Si può fare un’opera che non sia d’arte? Scopriamolo con la Design Week di Milano

C’è stato un momento in cui l’arte è stata inventata? Rispondiamo con Duchamp e la Design Week. 

Un quadro, una scultura o un libro possono suscitare pareri contrastanti ma quasi mai nessuno si è soffermato effettivamente sul fatto che fossero opere d’arte. Ma c’è stato un momento in cui lo sono diventate o lo sono sempre state?

Design Week 2024

Pensate che Milano sia una città caotica, trafficata e piena di gente? Avete assolutamente ragione. Ma dovreste vederla durante la settimana del design. La cosiddetta Design week, che quest’anno cade tra il 15 e il 21 aprile, è considerata da molti la settimana degna di esser chiama santa. Eventi, installazioni – aperitivi gratis – e tanti gadget riempiono la città e le borse, rigorosamente di tela, di cittadini e turisti.

Ma cosa attira il visitatore? Cosa spinge a uscire di casa in una settimana in cui il traffico raggiunge livelli ineffabili e il tempo sembra cristallizzarsi? Sicuramente la possibilità di scroccare qualcosa che, alternativamente, si troverebbe solo nei negozi di lusso aiuta, però le protagoniste sono le installazioni, diversissime tra loro e che spuntano come margherite nel reticolo urbano.

Quella proposta è un’arte particolare, immersa, calata nel tessuto storico che si sta vivendo quando, e affascina proprio per la sua unione quasi ossimorica con la tradizionale visione di Milano.

L’invenzione dell’arte

Persino il milanese doc si scopre turista a casa propria, rimanendo affascinato dalle edicole colorate che ravvivano piazza della Scala, alle bandierine rosse che tracciano il sentiero del Fuori Salone in Brera, fino alle installazioni che sorgono un po’ qua un po’ là.

La domanda, però, sorge spontanea: cosa fa di un tendaggio svolazzante sotto un cielo blu (installazione all’interno dell’Università Statale di Milano) o di un monolite all’inizio di via Palermo, opera d’arte? Perché concepiamo questi oggetti per così dire comuni come qualcosa da osservare, fotografare, vivere?

Dovremmo fare un salto indietro nel tempo, intorno alla seconda metà del Novecento, e capire quando e com’è nato il concetto di arte. Cosa fa di un’opera arte? C’è stato un momento in cui abbiamo inventato l’arte?

Le Arti come le consideriamo, come la rappresentiamo mentalmente e ciò che sono concettualmente, sono frutto di un processo lento e faticoso che ha visto, non solo «la sostituzione di una definizione – di arte – con l’altra, bensì la sostituzione di un intero sistema di concetti, di pratiche e di istituzioni con un altro». Questo ci spiega Larry Shiner, insegnante all’Università di Springfield, che ha dedicato i suoi studi alla concetto dell’arte. Ma la domanda delle domande è: «Si può fare un’opera che non sia un’opera d’arte?».

Così si interrogava Duchamp nel 1913 nei confronti di un delicatissimo problema che investiva il sistema dell’arte moderna, o meglio del sistema moderno dell’arte. Il sistema in cui siamo soliti inserire l’arte, l’inconscia riverenza e la silenziosa contemplazione nei suoi confronti, sono aspetti culturali che non hanno accompagnato la secolare tradizione artistica europea e mondiale, ma risultano essere cronologicamente successivi.

Prendere come esempio proprio il radymade di Duchamp è quanto mai calzante poiché molte delle installazioni di questa design week suscitano un non so che di duschampiano.

Sempre all’interno del cortile della Statale si può trovare una grossa teca con imbalsamati dei resti di gabinetti e bidet di ceramica rotti. Tanti Orinatoi per intenderci, Duchamp sarebbe fiero di tutto ciò.

O forse no.

Farla finita con l’arte non si può

Per lui l’arte smetteva di essere un pugno potente carico di realtà non appena metteva piede in un museo ed era dotata di una firma.

La contemplazione che riserviamo all’Arte è una sua caratteristica intrinseca che conserva anche quando non è voluta. Nei readymades duchampiani, o nei soggetti di Man Ray, infatti, lo scopo risulta essere la degradazione da oggetto d’arte a oggetto comune: ferri da stiro con aghi e mammelle e orinatoi. Ciononostante, la linea tra abbassamento di soggetto d’arte a oggetto comune e innalzamento di oggetto comune ad arte è sottilissima: il solo modificare un ferro da stiro o il guardare a un orinatoio con l’idea di presentarlo nelle esposizioni con il titolo di Fontana, fa sì che la quotidianità e la normalità entrino nel discorso artistico e rimangano intrappolate negli equilibri concettuali che lo governano.

Farla finita con l’arte, in sostanza, non si può. Duchamp lo aveva capito e i designer di oggi gliene sono grati.

Lascia un commento