Sin dagli arbori della civiltà umana la religione ha giocato un ruolo cruciale nella valutazione della società e dei suoi vari sviluppi culturali, economici e politici.

Il legame religione-società si mostra sempre molto forte, ma nel corso dei secoli si sono rivelate opinioni avverse. “Dio è morto” di Guccini (riproposta dal noto complesso “Nomadi”) offre una rivisitazione della tradizionale linea di pensiero, pur non negando interamente la fede.
Religione e società nell’antichità
L’antica Grecia rappresenta un importante esempio del legame religione-società. Si trattava di una religione politeista e faceva riferimento ad un elevato numero di divinità, dove ognuna di esse deteneva una serie precisa di caratteristiche e ricopriva un ruolo preciso. Zeus ad esempio era il “capo supremo dell’Olimpo”, Ares era il dio della guerra, Apollo era il dio delle arti, della salute e della luce, Era era la protrettrice delle donne, Demetra era la protrettrice dei raccolri, Efesto era il dio che vegliava sul mestiere del fabbro. Ognuno di loro era dunque la rappresentazione massima delle varie sfaccettature della società. La religione a quel tempo, era una vera e propria chiave di lettura di tutto ciò che avveniva, sia a livello collettivo che individuale. Interessante è anche il caso dell’antico Egitto, anch’esso legato ad una religione politeista, le cui figure religiose venivano generalmente rappresentate in forma animale ma antropomorfa, tendenzialmente con il volto dell’animale ed il corpo umano. Nella società egizia, il massimo legame tra società e religione veniva rappresentato dalla figura del faraone, visto come discendente dalle divinità e secondo quest’impostazione, la religione disciplinava e spiegava anche le conseguenti “suddivisioni” all’interno dell’ordine sociale. Durante l’epoca medievale poi, la religione era una vera e propria costante. In questo caso si tratta della religione monoteista cristiana, che disciplinava anche i vari ambiti inerenti alla società. Dio era il punto di riferimento continuo ed ogni sforzo nella vita quotidiana veniva motivato dal raggiungimento della pienezza una volta giunti nell’aldilà. In riferimento a tale lasso temporale infatti, molti storici hanno parlato di “svalutazione della vita terrena”, proprio perché gli uomini e le donne attribuivano un valore cruciale alla vita dopo la morte, considerandola la realtà più prossima a Dio, definendo quella terrena quasi come un percorso intermedio. In questi tre casi che rappresentano per i nostri tarscorsi storici gli esempi più vicini e cruciali in termini culturali, la società veniva vista, vissuta, interpretata alla luce della religione.
Søren Kierkegaard vs Karl Marx
La storia ha continuato a fare il suo corso, e con essa la religione non ha perso la sua importanza, continuando ad accompagnare, seppur in modalità meno forti rispetto a quelle passate, l’essere umano e la sua considerazione di ciò che lo circonda. In filosofia però, si sono delineate linee di pensiero differenti. Per Kierkegaard la religione è il fulcro della comprensione di tutto ciò che circonda l’uomo e struttura il creato in generale. Dal suo punto di vista difatti, per poter apprezzare ciò che si osserva, occorre ricollegarlo all’attività generatrice di Dio. Non si può ad esempio ammirare la natura se non la si considera opera di Dio, così com’è possibile interpretare la storia e comprenderne i risvolti attuali solo attraverso la fede, la quale si mostra come la certezza nell’incertezza, la luce nel buio. Essa è un riferimento a cui l’uomo non deve rinunciare. Il filosofo vede nel cristianesimo in generale l’unica possibilità di salvezza per l’essere umano, in quanto esso regola positivamente l’esistenza. Al contempo però, egli sostiene che la religione non debba essere intesa nel mero senso consolatorio, motivo che lo ha indotto a criticare aspramente la declinazione che essa aveva assunto al suo tempo. Dall’altro lato troviamo Marx, che si fece promotore di un’idea ben diversa. Secondo lui infatti, “è l’uomo che fa la religione e non viceversa”, dunque la religione è frutto di un’attività umana e l’uomo non è un’entità astratta posta fuori dal mondo, non esiste un’idea di uomo universalmente valida, bensì egli è ciò che è in quanto appartenente ad una collocazione storica e sociale specifica. L’essere umano è la sua società e la sua storia, dunque non può essere rilegato al tradizionalismo religioso che interpreta l’esistenza umana staticamente. Al contempo, egli identifica la religione come il modo in cui gli esseri umani guardano al mondo, motivo per il quale sostiene che Dio di per sé non esiste, in quanto deriva da una proiezione umana generata per poter interpretare ciò che circonda l’uomo. La religione per Marx è “l’oppio dei popoli”, una costruzione ideata per poter fornire a coloro che soffrono per ingiustizie, malattie e/o povertà una speranza di poter raggiungere qualcosa di migliore e di poter essere ricompensati. Ciò si declina però in un’illusoria felicità del popolo, in quanto l’uomo alleggerisce il proprio cuore dalle disgrazie tramite la religione, ma quest’ultima è una sua creazione e scaturisce così un meccanismo di auto-convincimento illusorio.
Con “Dio è morto” Guccini offre una nuova lettura
Scritta nel 1965, la canzone “Dio è morto” di Guccini propone una forte critica alla società, a ciò che l’ha contraddistinta a livello storico e al giustificazionalismo tradizionale. Nel suo testo il cantautore pone luce su vari episodi e realtà negativi, affiancando la loro menzione all’espressione “Dio è morto“, intendendo che la sua figura sembra non mostrarsi in certe situazioni particolarmente sofferenti.
“Nei campi di sterminio, Dio è morto
Coi miti della razza, Dio è morto
Con gli odi di partito, Dio è morto“
La frase appena citata mostra chiaramente l’intento di Guccini di mostrare la realtà della società del passato e del suo tempo, inducendo così una riflessione sull’affiancamento di ciò in cui si crede a livello religioso e di ciò che si delinea nel modo reale. Colui che ascolta può dunque chiedersi qualcosa come : “Come possono gli uomini definirsi credenti se hanno permesso, e addirittura sono stati promotori, della concretizzazione di azioni così disastrose come i campi di sterminio?“.
“In ciò che noi crediamo, Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto
Nel mondo che faremo, Dio è risorto“
In questo passaggio finale egli intende però offrire un percorso diverso, una via di fuga. L’essere umano può rendere coerente ciò in cui crede e ciò che fa. Quindi il Dio che muore al momento del compimento di ogni azione negativa può risorgere nell’istante in cui si intende impegnarsi per garantire alla società e all’umanità in generale un’evoluzione positiva e lontana dai meccanismi di odio, violenza, supremazia per il potere.