Se, come Peter Pan, si potesse non crescere mai: scienziati alla ricerca dell’eterna giovinezza

Esiste davvero il gene dell’eterna giovinezza? Forse, ma nella vita le variabili sono complesse e il fattore principale siamo noi.

C.D. Friedrich, Le tre età dell’uomo, 1834-35

La ricerca dell’immortalità è da sempre stata una prerogativa dell’uomo, confinata quasi sempre soltanto nella fantasia. Eppure recenti studi sembrano suggerire che sia possibile controllare alcuni fattori implicati nel “ringiovanimento”. Ma cosa significa essere giovani? E fino a dove possiamo arrivare?

Quant’è bella giovinezza

Nel ricco quartiere londinese di Bloomsbury abita la famiglia Darling. Wendy, la sorella maggiore tra i tre figli di Mary e George, ha raccontato ai fratellini John e Michael una storia di Peter Pan che lotta contro i pirati e loro adesso la stanno recitando, disturbando i genitori, già decisamente troppo impegnati nei preparativi di una festa di alta borghesia per poter giocare con loro. Ed ecco che l’autoritario George tuona irritato che Wendy è ormai troppo grande per continuare a credere a tali frivolezze. È quella stessa notte che i tre fratelli ricevono la visita di Peter Pan, tornato in casa loro per recuperare la sua ombra. Il ragazzo insegna ai tre a volare con l’aiuto della fata Trilli e li porta con sé verso l’Isola che non c’è, un luogo magico dove i bambini possono giocare e vivere con i personaggi del loro immaginario, senza doversi preoccupare di crescere. Già, perché sull’Isola i bambini non crescono mai. Come racconta il narratore, quella di Peter Pan è “una storia senza tempo, di ieri come di domani” che ha il suo fulcro nel tema della fanciullezza. E infatti sempre, nella storia dell’uomo, anche se in circostanze diverse che vanno dalla medicina alla fantascienza, c’è stato un interesse nel preservare quel periodo della vita noto come giovinezza. Ma cos’è davvero? Nell’ambito dello sviluppo umano, che parte dalla fecondazione di una cellula uovo a opera dello spermatozoo e arriva fino alla morte, è indicato con il termine “giovinezza” quel periodo dell’età adulta che va all’incirca dai 20 ai 45 anni e che ha come caratteristica principale la stabilità e un ottimale svolgimento dei processi fisiologici e metabolici. Dopo l’adolescenza gli organi sessuali maschili e femminili giungono a maturità e nella fase adulta si ha la piena capacità riproduttiva, momento cruciale dell’intero sviluppo. A partire da questo momento di maturazione le cellule cominceranno un processo di degradazione e invecchiamento che culminerà con la morte dell’individuo. Proprio per evitare questo naturale processo degradativo, negli anni sono stati messi a punto degli studi ricollegabili a un unico grande e ambizioso progetto: quello di ritardare quanto più possibile la senilità. Sarebbe possibile anche evitarla del tutto? Forse un giorno, chissà. Per ora è un’idea che abita solo luoghi fantastici. Tuttavia non sarebbe così distante dalla realtà pensarlo. Esiste infatti una specie di medusa, la Turritopsis dohrnii, nota anche come “la medusa immortale”, che è l’animale conosciuto che più si avvicina al concetto di immortalità. Quando è vittima di un attacco, di stress ambientale o nutritivo, oppure quando è semplicemente arrivata al termine del proprio ciclo vitale, la Turritopsis, invece di morire, è in grado di regredire nell’arco di tre giorni allo stadio di polipo – che è lo stadio giovanile di molte specie di meduse -, mantenendo caratteristiche genetiche identiche alle precedenti, con un meccanismo che può essere considerato una rigenerazione. Il polipo allora sarà di nuovo in grado di dare origine alla medusa quando le condizioni ambientali saranno tornate favorevoli. Un po’ come se per un vecchio fosse possibile tornare ad essere bambino per poi crescere nuovamente. Forse, allora, anche nelle storie fantastiche può esserci un fondo di verità.

Turritopsis dohrnii

I geni per la vita eterna? 

