Si può studiare oggettivamente la storia? Ecco la risposta di Gadamer

La filosofia ermeneutica di Gadamer ci pone davanti al problema della “scientificità” dello studio storico.

La storia è, per definizione, lo studio degli eventi passati e della loro connessione causale, e si differenzia dalla cronaca per l’approccio critico, scaturito dallo studio e dall’interpretazione dello storico. Tuttavia, in quanto scienza (umana) ricerca l’oggettività nei suoi risultati. 

Problema della verità storica

Una piccola studentessa alza la mano durante la lezione di storia e chiede all’insegnante: “e se chi ha scritto il libro si è inventato tutto?”. La maestra, un po’ spiazzata, sorride e continua la spiegazione. La bambina non è soddisfatta. In cuor suo continua a pensare che non ci sia un senso. Perché chi ha scritto il libro di storia non potrebbe aver inventato tutto? 

Posto così, sembra un problema stupido. La maestra sa che il libro di storia è racconta una verità: la verità storica. Ma siamo certi di questo? D’altronde cosa vuol dire studiare oggettivamente la storia? 

Riferendosi nuovamente alla definizione di “storia”, appare evidente come il problema della verità storica fondi proprio su questa dialettica che vede da una parte la soggettività critica dello storico e dall’altra la pretesa di oggettività della ricerca storica.

 

L’ermeneutica di Gadamer

Tra le tante discussioni costruite sul tema quella di Gadamer spicca tra le altre. 

Hans Gadamer è stato un filosofo tedesco ed allievo di Martin Heidegger, il cui pensiero ontologico ha influenzato notevolmente la sua filosofia. 

Una parte del pensiero gadameriano, definita “ermeneutica”, si occupa del problema dell’interpretare e delle sue possibilità. Infatti, chiarire la posizione dell’uomo nell’atto interpretativo definisce in che modo sia possibile (o meno) una verità storica.

Il comprende (in particolare ad indirizzo storico) ruota intorno alla tensione continua tra l’estraneità dell’evento storico passato e familiarità contemporanea dell’interprete. Egli, infatti, non può slegarsi dalla sua “contemporaneità” e storicità, pretendendo di vedere l’evento in modo pienamente neutrale. Si crea così il cosiddetto “circolo ermeneutico”, un rapporto condizionante tra interprete e interpretato nel quale i pregiudizi (o “pre-comprensioni” per usare un termine heideggeriano) sono centrali e inalienabili al fine del comprendere.

L’oggettività storica per Gadamer non è possibile neanche attraverso un metodo adeguato di studio. Il processo ermeneutico, che trascina dietro sé il bagaglio dell’ultimo Heidegger, è strettamente legato all’ontologia. Infatti, se per Heidegger il linguaggio era “la casa dell’essere”, per Gadamer il linguaggio è “l’essere che può venir compreso“. Dunque, interpretare il linguaggio (in tutte le sue manifestazioni) vuol dire interpretare l’essere. E allora questa interpretazione seguirà necessariamente la struttura del dialogo, diverso da un approccio metodico tipico delle scienze.

In conclusione, una risposta univoca?

La posizione di Gadamer mina nettamente la scientificità dello studio storico, tuttavia sono tanti gli aspetti da considerare intorno a questa disciplina ed il suo approccio. 

Innanzitutto bisognerebbe evitare di intendere la storia come una ricerca di oggettività assidua e rigida dei fatti. Una storia oggettiva e priva dell’influsso soggettivo dell’interprete sarebbe composta solo di date, e la singola analisi critica dell’evento legato alla data rappresenterebbe già un apporto soggettivo. Inoltre è necessario ricordare che uno dei punti cardini dello studio storico è il revisionismo, ossia la modifica dell’interpretazione di fatti dalla scoperta di nuove fonti di analisi, così come le scienze “rigorose” si fondano sul principio di falsificabilità di Popper.

In secondo luogo, bisogna menzionare autori come Wilhelm Dilthey ed Emilio Betti che nella loro opera ermeneutica fondano la possibilità della scientificità storica (e delle scienze umane in generale) sul giusto metodo di interpretazione (in contrapposizione a Gadamer).

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