“Mona Lisa Smile” ci mostra fino a che punto l’arte possa essere maestra di vita

Una brillante Julia Roberts dà voce ai sogni delle donne in una pellicola che ancora oggi, dopo vent’anni dalla sua uscita, fa sognare.

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Il film, diretto da Mike Newell e costellato da stelle del cinema americano dei giorni nostri, si presenta come un’istantanea dell’educazione femminile nell’America degli anni ’50. A mettere in dubbio le norme sociali dell’epoca c’è, però, l’arte e, in particolare, la pittura che diventa protagonista indiscussa dell’opera.

La Trama

È il 1953 e Katherine Watson, professoressa di storia dell’arte, entra a far parte del corpo docenti del prestigioso college femminile di Wellesley. Dopo aver trascorso solo poche ore con le sue nuove alunne, la Watson capisce che il vero nemico da combattere non è l’ignoranza di tipo prettamente accademico, bensì determinate idee sociali fin troppo radicate nelle menti delle ragazze della scuola. Le affermazioni saccenti e il comportamento ostinato delle sue alunne mettono un freno all’entusiasmo della Watson che, in un primo momento, inizia a dubitare delle sue stesse scelte di vita. La voglia di fare la differenza, però, porta la Watson a cambiare approccio didattico. Ai programmi di studio ben definiti e ai libri di testo apparentemente perfetti si vanno a sostituire lezioni più interattive, durante le quali ci si interroga sul significato della parola “arte” e su quanto la bellezza stessa possa essere soggettiva.

Arte come strumento di critica sociale

Osservando i quadri di autori come Pollock le ragazze del Wellesley College capiscono l’importanza di pensare in modo indipendente, senza seguire passivamente le tendenze sociali del momento. Perché, però, la Watson mostra dipinti astratti e non perfette statue greche o affreschi rinascimentali? L’arte pittorica delle avanguardie di inizio Novecento ha il magico potere di trasportarci in un “mondo-altro”, in cui le rigide regole sulla prospettiva e sulla proporzionalità dei corpi non valgono più. Basti pensare ai quadri frammentari e allo stesso tempo ben compatti di Picasso o ai dipinti tanto colorati quanto dispersivi di Kandiskij per capire fino a che punto il concetto di “bello” o “accettabile” possa risultare soggettivo.

Al di là della norma

Il fine ultimo della Professoressa Watson è, dunque, proprio questo: sottolineare la validità di life paths tra loro molto diversi. Si può ben capire, quindi, quanto il suo approccio alla disciplina potesse essere considerato troppo progressista o addirittura sovversivo da parte di una scuola che preparava le sue studentesse non a diventare ottimi avvocati o eccellenti ingegneri, bensì mogli perfette. La Watson condanna la sottomissione e la relegazione delle donne al focolare domestico. Allo stesso tempo, invita a sognare e a puntare in alto, o semplicemente a dar ascolto al proprio cuore per capire davvero su cosa valga la pena puntare, prendendo il tempo che si ritiene necessario. Proprio perché, come afferma la stessa professoressa, “non tutti quelli che vagano sono senza meta soprattutto non coloro che cercano la verità, oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza”.

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