Olav Hauge, poeta norvegese del Novecento, non ha mai lasciato casa sua a Ulvik. Da lì, però, ha creato un mondo intero.

Non preoccuparti se quest’anno non vai in vacanza, non ci è mai andato nemmeno Olav Håkonson Hauge, il poeta famoso per non aver mai lasciato la Norvegia. Viaggiamo attraverso la Norvegia con le sue impressioni messe in poesia.
IL FRUTTETO DI ULVIK
Preso com’era dal suo frutteto e dalle sue coltivazioni, Olav Håkonson Hauge (1908-1994) si rese conto a malapena che la Norvegia era passata sotto il controllo dei nazisti. Il caso è più unico che raro: il poeta-contadino non ha mai lasciato la sua Ulvik, nella Norvegia occidentale. Ha frequentato una scuola di orticultura, che gli ha permesso di autosostenersi per tutta la vita. Ha appreso da autodidatta l’inglese, il tedesco e il francese. Infatti, per la letteratura norvegese il suo contributo è anche quello della traduzione di autori come Mallarmé e Rimbaud, Brecht e Hölderlin , Yeats e Tennyson. In questo momento a Ulvik ci sono diciotto gradi, nel Sud Italia ce ne sono quasi trentotto. Venti gradi di differenza sono un altro mondo, altre vite. Non per questo la Norvegia deve essere un luogo freddo e inospitale, anzi, è rigogliosa e accogliente nella poesia di Hauge. La natura mostra la sua bellezza nelle piccole cose: la luna di un freddo dicembre, una rosa di cui si apprezzano anche le radici, l’oceano. C’è anche spazio per una nuova tovaglia gialla per la cucina:
“Una nuova tovaglia, e gialla!
E nuova carta bianca!
Le parole mi dovranno venire,
perché la stoffa è così buona,
e la carta così delicata!
Quando il ghiaccio si forma sul fiordo, lo sappiamo
gli uccelli accorrono e vi atterrano.”
MAI TROPPO LONTANO
Il genere di Hauge è quello della poesia “modernista” e “concreta”, perché si lega alle libere creazioni della poesia novecentesca, svincolate, non tanto dagli schemi ma da ogni schema “imposto”. Dove Hauge ritiene di voler scrivere solo cinque versi, ne scriverà cinque e basta. Soprattutto, non ne scriverà cinque per fare una provocazione ai grandi poemi della storia, ma perché ha solo una ventina di parole da dire. Agli occhi di un italiano, la poesia concreta di Hauge può sembrare banale, abituati come siamo a vedere la poesia come qualcosa di altissimo e riservato a uomini di grande cultura. L’esperienza di una poesia di breve respiro e legata all’osservazione ci fa pensare a cose lontane. Proprio per questo, la critica ha paragonato la poesia di Hauge agli esperimenti visivi di Apollinaire o agli haiku. Ma anche quando si viaggia non si va mai troppo lontano. E infatti una somiglianza lampante è con la poesia filosofica dei preplatonici e quella di Esiodo. La vita di poeta e contadino di Esiodo influenza fortemente Virgilio, che subisce il trauma dell’abbandono della terra a causa della guerra. Egli allora pensa che nessuno sia più fortunato di quello che può starsene sicuro a casa sua. Le poesie dei lirici greci, soprattutto Parmenide, ci sono pervenute in frammenti. Parmenide scrive le sue impressioni sulla natura delle cose in poesia, proprio perché crede nella sua sacralità. Però Hauge non vuole una rivelazione perfetta:
“Non darmi tutta la verità,
non darmi il mare per la mia sete,
non darmi il cielo quando chiedo una luce,
ma dammi uno scintillio, un filo di rugiada, una pagliuzza
come gli uccelli portano gocce d’acqua dal loro bagno
e il vento un granello di sale.”
LA CONCHIGLIA
Questi greci sono legati alla terra coltivata e diretti nell’espressione della loro mente, quasi come se l’aratura e la contemplazione di paesaggi sterminati suggerissero la poesia. Loro sentono di dialogare direttamente con la Musa. E l’omaggio alla natura va aldilà del concetto stesso di “banalità”: non esiste banalità nella natura, solo autenticità, è semplicemente così com’è. Se Hauge è colpito dalla presenza di un gatto nel suo giardino, non riterrà ozioso dedicargli dei piccoli versi. È questa la sua grande bellezza. “The Dream we carry”, la sua opera tradotta in inglese da Bly, può essere aperta in una pagina a caso, che probabilmente conterrà un’intera poesia, e goduta senza bisogno di un’analisi complessa di temi, linguaggio, schemi poetici. Hauge parla di una conchiglia, tutto ciò che vuole dire su questa conchiglia è espresso, niente da ricercare nel profondo, solo da guardare e amare. La sua “konkylie” infatti recita:
“Tu costruisci una casa per la tua anima,
e te ne vai fieramente
alla luce delle stelle
con la casa sulla tua schiena,
come una lumaca.
Quando il pericolo si avvicina
Ti rannicchi all’interno
E sei al sicuro
Dietro la tua dura
Conchiglia.
E quando tu non ci sei più
La casa continuerà
A vivere,
un testamento
della bellezza della tua anima.
E il mare della tua solitudine
Suonerà profondo
Dall’interno.”
