Settembre, andiamo: ecco tre poesie della nostra letteratura dedicate a questo mese

Settembre: una stagione inizia, un’altra finisce. Da un lato i buoni propositi, dall’altro la malinconia dell’estate. Vediamo come viene affrontato il nuovo mese in poesia.

Qualcuno ha detto che settembre è il lunedì dell’anno, e forse è davvero così. L’estate non finisce il 31 agosto, eppure l’ultima giornata del mese più caldo sembra sempre come una di quelle domeniche sera fatte tutte di malinconia. Il tramonto dell’estate è inevitabile, e l’alba dell’autunno porta con sé la nostalgia dei tempi della spensieratezza. Settembre fa così da spunto a una serie vastissima di riflessioni artistiche: eccone tre tratte dalla nostra letteratura.

1. I pastori, Gabriele D’Annunzio

Come esorcizzare l’inevitabile malinconia che si cela dietro al tramonto della bella stagione? La risposta di Gabriele D’Annunzio è: “sognando terre lontane” e si trova nella parte finale della sua raccolta Alcyone. Tra le terre lontane troviamo l’Abruzzo: nel componimento “I pastori” viene descritta la transumanza come un antico rituale denso di purezza e simbolismo. All’arrivo di settembre i pastori lasciano i monti che hanno accolto i pascoli durante l’estate e si recano con le loro greggi in direzione del mare verso zone pianeggianti. D’Annunzio vorrebbe così ritrovarsi con loro, in quello stile di vita tanto puro e integro, fatto tutto di antichi costumi: Ah perché non son io co’ miei pastori?

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

2. Settembre, di Vittorio Sereni

La poesia novecentesca di Vittorio Sereni è fortemente influenzata dalle vicende autobiografiche del poeta, che catturato dagli alleati durate la Seconda Guerra Mondiale vive per due anni l’esperienza della prigionia. Oggettività mista a sentimentalismo caratterizzano così una produzione poetica particolarmente attenta alla condizione esistenziale degli uomini, e inevitabilmente anche un componimento dedicato al mese di settembre, che si trasforma in una riflessione sul tempo che passa inesorabile.

Già l’òlea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.

Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

Vittorio Sereni

3. La luna di settembre su la buia, di Sandro Penna

A settembre non c’è solo una stagione che finisce: si assiste anche alla ripresa delle attività, e all’avviarsi di tutte quelle iniziative rimandate al lunedì figurato dell’anno. Così basta cambiare punto di vista e alla malinconia si sostituisce la spinta vitale per l’inizio della nuova stagione. È questo che fa Sandro Penna, nel suo componimento dedicato al nono mese dell’anno, e per farlo si serve dell’immagine della luna nuova che inizia un nuovo ciclo: più vivo di così non sarò mai.

La luna di settembre su la buia
valle addormentata ai contadini il canto.

Una cadenza insiste: come lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale.

Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita.

Più vivo di così non sarò mai.

 

 

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