Il patriarca russo Kirill scivola sull’acqua santa, candidandosi a base meme. Analizziamo la psicologia che sta sotto i meme.

Durante una funzione liturgica, il patriarca russo Kirill cade, scivolando sull’acqua santa. Oltre alle varie battute che potrebbero scaturire dall’accaduto, è molto probabile che Kirill, figura autorevole della chiesa ortodossa, finisca per diventare uno di quelli che oggi definiamo “meme”.
Che cosa significa “meme”?
Cominciamo subito chiarendo che, quando parliamo di meme, ci riferiamo alle immagini o video condivisi in rete o che ci vengono inviati; ma il primo ad utilizzare questo concetto fu Richard Dawkins, etologo britannico, che con la parola “meme” (abbreviazione della parola greca “mimeme”, ossia “ciò che è imitato”) nel suo libro “Il gene egoista” del 1976 si riferisce ad un’idea, un comportamento o un elemento di una determinata cultura che possiede la capacità di essere replicato e passato a future generazioni. Un meme, in questo senso, è quindi un parallelo culturale ai geni biologici.

Quello che c’è dietro un meme
Il concetto di meme introdotto da Dawkins non è poi così lontano dalla definizione dei meme diffusi online. Un meme infatti non è soltanto una vignetta o un video che viene condiviso, ma nasconde un bagaglio di informazioni, soprattutto culturali, non indifferente.
Prima di tutto, un online-meme fornisce al soggetto un informazione appartente ad una determinata cultura e ad un determinato ambiente. Infatti, sono spesso rappresentate foto o video di film, serie tv, sport, che, se sconosciute all’individuo, permettono di capire solo in parte o non permettono di capire affatto.
A questa prima componente del meme si aggiunge una seconda, la cosiddetta “caption”, ossia la scritta che si riferisce ad una determinata situazione, che viene collegata all’immagine o al video presentati. Il successo e la diffusione di un meme, tra i tanti fattori, dipendono anche dalla “popolarità” di questo legame tra le due componenti. In altre parole, se la situazione presentata e la sua corrispondenza con la parte visiva del meme sono comuni alla maggioranza della popolazione, è molto probabile che vi sarà un gran numero di condivisioni.

Meme-terapia
Ricerche dimostrano come le persone tendano a condividere meme quando questi provochino in loro una forte risposta emotiva. Per questo, chi riceve un meme che comprende e in cui si rispecchia, capisce che anche chi l’ha inviato prova le stesse emozioni riguardo quella determinata situazione. Questo può avere un effetto positivo sulla nostra salute mentale, in quanto, quando viene affrontato un problema di natura psicologica, sul quale spesso non si è inclini parlare, tramite un meme, oltre ad affrontare il tema con più leggerezza e umorismo, si prova un senso di vicinanza di altre persone con le stesse nostre difficoltà. Questo effetto è stato molto evidente, ad esempio, durante la lunga quarantena COVID di inizio 2020.
Inoltre, se il meme risulta a noi molto divertente, è molto probabile che finiremo per farci qualche salutare risata. Quando ridiamo, infatti, diminuisce il nostro livello di cortisolo, ormone dello stress, attivando al contempo la secrezione di dopamina, endorfina e serotonina, facendoci sentire meglio sia fisicamente, che mentalmente.