Scopriamo quali sono i primi quattro documenti in volgare della storia della nostra lingua

Ripercorriamo l’evoluzione della nostra lingua attraverso l’analisi dei documenti testimoni del passaggio dal latino al volgare.

In Italia il volgare si afferma con ritardo, tanto come lingua parlata, quanto come lingua scritta; inoltre non vi è un volgare italiano unico, piuttosto si deve parlare di una pluralità di volgari caratterizzati tuttavia da un’omogeneità di fondo.

L’INDOVINELLO VERONESE

L’indovinello Veronese è considerato forse il più antico testo pervenuto in lingua romanza e rappresenterebbe il primo documento in volgare della penisola italiana. Tuttavia potrebbe anche trattarsi di una forma intermedia fra il latino e il volgare, dal momento che alcuni studiosi pensano si tratti probabilmente di una forma di latino corrotto. Risale al IX secolo e fu inserito da un copista presso il margine di un foglio di un codice pergamenaceo. Il codice originale era un libro liturgico scritto nei primi anni dell’ottavo secolo a Toledo, forse ancora prima che gli arabi nel 711 occupassero la città. Lo scritto originale fu rinvenuto nel 1924 da Luigi Schiapparelli, il quale ne ricostruì le peregrinazioni: poco dopo la conquista araba del regno di Toledo il codice avrebbe lasciato la penisola iberica, sarebbe poi passato da Cagliari e da Pisa e infine sarebbe giunto a Verona. Sarebbe stato però Vincenzo De Bartholomaeis a ricostruirne il senso con l’aiuto di Lina Calza, una studentessa del primo anno universitario. Colui che inventò questo presunto indovinello sapeva benissimo il latino e si trovava all’interno di una comunità di ambito religioso o monastico. Dopo un breve sviamento che portava a ritenere il testo un frammento di un canto di bifolchi, si osservò chiaramente che si trattava in realtà di un indovinello fondato su una metafora antichissima, ovvero il confronto fra la natura e la scrittura.  Il testo era: “Se pareba boves, alba pratalia araba, et albo versoio teneba, et negro semen seminaba“, che significa “Spingeva avanti i buoi, arava i bianchi campi, teneva il bianco vomere, seminava il nero seme“. I buoi sarebbero le cinque dita, i bianchi campi sarebbero i fogli, il bianco vomere la penna, il nero seme l’inchiostro; dunque la soluzione sarebbe “lo scrivano”. Al testo dell’indovinello si accompagnava un altro breve testo scritto però in un latino molto più corretto, si tratterebbe infatti di una canonica forma di benedizione in latino. L’indovinello era diffusissimo nella letteratura medievale e ancora oggi è vivo in molti dialetti. Oggi l’indovinello Veronese è conservato presso la biblioteca capitolare di Verona.

I PLACITI CASSINESI

I documenti in cui per la prima volta il volgare appare chiaramente sono i quattro placiti cassinesi: ovvero un gruppo di quattro pergamene di analogo argomento, nello specifico tre placiti e un “memoratorio”. I tre placiti sono stati pronunciati a Capua a Sessa e a Teano e riguardano i beni di tre monasteri dipendenti da Montecassino. Oltre che con il nome di “Placiti cassinesi” sono conosciuti anche come “Placiti Campani” e sono quattro testimonianze giurate registrate tra il 960 e il 963. Dei tre il passo più conosciuto è “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti”. Si tratta di una formula; poiché però i testimoni, tutti chierici e notai, sarebbero stati sicuramente in grado di pronunciare in latino la formula testimoniale, si è probabilmente ritenuto opportuno farla conoscere a tutti quelli che erano presenti al giudizio, come era avvenuto in modo più solenne a Strasburgo nell’842 quando Ludovico il Germanico aveva giurato romana lingua per farsi capire dai soldati francesi e Carlo il Calvo teudisca lingua per farsi capire da quelli tedeschi. Il giudice nei tre casi preannuncia le parole che i testimoni avrebbero dovuto giurare e che sarebbero state probabilmente da lui stesso preparate, mentre il notaio sottolinea poi la perfetta conformità delle dichiarazioni. Siamo dunque certi che questi documenti rappresentano i primi documenti di un linguaggio cancelleresco.  I Placiti furono per secoli ospitati nel monastero di Montecassino e sopravvissero alle sue vicissitudini. Fu lo storico e archivista del monastero Erasmo Gattola a riportarli alla luce nel Settecento.

L’ISCRIZIONE DI SAN CLEMENTE E LA CONFESSIONE DI NORCIA

L’iscrizione di San Clemente è un’iscrizione esposta al pubblico e affrescata su un muro della chiesa di San Clemente a Roma negli ultimi anni del XI secolo. L’affresco rappresenta un episodio attinto dalla Passio Sancti Clementis: il patrizio pagano Sisinnio è in collera con il santo, lo accusa infatti di aver esercitato arti magiche contro di lui togliendogli temporaneamente la vista e l’udito per abusare della moglie Teodora convertita al cristianesimo. Egli ordina dunque di trascinare per terra San Clemente legato: “Fili de le pute, traite. Gosmari, Albertei, traite. Falite dereto colo palo, Carvoncelle” Tuttavia avviene un miracolo, infatti i tre servi credono di avere in mano San Clemente ma stanno in realtà legando e spingendo una pesante Colonna. Si leva infatti una voce che spiega l’avvenuto miracolo: “Duritia[m] cordis vestri[s] saxa traere meruistis”. La confessione di Norcia è invece il più importante dei testi dell’undicesimo secolo che sia stato rinvenuto. In un codice miscellaneo proveniente dall’abbazia di Sant’Eutizio, presso Campi, non lontano da Norcia, tra le formule sacramentali del rito della penitenza è contenuto un pezzo in volgare: la prima parte è un’elencazione di peccati e un atto di contrizione, entrambi si immaginano pronunciati dal penitente; seguono delle parole di esortazione e di assoluzione in parte in volgare in parte in latino del confessore.

 

 

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