Dovendo scegliere e studiare le mie mosse

Sono alle impasse

 

Mi sto accorgendo che son giunto dentro casa

Con la mia cassa ancora con il nastro rosa

E non vorrei aver sbagliato la mia spesa

O la mia sposa

 

Chissà, chissà chi sei

Chissà che sarai

Chissà che sarà di noi

Lo scopriremo solo vivendo

 

Comunque adesso ho un po’ paura

Ora che quest’avventura

Sta diventando una storia vera

Spero tanto tu sia sincera

 

Analizziamo ora, strofa per strofa, come se fosse una vera e propria poesia, le figure di suono:

Nella prima strofa è facile individuare una rima baciata, fra le parole “prato” e “passato” del primo e secondo “verso” ma, nella stessa strofa, possiamo notare che le parole “riuscito” e “caduto” richiamano sonoramente le parole implicate nella rima perfetta, anche se presentano una vocale differente da quella della rima vera e propria: in questo modo gli autori danno già la percezione all’ascoltatore di avere a che fare con una canzone molto orecchiabile, poiché si ha una continuità di suoni, amalgamati perfettamente fra loro, che non “stridono” sulle orecchie di chi sta ascoltando il brano.

Nella seconda strofa troviamo una rima baciata che si protrae per ben 3 versi, fra le parole “senso”, “penso” e “denso”, mentre in chiusura di strofa troviamo la parola “restato”, che richiama il suono della parola “caduto” della strofa precedente, ma che spezza l’armonia che le 3 rime baciate precedenti avevano dato: infatti sta per arrivare il ritornello, che si discosta dalla strofa, quindi il termine da un senso di “rottura” fra ciò che c’è prima, ovvero le due strofe, e il ritornello, che è ciò che più deve rimanerci impresso della canzone.

Il ritornello si articola in due parti: la prima parte si concentra sulla ripetizione della parola “chissà”, forse perché gli autori volevano sottolineare il senso di dubbio rivolto al futuro e alla persona di cui stavano parlando, se potesse essere la donna giusta o no. La seconda parte, invece, presenta due rime baciate, una fra “paura” e “avventura”, l’altra fra “vera” e “sincera”: se notiamo, la prima coppia di parole in rima si concentra sul senso di dubbio e preoccupazione, quindi emozioni negative, mentre la seconda coppia sulla speranza, quindi la seconda parte del ritornello mette in mostra le sensazioni discordanti del protagonista nei confronti della donna, le rime mettono in evidenza le parole che contrastano fra loro, risaltando subito all’ascolto.

Nella terza strofa, invece, abbiamo un tipo di rima differente: la rima incrociata, che presenta schema A-B-B-A, infatti la parola “casse” del primo verso fa rima con “impasse” dell’ultimo, mentre la parola “rosse” del secondo verso fa rima con “mosse” del terzo. Questa rima da un senso di “movimento” al testo, infatti il protagonista si rende conto di essere in difficoltà, in momento di confusione, che viene ben espresso dalla rima incrociata, molto meno lineare di quella baciata o di quella alternata.

Nella quarta strofa il protagonista arriva a casa, un luogo sicuro, dove si sente meno in balia dei pensieri e della confusione: si ha una rima alternata fra “rosa” e “sposa”, mentre le parole “casa” e “spesa” richiamano i suoni di questa rima, riportando “tranquillità” sonora.

Come abbiamo potuto notare, il testo è ricchissimo di figure di suono, come un vero e proprio testo poetico di grandi autori del passato, che definiamo come poeti nei nostri libri di letteratura.

“Il mio canto libero”: canzone d’amore o rivolta alla politica?

Spesso, come succede per buona parte dei testi di natura letteraria, ci possono essere più interpretazioni: solitamente una di queste è quella più “banale” ed immediata, mentre ne esistono molte altre, che vengono scovate dalla critica (composta dai lettori o dagli ascoltatori), a volte per mettere in difficoltà l’autore o metterlo in cattiva luce.

Questo fu il caso della canzone “Il mio canto libero”, che tutti noi conosciamo: come tutti noi sappiamo, si tratta di una canzone d’amore, che Mogol decise di dedicare a Gabriella Manzi, donna con cui aveva intrapreso una relazione dopo la separazione dalla moglie. A lei dedica parole come “il mio canto libero sei tu” perché lo aveva “liberato” dalla relazione precedente che, a quanto pare, lo rendeva infelice.

Le critiche, però, non tardarono ad arrivare: il testo da alcuni fu visto come un inno al Fascismo. Pensavano che il “canto libero” rappresentasse Mussolini, che aveva liberato l’Italia dai “fantasmi del passato”, ovvero i fallimenti, grazie alla sua “dolce compagna”, ovvero la sua ideologia, che impose a tutta la popolazione italiana del tempo. Ovviamente questa ipotesi fu smentita da Mogol, che raccontò la reale motivazione per cui scrisse questa canzone.

Parole messe in musica: quando l’intensità delle parole incontra quella dei suoni

Nelle canzoni di Lucio Battisti, spesso, possiamo notare una congruenza fra il significato letterario delle parole e l’intensità del suono: nella canzone “Io vorrei… Non vorrei… Ma se vuoi” nel punto in cui canta le parole:

“Le discese ardite

E le risalite”

Oppure

“E poi giù il deserto

E poi ancora in alto”

Battisti “gioca” con l’intensità del suono e con le “scalette vocali”: mentre in “le discese ardite” o “e poi giù il deserto” effettua delle scalette vocali discendenti, quindi in direzione sempre più grave, in “e le risalite” e “e poi ancora in alto” vengono effettuate verso suoni più acuti.

Questo escamotage permette al cantante di dare ancor più significato alle parole che pronuncia, facendo visualizzare perfettamente l’immagine all’ascoltatore.

Concludendo, possiamo dire che sicuramente le canzoni di Lucio Battisti sono veri e propri capolavori letterari, poiché hanno tutte le caratteristiche per essere considerate tali: rime, figure di suono, diverse interpretazioni semantiche, costruzione metrica. Potremmo, però, citare per lo stesso motivo opere di tanti altri cantautori come Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè o Francesco Guccini. Per oggi, però, ci fermiamo qui.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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