Il Superuovo

Se i filosofi guardassero “Nove perfetti sconosciuti”: una riflessione tra droga e sofferenza

Se i filosofi guardassero “Nove perfetti sconosciuti”: una riflessione tra droga e sofferenza

 

Una serie su droghe e sofferenza che assume i contorni di un piccolo scorcio di filosofia novecentesca.

Tratta dall’omonimo romanzo di Liane Moriarty, Nove perfetti sconosciuti si è rapidamente imposta nell’elenco delle serie più viste dell’ultimo periodo. I punti di forza sono senza dubbio un cast stellare e un’ambientazione surreale.

BENVENUTI A TRANQUILLUM HOUSE: DIECI GIORNI PER RINASCERE, FORSE

La serie del momento. Almeno finché non è uscita la quinta stagione de La casa di carta. Un’ambientazione degna di Agatha Christie per uno spettacolo che ha catalizzato l’attenzione di milioni di spettatori in tutto il mondo. È il caso di Nove perfetti sconosciuti, serie televisiva con un cast d’eccezione, tra cui una Nicole Kidman in stato di grazia, perfetta interprete della misteriosa e inquietante Masha, la protagonista.

La vicenda è la collaudata trama perfetta per un thriller: nove persone vengono invitate in un sofisticato centro benessere, Tranquillum House, con la promessa di rinascere in dieci giorni. Ognuno di loro nasconde una vita distrutta, interrotta. Segreti spigolosi che emergono in modo prorompente nel corso di una terapia d’urto al limite dell’umano. Al vertice, l’enigmatica Masha, burattinaia del centro.

Nel corso dei giorni, tuttavia, viene alla luce il piano terapeutico: drogare gli ospiti della spa al fine di portare alla luce i mostri interiori e alleviare le sofferenze. Masha sembra nutrirsi del loro dolore, ricercarlo, indurlo. Tanto più soffrono, tanto più l’uso di stupefacenti si fa massiccio.

Ecco dunque che Tranquillum House si tramuta in un’occasione per riflettere su un interrogativo che accompagna da sempre l’umanità. Ovvero, il rapporto tra sofferenza e droghe.

 

LA DROGA SFIDA LE BASI DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE

Può sembrare un fenomeno moderno e relegato a un ambiente urbano, eppure non è così. L’analisi dei fenomeni allucinatori ha da sempre interessato la filosofia e, in effetti, non dovrebbe stupire più di tanto. Una scienza che studia la realtà e la sua percezione non può tacere di fronte a sostanze che alterano entrambe.

In effetti, la droga sfida dal profondo l’impianto filosofico occidentale. È ciò che spiega molto chiaramente il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty:

Con l’allucinazione, l’unica cosa che non dovrebbe accadere secondo una teoria materialista della coscienza di fatto accade: il soggetto vede qualcosa indipendentemente da qualsiasi informazione sensoriale. L’immaginazione si materializza.

La filosofia occidentale si è da sempre struttura intorno a un punto fisso: la separazione netta tra realtà e immaginazione. Le droghe annullano tale distanza. L’immaginazione diventa realtà e viceversa. Non è detto che sia sbagliato. Semplicemente travolge e rade al suolo il pensiero occidentale moderna, che ha nel realismo Cartesiano il suo pilastro imprescindibile. Togliamo la separazione netta tra mondo fenomenico e immaginazione e persino il monolitico Kant vacilla.

Eppure, non tutti i filosofi sono così terrorizzati da questa idea. Soprattutto nel Novecento, fioriscono pensatori che guardano alle sostanze allucinatorie come ottimi strumenti per liberare finalmente l’umanità. La rottura della dogmatica separazione tra realtà e immaginazione, che tanto terrorizza, è per questi pensatori la vera chiave per poter instaurare un nuovo pensiero autentico e dirompente, lontano dall’arroganza della filosofia accademica. Tra di essi, spicca Marcel Foucault. Ma anche Sartre.

DROGA E SOFFERENZA: FUGGIRE DALLA CONDIZIONE UMANA

Ma cosa c’è dietro tutto questo?

La più annosa delle questioni: la condizione umana. In particolare, la sofferenza umana. In ambito filosofico, droga e sofferenza sono strettamente legate. Lo si evince anche dai suoi personaggi. Baudelaire, Sarte, Foucault. Sono tutti individui in cui l’utilizzo di sostanze stupefacenti si sviluppa a partire da una profonda conoscenza della situazione umana.

Tanto più l’uomo conosce la propria condizione di precarietà e caducità, tanto più matura in lui la sofferenza. Soffrire è la caratteristica ontologica dell’uomo in quanto tale, in quanto creature limitata che aspira all’illimitato.

La droga si insinua proprio in questo meccanismo. Non è l’effetto in sé, all’inizio. Ma la possibilità di trascendere i propri confini. Di assaporare quell’infinito anelato ma negato.

Non è altro, in fondo, che quella rottura della barriera tra reale e immaginario. Trasformare la percezione del mondo e di se stessi comporta annullare, sebbene provvisoriamente, la sofferenza.

Il punto, tuttavia, è complesso e ci ricorda da vicino Nietzsche. Per vivere davvero la vita appieno, occorre annullarla oppure conoscerla e accettarla nel profondo della sua assoluta follia? Il filosofo tedesco è convinto sostenitore della seconda opzione. Si vive solo guardando la vita in faccia, non sottraendosi a essa.

Su questo, sospendiamo il giudizio. Tuttavia, ci limitiamo a ricordare come Nove perfetti sconosciuti incarna perfettamente quanto detto finora. Tranquillum House è una fuga dalla realtà e dalla sofferenza attraverso la creazione di un mondo parallelo e catartico. Dalla sofferenza nasce una nuova vita. Ma qui si pone il problema: grazie alle droghe o affrancandosi da esse?

Be’, per saperlo bisogna aspettare… La serie non è ancora conclusa!

 

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