Esaminando la questione più a fondo si scopre che ancora una volta entra in gioco la genetica. Ad oggi la vita media nei Paesi più evoluti va dagli 80 agli 85 anni circa e le variazioni intorno a questo range dipendono per il 20-30% da fattori genetici. In uno studio del 2010 pubblicato su Science (Genetic Signatures of Exceptional Longevity in Humans, 1 July 2010) e volto a indagare proprio intorno a questi fattori genetici,  sono state prese a campione 1055 persone centenarie (l’età media era di 103 anni, ma arrivava fino a 119) e si sono potuti isolare 150 polimorfismi di singoli nucleotidi – cioè variazioni del DNA a carico dei nucleotidi, che sono le unità che compongono la catena stessa – in circa 70 geni del loro DNA. Hanno così scoperto che un modello genetico contenente queste variazioni era in grado di predire con una precisione del 77% l’età sopra la media degli individui considerati e che maggiore era il numero di varianti, maggiore sarebbe stata la probabilità di soggetti supercentenari. Inoltre è stato possibile dividere il campione in 19 gruppi caratterizzati da differenti combinazioni di variazioni e ognuno di questi presentava delle caratteristiche specifiche in quanto a età media e malattie associate all’età, come demenza, ipertensione e malattie cardiovascolari. Ma, fatto decisamente interessante, le “varianti della lunga vita” sembrano cancellare o ritardare molte malattie. Il 90% degli individui destinati a diventare centenari o supercentenari rimaneva “immune” da malattie addirittura fino a circa 93 anni. 

Una volta appurato che nell’elisir per l’immortalità bisogna necessariamente includere anche la genetica, si può passare ad analizzare altri studi di interesse. Sempre nel 2010, un gruppo di ricerca congiunto dell’Università di Leicester e del King’s College di Londra ha pubblicato su Nature Genetics i risultati di uno studio in cui erano state analizzate 12 mila persone ed era infine stata scoperta una variante genetica responsabile di un processo di invecchiamento accelerato. Quando questa era presente in duplice copia i soggetti apparivano più vecchi rispetto ai coetanei di circa 8 anni, se presente in singola copia di 3 o 4 anni. Molti altri invece erano portatori del gene invariato, soprannominato non a caso gene di Peter Pan, dal momento che permetteva di apparire più giovani o comunque fedeli rispetto all’età anagrafica. Ma per capire meglio in che modo agisca questo gene bisognerebbe chiedersi perché siamo soggetti all’invecchiamento. La risposta si trova nei telomeri, ossia le zone terminali di ogni cromosoma –  strutture costituite da DNA e proteine -, che hanno il compito di proteggere i geni. Con il passare degli anni, a causa di alcuni meccanismi molecolari, i telomeri si accorciano, i geni possono essere parzialmente compromessi e le cellule muoiono o diventano meno efficienti, provocando l’invecchiamento dell’individuo. Ciò che è stato scoperto è che i portatori di questo gene di Peter Pan hanno telomeri più lunghi, perciò i processi di invecchiamento sono ritardati e, a parità di età, soggetti che possiedono questo gene appaiono più giovani rispetto a chi invece manca. 

Tutto italiano e assai più recente è uno studio condotto dai ricercatori dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), dell’I.R.C.C.S. Multimedica di Sesto San Giovanni (MI) e dell’Università di Salerno, i cui risultati sono stati pubblicati a luglio di quest’anno sulla rivista European Heart Journal. Il gruppo ha scoperto un gene dal nome LAV-BPIFB4 che codifica per una proteina in grado di impedire la formazione delle placche tipiche dell’aterosclerosi e spegnere l’infiammazione quando diventa patologica. Il gene, introdotto in topi che, a causa di alcune loro caratteristiche, erano destinati ad ammalarsi di aterosclerosi, ha avuto un vero e proprio effetto ringiovanente sui vasi sanguigni. E nell’uomo? Anche lì sembra funzionare. La proteina prodotta dal gene è infatti stata in grado di migliorare l’attività vascolare, abbassare la pressione arteriosa e donare una maggiore resistenza alle cellule del sistema cardiocircolatorio. Questo studio apre così la strada alla possibilità di soluzioni terapeutiche basate proprio sulla somministrazione di questa proteina sotto forma di farmaco. In pratica, anche le persone sfavorite dalla genetica potrebbero essere in grado di migliorare le proprie prestazioni cardiovascolari e limitare così alcune malattie tipiche proprio dell’invecchiamento. Ecco pronto un farmaco della giovinezza.

