Tutti conoscono la canzone di Gaia e Tony Effe, ma quanti saprebbero individuare le figure di suono e di significato?

Sesso e Samba è la hit dell’estate 2024. Ma come mai? Vediamo insieme come fa ad essere un tormentone grazie alle potenzialità espressive del linguaggio.
“VOLEVO FARE IL BOSS”
Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (si scherza… ormai ha raggiunto fama anche aldilà della penisola), chiunque ha sentito passare almeno una volta in radio “Sesso e samba” di Tony Effe e Gaia. La canzone ha più di trenta milioni di ascolti su Spotify e sembra confermarsi come l’hit estiva dell’anno. Naturalmente, una buona fetta della popolazione l’avrà già odiata a morte. L’avrà ascoltata inorridita per la seconda e la terza volta, incapace di cambiare stazione, avrà tirato un sospiro e avrà inneggiato ai buoni e vecchi tempi, a Battiato e a Battisti. Eppure, nessuno può negare che è una canzone che si inchioda nella testa e che non è la prima dell’artista a farlo (da ricordare è “Taxi sulla luna” con Emma l’anno scorso). Ma come si crea una canzone così infestante? Sicuramente attraverso la musica, ripetitiva, attraente per melodia. Anche con quel tocco sudamericano che tanto si sposa con l’estate ad Ostia (in provincia di Copacabana). Ma è un altro il fattore chiave di un tormentone: il testo. Dopotutto, Tony Effe è un trapper ed il genere trap è derivato dal rap, in cui il testo è fondamentale. Quindi, mettendo da parte il nostro odio per l’antologia delle medie, iniziamo un’analisi delle figure del discorso, sia di suono che di significato.

“COSE CRUDE MENTRE MANGIO CRUDITÉS”
Già dal titolo salta subito all’occhio un’allitterazione della “s” (“sesso” e “samba”) che verrà ripetuta lungo tutto il ritornello. Questa è la chiave, l’appiglio principale che consente la memorizzazione. Meno notevole come questa sia preceduta da una similitudine (“come” sesso e samba) che se fosse mancato il “come” (siamo sesso e samba) sarebbe stata una metafora. Un’altra similitudine è “legale come una rapina”. La canzone si apre con due strofe, di quattro versi ciascuna, in rima alternata. A dirla tutta, il secondo e il terzo sono un’assonanza, il “contrario” dell’allitterazione, perché non si ripetono le consonanti ma le vocali, in questo caso “i” e “a”. Più avanti ne abbiamo un’altra, in “centro/accento”, quindi con ripetizione di “e” e “o”. In “metti tutto nella Prada” si ha una metonimia: invece di dire la “borsa di Prada” si sostituisce il marchio stesso con l’oggetto, per sottolinearne il nome. Si può fare anche scambiando l’opera e l’autore come in “mi piace leggere Leopardi”, “mi piace ascoltare Tony Effe” (inteso come la sua canzone o la sua voce). La seconda strofa è all’insegna della rima interna (una rima tra elementi nello stesso verso) tranne per gli ultimi due versi che dovrebbero rimare tra di loro ma rappresentano un’altra assonanza. Tutto questo noi lo sappiamo grazie alla retorica.
“VENGO DA ROMA CENTRO”
Sin dall’antichità la retorica è stato oggetto di studio di uomini illustri come Platone ed Isocrate. Quest’ultimo riteneva che la parola sia l’arte umana per eccellenza, poiché solo gli uomini sono dotati della facoltà di parlare e quindi di persuadere gli altri. Le le figure del discorso, da sempre usate come tecniche di narrazione, consentivano ad un testo di essere memorizzato più facilmente dai cantori; l’Iliade e l’Odissea si servono di tecniche come patronimici ed associazioni, proprio perché coinvolgono la mente. Ora, forse c’è un po’ di differenza tra un trapper ed un grande poeta. Tutto vero. Ma c’è qualcosa di innegabile: come ci insegna la linguistica, un testo è qualsiasi produzione, orale o scritta (vale a dire attraverso il canale fonico-uditivo o grafico-visivo) all’interno del quale intervengono una serie di fenomeni individuabili. Le figure retoriche esistono lo stesso anche nella vita quotidiana.