“Fallout” ci dimostra perché il genere post-apocalittico avrà sempre successo

È uscito di recente la nuova serie basata sulla serie videoludica omonima. Vediamo il motivo del successo.

L’evento per i videogiocatori della settimana è l’uscita su Amazon Prime Video della serie TV “Fallout”, tratta dall’omonima serie di videogiochi. Si tratta di 8 ore di intrattenimento fedele al videogioco. Proprio per questo le critiche da parte del pubblico sono state molto favorevoli. L’attesa è stata premiata in maniera positiva. Gli apprezzamenti non si fermano solo alla storia, ma anche al reparto tecnico, soprattutto quelli relativi a meccaniche di gioco, trasposte sullo schermo in maniera geniale. Per chi non lo sapesse, si tratta di una serie di 4 videogiochi principali (più tanti spin-off) ambientati in un mondo post-apocalittico. Di certo non si tratta dell’unico videogioco o serie TV che ha questo tipo di ambientazione. Vediamo quindi quali sono i motivi che spingono alla creazione e alla fruizione di materiali di questo tipo.

Distopia nucleare

Sicuramente, dopo le vicende di Hiroshima e Nagasaki, la mente dell’uomo ha iniziato a concepire un futuro disastrato. Non si tratta di semplice distopia, ma di una distopia catastrofica. Vedendo quali sono i risultati di azioni estreme, alcuni hanno cominciato a chiedersi se fosse poi possibile sopravvivere a queste catastrofi e se sì in che modo. Certo la fantasia corre più dei fatti in sé, ma si tratta forse di un esperimento mentale. Certamente se un videogioco ci permette di passare del tempo piacevole immedesimandoci in un contesto del genere, la realtà dei fatti, se dovessimo pensare a come agire in quel contesto, non può essere altrettanto desiderabile. Inoltre disastri nucleari più recenti vi sono stati, quasi a voler rinfrescare la mente. Dopo le bombe sul Giappone, infatti, è accaduto l’incidente di Chernobyl (su cui esiste una serie TV di successo) e anche l’incidente di Fukushima, che molto probabilmente ancora tutti ricordiamo. Si tratta di un immaginario che quindi non è  così lontano dalla realtà. Pura fantasia sono invece le conseguenze del disastro.

Etica della fine

La letteratura post-apocalittica comincia a nascere proprio in seguito alle vicende sopra riportate. Va detto però che racconti sulla fine della civiltà umana esiste sin dall’antichità. Il termine “apocalisse” infatti è presente nella Bibbia, proprio ad indicare la fine di tutto. Si tratta di desiderio umano di voler capire il destino proprio e collettivo. È anche un invito alla riflessione su quanto la tecnologia, se non usata con una certa etica, possa aiutare sì l’umanità, ma anche porre una fine ad essa. Un ribaltamento del bene e del male porta inevitabilmente ad una riflessione su qualcosa che potrebbe accadere, ma che alla fine non è ancora accaduto nonostante gli eventi accaduti. A combattere un nascente menefreghismo della collettività (si vedano anche i comportamenti non eco-solidali) c’è la prospettiva di una fine che arriva all’improvviso, senza “guardare in faccia” nessuno, ponendo tutti allo stesso piano e salvando (qualora effettivamente sia possibile la sopravvivenza) persone con moralità ambigua.

Letteratura post-apocalittica

I romanzi che riguardano la fine della civiltà nascono effettivamente da prima del primo utilizzo del nucleare. Possiamo infatti includere in questa materia anche “The last man” di Mary Shelley. In questo caso la causa della fine è una peste. Spostandoci invece su romanzi incentrati  sull’uso del nucleare è fondamentale l’opera di Philip K. Dick “Cronache del dopobomba”. In questo romanzo del tutto disorientante, l’autore mostra in che modo il nucleare abbia condizionato la vita delle persone. Prima racconta di un esperimento fallito. Dopo alcuni capitoli, invece, mostra la civiltà umana a seguito di una guerra nucleare. Possiamo citare anche l’opera di Margaret Atwood “Il racconto dell’ancella”, da cui è stato tratto un film e una serie TV ancora in corso. Citando sempre grandi autori è possibile inserire in questa categoria anche “L’ombra dello scorpione” di Stephen King. Anche in questo caso, la causa della fine della civiltà, è un virus (ricordando un po’ le vicende del Covd-19). Anche la letteratura italiana non si è esentata in questo genere. Molto particolare è infatti l’opera di Guido Morselli, “Dissipatio H. G.”. Si tratta di un romanzo peculiare in cui l’unico sopravvissuto è un uomo che all’inizio del romanzo aveva l’intenzione di togliersi la vita.

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