Meccanismo di accorciamento dei telomeri

Tornare sull’Isola che non c’è 

Tra questi ricercatori che sembrano aggirarsi tra le pagine di un romanzo fantascientifico c’è anche chi è da anni che si occupa di capire i meccanismi fisiologici che portano a una minore durata della vita, così da poterli usare a proprio vantaggio. È il caso di B. Yankner della Harvard University, che nell’ottobre di quest’anno, appena il mese scorso, ha pubblicato su Nature un articolo in cui è spiegato un meccanismo di invecchiamento molto particolare (Regulation of Lifespan by Neural Excitation and REST, Nature vol. 574). Analizzando i tessuti cerebrali donati post-mortem da centinaia di soggetti tra i 60 e i 100 anni, si è scoperto che una minore eccitazione neuronale e un minore funzionamento delle sinapsi corrisponde a individui più longevi. Test successivi effettuati su topi e vermi hanno dimostrato questo risultato: influenzando l’eccitazione neuronale è possibile modificare la durata della vita. Il tutto avviene grazie a una proteina chiamata REST, che funziona un po’ da interruttore: se si spegne, l’attività neuronale aumenta e topi e vermi muoiono prima. Viceversa, se accesa, l’attività neuronale diminuisce e questi animali vivono più a lungo. Ed è infatti proprio ciò che è stato trovato anche negli esseri umani. Nei soggetti più longevi vi era una maggiore presenza della proteina REST rispetto a quelli deceduti a 60 o 70 anni. “Entusiasmante” è stato il commento di una genetista di Harvard coinvolta nelle ricerche. E lo è davvero! Prolungare il periodo della giovinezza assume sembianze sempre più concrete. 

Addirittura, uno studio clinico condotto in California (ma di dimensioni assai ridotte) sembra indicare che è forse possibile invertire l’orologio epigenetico del corpo, che misura l’età biologica della persona, semplicemente assumendo un cocktail di tre comuni medicinali. Insomma, un vero e proprio elisir di lunga vita! 

Ma inutile cantare vittoria troppo presto. È infatti lo stesso studio pubblicato su Science nel 2010 (Genetic Signatures of Exceptional Longevity in Humans, 1 July 2010, vedi paragrafo precedente) a sottolineare come la genetica influisca sull’età biologica solo per il 20-30%. Il resto? Si tratta proprio di fattori epigenetici, probabilmente. Vale a dire tutti quei meccanismi che influiscono sul DNA ma che agiscono senza modificarne la struttura. Sembra essere questo “orologio epigenetico” a fornire previsioni sull’età biologica di una persona e che, se modificato, potrebbe influenzare in maniera decisamente non indifferente la longevità. Tra questi ci sono fattori di rischio riconosciuti comunemente, come sesso, fumo, indice di massa corporea, stili di vita, diabete. È ormai accettato dalla comunità scientifica, ad esempio, il fattore calorico. Si tratta di un taglio drastico dell’alimentazione, che costringe la cellula a riorganizzarsi per sopravvivere. Ed è proprio la riduzione delle attività metaboliche che allunga la vita della cellula: animali di laboratorio sottoposti a restrizione calorica vivono tra il 30 e il 40% più a lungo del normale. 

Manipolare l’orologio che scandisce il tempo della nostra vita è possibile. Adoperare meccanismi molecolari, genetici o farmacologici per spingerlo a ticchettare più lentamente è un fatto che assume una concretezza sempre maggiore e sempre più lontana dal solo mondo della fantasia. E chissà se anche noi, proprio come l’autoritario padre di Wendy in Peter Pan, potremmo ritrovarci un giorno a guardare fuori dalla finestra e, riconoscendo il vascello dell’Isola che non c’è mentre scompare tra le nuvole, scoprirci ringiovaniti.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.