Capire la mente‘ sembra una delle missioni degli esseri umani nella contemporaneità ed è anche il titolo di un eloquente libricino scritto da Edoardo Boncinelli, genetista italiano noto soprattutto per aver scoperto una famiglia di geni che controlla il corretto sviluppo corporeo dell’uomo.

Verso la fine del secolo scorso si sono sviluppate le neuroscienze (o neuroscienza) che sono composte prevalentemente dalla neurobiologia, ma con altre discipline che forniscono i loro contributi come linguistica, antropologia, informatica e filosofia. A dare una spinta allo sviluppo di questa branca è stata soprattutto la scoperta delle neuroimmagini, spiega Boncinelli. Tuttavia il termine neuroimmagini non sembra rendere giustizia al concetto poiché non si parla solamente di risultati ma anche di un processo (risultano più efficaci i termini in inglese neuroimaging, e in francese neuroimagerie).

Neuroimmagini – Department of Psychiatry, University of Oxford

Le neuroimmagini sfruttano il fenomeno della distribuzione di sangue nel cervello: per capire quale parte del cervello viene utilizzata durante una determinata azione è sufficiente osservare la regione in cui si concentra maggiormente il sangue mentre la si compie. Questo ci ha permesso di capire che abbiamo un’area per i verbi e una per i sostantivi o che per il nostro cervello non c’è troppa differenza tra fare una cosa ed immaginarla: parte delle aree che si attivano quando facciamo una cosa si attivano anche quando la immaginiamo.

Molti degli aspetti più affascinanti della nostra mente sono saltati fuori nel momento in cui abbiamo dovuto confrontare le nostre capacità con quelle dell’intelligenza artificiale: negli scacchi un computer calcola le varie mosse per trovare la più vantaggiosa, cosa che diventa difficile a lungo andare su un numero sempre maggiore di mosse, mentre l’uomo valuta l’insieme della scacchiera, dà una valutazione complessiva della situazione e poi muove.

Un altro aspetto interessante è l’informazione e il modo in cui si genera, ovvero a partire dalle terminazioni nervose: i sensi. Questi ultimi pongono delle domande specifiche al mondo che li circonda e non sono interessati a tutto: non vediamo raggi ultravioletti (farfalle e api ne vedono una parte) e infrarossi e nemmeno le onde radio, non sentiamo ultrasuoni e infrasuoni, ma in più  come ricorda Boncinelli nel libro, esistono tipologie di stimoli di cui noi non abbiamo esperienza: l’ornitorinco e il pesce elettrico avvertono la presenza di un campo elettrico e la zecca individua le sue prede grazie alla sensibilità all’acido butirrico.

retina di un ranocchio

Riguardo alla specificità della domanda che i nostri sensi pongono all’ambiente si può prendere ad esempio la retina di un ranocchio in cui ci sono delle cellule che rispondono unicamente alla domanda c’è un moscone vivo nel mio campo visivo?“: se il moscone c’è, però è morto, il ranocchio non avvertirà lo stimolo.
In parte funziona così anche per gli esseri umani: abbiamo delle cellule che rispondono a linee verticali e altre per le orizzontali. Spiega inoltre Boncinelli che di fronte a qualunque spettacolo o visione complessiva c’è sempre dietro una pluralità di stimoli riunificati alla fine per restituire un’immagine comprensibile e soddisfacente per il nostro cervello.

Sono molto interessanti (e a tratti inquietanti) anche le riflessioni sul libero arbitrio che siamo riusciti a produrre in seguito ad alcune ipotesi e scoperte: se freniamo di colpo per non investire qualcuno, di norma lo facciamo 100 millisecondi dopo aver visto quello che succede, ma noi ce ne rendiamo coscientemente conto dopo circa 300 millisecondi.
Chi ha frenato, io o il mio corpo in collaborazione con il mio cervello, a mia insaputa?

A rendere un po’ più misteriosa la situazione ci sono gli esperimenti condotti da Benjamin Libet grazie ai quali si è dimostrato che il nostro cervello sa circa 350 millisecondi prima di noi cosa vogliamo fare: ha chiesto a dei volontari di premere ogni tanto un bottone e di ricordarsi cosa segnava l’orologio in quel momento. Libet ha registrato in media 200 millisecondi tra la presa di decisione e l’atto, ma il vero “potenziale di prontezza” misurato nell’imminenza dell’azione la precede di 550 millisecondi.

Ovviamente è del tutto possibile che la definizione di ‘io‘ racchiuda anche il funzionamento biologico del mio cervello, però c’è qualcosa che ci disturba nel sapere che la chimica del nostro corpo preceda la nostra volontà intellettuale ed intima, soprattutto perché la scelta è ciò che ci dà identità e ci definisce nella società, ci aiuta ad avere un posto ben delimitato nel mondo.

Black Mirror – Bandersnatch

Il disappunto che proviamo nello scoprire queste cose può essere paragonato a quello del protagonista di Bandersnatch, l’ultimo episodio (interattivo) della serie Black Mirror, uscito su Netflix, il quale letteralmente impazzisce quando scopre (in seguito a eventi che probabilmente noi definiremmo paranormali) che non è lui a determinare le sue azioni. Stefan Butler, questo il nome del protagonista, in preda a questo delirio psichico causato da eventi decisamente fuori dalla sua portata, sarà capace di azioni incontrovertibili.

Probabilmente quella di Bandersnatch è solo una provocazione facilmente risolvibile in base al livello ontologico del protagonista, in poche parole: lui è il protagonista di una serie tv interattiva e quindi può (e deve) essere controllato da qualcun altro.
Per quanto riguarda l’essere umano forse non è il protagonista di una serie tv interattiva (eppure chissà), e tuttavia sembra che abbia ancora molto da capire riguardo alla possibilità di decidere le sue cose, riguardo al suo libero arbitrio.

Simone Zaccaro
@abbaiandosudovest

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