Cosa accade a chi subisce un trauma di depersonalizzazione? “L’uomo del labirinto” ce lo spiega

Un ambiguo profiler si inoltra in un labirinto mentale e fisico alla ricerca del carceriere che ha rapito una ragazza quindici anni fa.

L'impatto psicologico di un rapimento e il caso de "L'uomo del labirinto"

Donato Carrisi si dedica nuovamete al cinema e trasporta sul grande schermo la sua opera “L’uomo del labirinto”. Si tratta della seconda volta in cui l’autore da scrittore si trasforma in regista. Un thriller psicologico che sfrutta i labirinti, non solo fisici, ma soprattutto emotivi che si sviluppano a seguito di un rapimento.

La trama

Samantha Andretti, interpretata dalla giovane attrice Valentina Bellè, una mattina viene attirata su un furgone e rapita. Quindici anni dopo la ragazza riappare, sfuggita al suo carceriere e ricoverata in ospedale. L’investigatore privato Genko, ovvero Tony Servillo, incaricato dai genitori di ritrovarla già subito dopo la scomparsa, ricomincia ad indagare seppur ostacolato dai poliziotti. Con lui ci sarà un enigmatico profiler dott. Green, sullo schermo Dustin Hoffman, che tenterà di carpire quante più informazioni dalla giovane donna. In un intricato sistema di labirinti costruiti mentalmente da Samantha, riuscita a sopravvivere segregata per molti anni, l’esperto dottore proverà ad aiutare l’investigatore privato. Ma come ogni thriller psicologico che si rispetti spesso l’apparenza inganna e ciò che sembra condurre ad un finale scontato, potrebbe rivelarsi in realtà tutt’altro.

L'impatto psicologico di un rapimento e il caso de "L'uomo del labirinto" Psicologia di un sequestro

Quando si parla di un rapimento o di un sequestro si pensa subito alle motivazioni, allo scopo, a ciò che succederà o che potrebbe accadere alla vittima se magari non si rispettano determinati accordi. Rapire una persona significa privarla della libertà, una cosa che potrebbe essere classificata fra le maggiori paure dell’essere umano. Rappresenta un crimine violento, una nuova moderna forma di schiavitù, si sottopone a gesti aggressivi per un tempo più o meno prolungato non solo il sequestrato, ma anche tutta la famiglia. Una brutalità che inizia già con la spersonalizzazione della vittima, la si spoglia di ogni qualità positiva in modo che non avvenga il processo di identificazione e che non si attivi quella normale dose di empatia che caratterizza l’uomo. Un totale crollo della fiducia nel mondo, un trauma improvviso che porterà il rapito a considerarsi e ad essere considerato meramente un oggetto. Un’esperienza al limite della sopravvivenza che peggiora man mano che il tempo passa, mentre si è sottoposti a deprivazione sensoriale e temporale, danneggiando il funzionamento psichico.

Depersonalizzazione

Sentirsi in una bolla, vivere il proprio corpo o la propria attività mentale come irreali, sentirsi separato dal mondo da una sottile barriera sono tutti sintomi di quella che viene chiamata depersonalizzazione. È un sintomo dissociativo dovuto ad un meccanismo di difesa che si attiva quando la mente subisce un trauma. Non è legato ad un disturbo mentale, bensì può entrare in gioco quando si è vittime di abusi o si subisce una grave situazione stressante.

Ci siamo. La cosa grigia è apparsa sullo specchio. Mi avvicino e la guardo, non posso più andarmene. È il riflesso del mio volto. Spesso in queste giornate perdute, rimango a contemplarlo. Non ci capisco nulla di questo volto. Quelli degli altri hanno un senso. Ma non il mio

Questo è un brano di Sartre che descrive perfettamente ciò che accade nei casi di spersonalizzazione. Sentirsi degli estranei nel proprio corpo, riconoscere il viso riflesso ma allo stesso tempo non sentirsi a proprio agio, non sentirsi rappresentato da quei lineamenti. La depersonalizzazione descritta nel DSM V è infatti un disturbo in cui si è dissociati dalla realtà, osservatori esterni delle azioni compiute o dei propri pensieri, piuttosto che del proprio aspetto fisico. Un sequestro o, come nel caso descritto dal film, un rapimento durato ben quindici anni mina il funzionamento psichico e un caso di depersonalizzazione è quasi il minimo che ci si possa aspettare dalla vittima. Essere in contatto solo col carceriere in questo lungo periodo e privata della libertà, insomma un trauma così violento può produrre effetti disastrosi sulla psiche umana.

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